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La suprema corte limita il privilegio processuale in favore del credito fondiario

Salvatore Ziino. Professore associato di Diritto processuale civile nell’Università degli Studi di Palermo

Una recente pronuncia della Corte di Cassazione ha ristretto la possibilità per i creditori fondiari di partecipare alla distribuzione del ricavato della espropriazione individuale proseguita ai sensi dell’art. 41, 2° comma, TUB (D.Lgs. 1° settembre 1993, n. 385). L’A., dopo avere ripercorso la disciplina positiva che regola i rapporti tra credito fondiario e fallimento, espone alcune considerazioni critiche sulla decisione.

A recent judgment of the Supreme Court narrows the rights of banks, as mortgagee creditors, to seize the assets of the debtor notwithstanding bankruptcy proceedings, according to paragraph 41, subsection 2, of the Italian Consolidated Law on Banking (D.Lgs. 1° September 1993, n. 385). The Author examines the relevant provision concerning the right of banks to satisfy their claims notwithstanding bankruptcy proceedings and outlines a different framework.

Cassazione civile, 28 settembre 2018, n. 23482

Pres. F. DE STEFANO, Est. A. TATANGELO

Fallimento – Effetti sui creditori – Esecuzione individuale – Credito fondiario – Distribuzione del ricavato – Onere del giudice dell’esecuzione di provvedere in conformità ai provvedimenti emessi dagli organi fallimentari

(Artt. 43, 51, 107 L. Fall.; D.Lgs. n. 385/1993, art. 41, 2° comma)

La provvisoria distribuzione delle somme ricavate dalla vendita di un immobile pignorato dall’istituto di credito fondiario in una procedura esecutiva individuale, iniziata (o proseguita) ai sensi dell’art. 41, D.Lgs n. 385/1993 dopo la dichiarazione di fallimento del debitore, deve essere operata dal giudice dell’esecuzione sulla base dei provvedimenti (anche non definitivi) che sono stati emessi dagli organi del fallimento ai fini dell’accertamento, della determinazione e della graduazione dei crediti.

Fallimento – Effetti sui creditori – Esecuzione individuale – Credito fondiario – Distribuzione del ricavato – Onere del creditore fondiario di documentare la ammissione al passivo – Mancata pronuncia degli organi fallimentari sulla istanza di ammissione al passivo – Conseguenze

(Artt. 43, 51, 107 L. Fall.; D.Lgs. n. 385/1993, art. 41, 2° comma)

Nel caso di espropriazione individuale ex art. 41, D.Lgs n. 385/1993, per ottenere l’attribuzione in via provvisoria delle somme, il creditore fondiario – a prescindere dalla avvenuta costituzione del curatore nel processo esecutivo – deve documentare al giudice dell’esecuzione di avere proposto l’istanza di ammissione al passivo del fallimento e di avere ottenuto un provvedimento favorevole dagli organi della procedura (anche se non definitivo) e, laddove gli organi della procedura non si siano pronunciati sull’istanza di ammissione al passivo, il giudice dell’esecuzione deve differire le udienze per la approvazione del progetto di distribuzione avvalendosi dei poteri diretti al sollecito e leale svolgimento del procedimento esecutivo.

Fallimento – Effetti sui creditori – Esecuzione individuale – Credito fondiario – Distribuzione del ricavato – Intervento del Curatore per crediti di massa prevalenti rispetto al fondiario – Ammissibilità – Fattispecie

(Artt. 43, 51, 107 L. Fall.; D.Lgs. n. 385/1993, art. 41, 2° comma)

Per ottenere la graduazione di eventuali crediti di massa maturati in sede fallimentare a preferenza di quello fondiario, e quindi l’attribuzione delle relative somme, con decurtazione dell’importo da attribuire all’istituto procedente nell’espropriazione individuale, il curatore deve costituirsi nel processo esecutivo e documentare l’avvenuta emissione da parte degli organi della procedura fallimentare di formali provvedimenti (idonei a divenire stabili ai sensi dell’art. 26 L. Fall.) che (direttamente o quanto meno indirettamente, ma inequivocabilmente) dispongano la suddetta graduazione.

(Omissis)

Il curatore del fallimento della (Omissis) S.p.A. ha proposto opposizione agli atti esecutivi, ai sensi dell’art. 617 c.p.c., avverso il provvedimento con il quale il giudice dell’esecuzione, nel corso di un procedimento di espropriazione immobiliare promosso (sulla base di distinti pignoramenti, poi oggetto di riunione) dall’Istituto San Paolo di Torino S.p.A. nei confronti della società in bonis (e proseguito dopo la dichiarazione di fallimento, trattandosi di credito fondiario), ha respinto le contestazioni da esso avanzate in relazione al progetto di distribuzione, ai sensi dell’art. 512 c.p.c., dichiarando esecutivo il piano di riparto.

L’opposizione è stata rigettata dal Tribunale di Siracusa.

Ricorre la curatela, sulla base di un unico motivo.

Resiste con controricorso Cerved Credit Managemet S.p.A., quale procuratrice di Sagrantino Italy S.r.l., dichiaratasi acquirente dei crediti posti in esecuzione.

Non hanno svolto attività difensiva in questa sede gli altri intimati.

È stata inizialmente disposta la trattazione in camera di consiglio, in applicazione degli artt. 375 e 380-bis.1 c.p.c.: il pubblico ministero ha depositato conclusioni scritte ai sensi dell’art. 380-bis.1 c.p.c. chiedendo il rigetto del ricorso e la società controricorrente ha depositato memoria ai sensi dell’art. 380-bis.1 c.p.c.

Successivamente, è stata disposta la trattazione in pubblica udienza e la società controricorrente ha depositato ulteriore memoria, ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Ragioni della decisione

1. Con l’unico motivo del ricorso si denunzia “violazione e falsa applicazione delle norme di cui al D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 41 e art. 42, comma 3, L. Fall., art. 111, D.Lgs. n. 504 del 1992art. 10, art. 2770 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5”.

2. Individuazione dei fatti e delle questioni giuridiche rilevanti

Per quanto emerge dalla sentenza impugnata, il curatore del fallimento della società debitrice è intervenuto in un processo di espropriazione immobiliare – che era proseguito dopo la dichiarazione di fallimento, in base alle disposizioni di legge sul credito fondiario – chiedendo che in sede di riparto, nel determinare la somma da attribuire all’istituto procedente, non essendovi capienza per l’intero credito azionato, il giudice dell’esecuzione tenesse conto di alcuni crediti prededucibili maturati, riconosciuti e in parte già soddisfatti, nell’ambito della procedura fallimentare, decurtandoli dalla predetta somma (in particolare: l’importo dell’ICI pagata dal curatore ai sensi del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 10 in relazione all’immobile venduto, gli oneri condominiali sostenuti per lo stesso immobile, nonché i compensi spettanti alla curatela fallimentare).

Il provvedimento negativo del giudice dell’esecuzione (che, liquidate le spese della procedura esecutiva, ha attribuito all’istituto procedente l’intera somma ricavata dalla vendita dell’immobile) è stato confermato in sede di opposizione agli atti esecutivi, sulla base di una duplice argomentazione.

In primo luogo, il tribunale ha ritenuto che – in caso di prosecuzione della procedura esecutiva individuale dopo il fallimento del debitore, ai sensi dell’art. 41 T.U.L.B. (D.Lgs. n. 385 del 1993) – il giudice dell’esecuzione, in sede di distribuzione, non debba in alcun modo tener conto delle vicende intervenute nella procedura fallimentare (ad eccezione, ovviamente, dell’unica ipotesi in cui la vendita del cespite pignorato sia avvenuta davanti al giudice delegato prima che nel processo esecutivo, non potendo in tal caso quest’ultimo utilmente proseguire), in quanto l’attribuzio­ne operata in sede esecutiva è provvisoria e gli organi della procedura fallimentare possono ottenere la restituzione degli importi eventualmente ricevuti in eccesso dal­l’istituto di credito fondiario, in base alla determinazione del relativo credito ed alla graduazione dello stesso definitivamente operata in sede fallimentare.

In secondo luogo, ha comunque ritenuto che i crediti indicati dalla curatela non potessero godere di alcun privilegio in sede esecutiva.

Ha richiamato, a fondamento di tali conclusioni, la pronuncia di questa Corte (Cass., Sez. 1, Sentenza n. 23572 del 17/12/2004, Rv. 579506-01) nella quale è stata ricostruita in modo sistematico la disciplina dei rapporti tra esecuzione individuale per crediti fondiari e fallimento, secondo principi che sono stati successivamente confermati e specificati da una serie di ulteriori decisioni (cfr. ad es.: Cass., Sez. 1, Sentenza n. 8609 del 05/04/2007, Rv. 596474-01; Sez. 3, Sentenza n. 11014 del 14/05/2007, Rv. 597463-01; Sez. 1, Sentenza n. 13663 del 11/06/2007, Rv. 597952-01; Sez. 1, Sentenza n. 17368 del 11/10/2012, Rv. 623735-01; Sez. 1, Sentenza n. 6738 del 21/03/2014, Rv. 630577-01; Sez. 1, Sentenza n. 6377 del 30/03/2015, Rv. 634946-01) e che hanno peraltro trovato conferma e specifico fondamento normativo nella nuova formulazione dell’art. 52 L.F. (introdotta con il D.Lgs. 12 settembre 2007, n. 169).

Tale ultima disposizione prevede espressamente che il privilegio processuale attribuito al creditore fondiario, consistente nella possibilità di proseguire l’esecuzione individuale in costanza di fallimento, non esime quest’ultimo dall’onere di fare accertare il proprio credito secondo le disposizioni dettate per la verifica del passivo fallimentare, così chiarendo che l’accertamento definitivo di detto credito, così come la sua quantificazione e la sua graduazione devono avvenire esclusivamente in tale sede.

La curatela censura la decisione, limitatamente al profilo riguardante l’importo pagato per l’ICI e quello relativo agli oneri condominiali per la conservazione del bene (cfr. pag. 9 e 10 del ricorso).

Sostiene che la stessa non sarebbe conforme agli stessi principi richiamati dal tribunale, nonché a quelli desumibili dal D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 41 e art. 42, comma 3, dalla L. Fall., art. 111, dal D.Lgs. n. 504 del 1992, e dall’art. 2770 c.c.

3. Ricostruzione sistematica della disciplina dei rapporti tra esecuzione individuale promossa per credito fondiario e fallimento

Osserva la Corte che i principi di diritto ai quali il giudice del merito ha espressamente dichiarato di conformarsi – principi che in sostanza non sono in contestazione neanche tra le parti ed ai quali non può che darsi continuità – non risultano correttamente applicati nella fattispecie concreta.

È corretto affermare che l’attribuzione del ricavato della vendita che si effettua in sede esecutiva, laddove sia in corso la procedura fallimentare, ha carattere meramente provvisorio, in quanto è in tale ultima sede che deve avvenire definitivamente l’accertamento e la graduazione dei crediti nei confronti del fallito.

Ciò non significa affatto, però, che il giudice dell’esecuzione debba del tutto prescindere dalle vicende della procedura fallimentare, ma solo che l’attribuzione che si opera in sede esecutiva, riguardando comunque un credito concorsuale ed intervenendo in un momento in cui la procedura fallimentare è ancora in corso, non può essere definitiva, in quanto tale definitività potrà aversi solo al momento della chiusura della procedura concorsuale.

Tanto la richiamata Sentenza n. 23572 del 2004 di questa Corte (e le successive conformi), quanto i corrispondenti principi recepiti nella L. Fall., art. 52, nel sancire in modo chiarissimo che l’accertamento e la graduazione dei crediti nei confronti del fallito devono essere operati in sede fallimentare, stanno certamente a significare che l’attribuzione al creditore fondiario che va operata in sede esecutiva ha carattere provvisorio, dovendo comunque successivamente tenersi conto di tali ulteriori accertamenti (che ben potrebbero essere ancora in corso in sede fallimentare), ma non esprimono affatto il diverso principio per cui in sede esecutiva non potrebbe e non dovrebbe tenersi conto dei predetti accertamenti, ove già avvenuti in sede fallimentare.

In altri termini, la possibilità per il curatore, pur non essendo intervenuto in sede esecutiva, di proporre l’azione di ripetizione per ottenere dal creditore fondiario la restituzione delle somme ricevute in eccesso in tale sede (sulla base del definitivo accertamento e della definitiva graduazione dei crediti nei confronti del fallito avvenuta in sede fallimentare), in ragione della mera provvisorietà dell’attribuzione esecutiva, non implica affatto, né giuridicamente né logicamente, che davanti al giudice dell’e­secuzione non abbiano rilievo gli accertamenti e la graduazione già avvenuti in sede fallimentare, in modo che l’attribuzione (pur sempre) provvisoria effettuata in sede esecutiva sia comunque modulata in concreto sulla base di quello che già risulti stabilito in sede fallimentare (in via definitiva o anche in via provvisoria) così da limitare – anche in funzione del principio di economia processuale ed in conformità all’art. 111 Cost. – le eventuali successive azioni restitutorie, le quali in questo modo saranno necessarie solo in virtù di vicende non deducibili (o quanto meno non dedotte) in sede esecutiva. Al contrario, poiché il principio di fondo desumibile dalla L. Fall., art. 52 e dalla ricostruzione sistematica operata dalla giurisprudenza di questa Corte (a partire dalla Sentenza n. 23572 del 2004) è quello per cui l’accertamento e la graduazione dei crediti concorsuali devono avvenire in sede fallimentare, è evidente che debba concludersi nel senso che, laddove tali accertamenti e tale graduazione siano in qualche modo già avvenuti nella sede ad essi deputata, sebbene non in modo definitivo (essendo la procedura concorsuale ancora pendente), al fine di determinare la somma da attribuire in via provvisoria al creditore fondiario nell’ese­cuzione individuale eccezionalmente proseguita, di tali accertamenti debba certamente tenersi conto.

4. Segue: conferma della ricostruzione operata; conclusioni in ordine alla non corretta applicazione dei relativi principi da parte del giudice del merito

A conferma di quanto fin qui esposto, è agevole osservare che non sarebbe affatto ragionevole ritenere che, laddove il creditore procedente abbia ad esempio proposto la domanda di ammissione al passivo del fallimento e tale domanda sia stata respinta, con provvedimento divenuto definitivo, venga ciò nonostante ad esso attribuito il ricavato della vendita operata in sede esecutiva, importo che non potrà in nessun caso, nemmeno in parte, trattenere, costringendo il curatore del fallimento ad una successiva azione di ripetizione, del tutto evitabile (ed almeno in astratto anche incerta nella fruttuosità del suo esito).

Altrettanto è a dirsi nell’ipotesi in cui il creditore fondiario sia stato ammesso al passivo del fallimento per un determinato importo, con provvedimento ormai definitivo. Sarebbe palesemente illogica, in tale ipotesi, una differente determinazione (provvisoria) del credito da parte del giudice dell’esecuzione, posto che tale determinazione è già avvenuta in via definitiva nella sua sede propria. Si costringerebbe non solo il giudice dell’esecuzione ad una attività inutile (peraltro in taluni casi anche molto complessa, laddove si consideri che potrebbe essere necessaria demandarla ad un ausiliario, come di prassi avviene in molti tribunali, con un risultato che potrebbe dar luogo a contestazioni e comportare l’apertura di un giudizio di cognizione ai sensi dell’art. 617 c.p.c.), ma anche il curatore fallimentare a porre in essere un successivo giudizio di cognizione (con l’eventuale conseguente esecuzione forzata) per ottenere la restituzione delle somme indebitamente riscosse. Le medesime considerazioni possono proporsi per l’ipotesi in cui l’accertamento e la graduazione del credito dell’istituto fondiario procedente sia comunque avvenuta in sede fallimentare, anche se in via non definitiva (ad esempio laddove l’ammissione al passivo sia stata negata o sia avvenuta in una certa misura, ma pendano i giudizi oppositori), in quanto il principio per cui la cognizione sull’entità e sulla collocazione dei crediti nei confronti del fallito va operata in sede fallimentare e non da parte del giudice dell’esecuzione è valido anche laddove si debba effettuare una attribuzione di carattere provvisorio.

Ancora una volta, non avrebbe senso imporre al giudice dell’esecuzione una determinazione del credito, con carattere provvisorio e non definitivo (stante la possibilità di contestazioni ed opposizioni agli atti esecutivi), laddove ve ne sia già una, per quanto anch’essa non definitiva, operata dagli organi cui spetta in via esclusiva il relativo potere.

Il privilegio attribuito dalla legge all’istituto di credito fondiario, d’altra parte, allo stato attuale della legislazione vigente, non può in nessun caso giustificare che la banca trattenga le somme ricavate dalla vendita dell’immobile ipotecato in misura superiore all’importo che effettivamente gli spetti, secondo l’accertamento degli organi a tanto deputati, anche in pendenza dei procedimenti oppositivi.

In tal senso, il regime delle procedure concorsuali e di quelle esecutive individuali deve ritenersi analogo.

Laddove si proceda in sede concorsuale, deve escludersi che, in un eventuale riparto parziale, al creditore fondiario possa essere attribuito un importo superiore a quello per il quale risulta ammesso al passivo, anche in pendenza di una sua eventuale opposizione allo stato passivo volta a rivendicare l’ammissione per una somma maggiore.

In sede di esecuzione individuale, dopo le modifiche apportate all’art. 512 c.p.c. con la riforma del processo esecutivo del 2006, deve del pari escludersi che il creditore fondiario possa trattenere gli importi eventualmente riscossi direttamente dal­l’aggiudicatario, ai sensi del D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 41, comma 4, in misura superiore a quanto ad esso riconosciuto dovuto in base al piano di riparto dichiarato esecutivo dal giudice dell’esecuzione (piano di riparto che va sempre effettuato e che è l’atto esecutivo necessario per rendere definitiva la riscossione delle somme in favore dell’istituto provvisoriamente conseguita dall’aggiudicatario: cfr. Cass., Sez. 3, Sentenza n. 18227 del 26/08/2014, Rv. 631943-01), anche in pendenza di eventuali opposizioni agli atti esecutivi volte a contestare il riparto stesso in funzione del riconoscimento di un importo più elevato.

Analogamente (ed anche per evitare una ingiustificabile disparità di trattamento tra situazioni equivalenti), nel caso in cui l’esecuzione individuale sia iniziata o proseguita dopo il fallimento del debitore, va escluso che il creditore fondiario possa trattenere le somme riscosse dall’aggiudicatario in misura superiore all’importo per cui sia stato ammesso al passivo del fallimento, anche in pendenza di una opposizione allo stato passivo volta a rivendicare l’ammissione per una somma maggiore.

Dunque, in conclusione, i principi richiamati nella stessa sentenza impugnata, non portano affatto a ritenere che il giudice dell’esecuzione, in sede di riparto, debba totalmente prescindere dalle vicende della procedura fallimentare ma anzi, al contrario, che debba conformarsi ai provvedimenti già intervenuti in tale sede con riguardo all’accertamento, alla determinazione ed alla graduazione dei crediti nei confronti del fallito.

Tale conclusione corrisponde del resto alla lettera, oltre che allo spirito, del D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 41, comma 4, in quanto il privilegio processuale assicurato al creditore fondiario comporta sì il versamento diretto in suo favore delle somme dovute dall’aggiudicatario – e quindi della somma ricavata dalla vendita, sia pure al netto delle spese proprie del processo esecutivo individuale – ma appunto nei limiti della “parte del prezzo corrispondente al complessivo credito” dello stesso: credito appunto delimitato, con l’eventuale riconoscimento di un importo minore di quello originario, anche in conseguenza dell’ammissione in prededuzione di altre somme da parte dei competenti organi della procedura fallimentare, in modo vincolante anche per il giudice dell’esecuzione.

Ciò significa che non può condividersi non solo la prima delle due argomentazioni poste dal tribunale a base della propria decisione, ma neanche la seconda, dal momento che il potere di stabilire se determinati crediti maturati nel corso della procedura fallimentare prevalgano su quello dell’istituto di credito fondiario non spetta al giudice dell’esecuzione, ma solo agli organi della procedura fallimentare.

Il giudice dell’esecuzione – oltre a liquidare le spese del processo esecutivo individuale proseguito od instaurato in costanza di fallimento, attribuzione ovviamente ad esso riservata in via esclusiva, quale giudice davanti al quale si è svolto il suddetto processo esecutivo individuale – deve cioè limitarsi a verificare se esistano provvedimenti degli organi della procedura fallimentare che abbiano – direttamente o indirettamente – operato l’accertamento, la quantificazione e la graduazione del credito posto in esecuzione (nonché di quelli eventualmente maturati in prededuzione nell’am­bito della procedura fallimentare, purché già accertati, liquidati e graduati dagli organi competenti con prevalenza su di esso) e conformare ai suddetti provvedimenti la distribuzione provvisoria in favore del creditore fondiario delle somme ricavate dalla vendita, senza in alcun caso sovrapporre le sue valutazioni a quelle degli organi fallimentari, cui spettano i relativi poteri.

5. Operatività pratica della ricostruzione operata. Enunciazione dei principi di diritto applicabili nella fattispecie

Sul piano pratico, peraltro, vanno distinte le questioni in tema di accertamento e di quantificazione del credito fondiario da quelle relative alla sua graduazione.

L’aver sottoposto la propria pretesa al procedimento di verifica del passivo (come impone la L. Fall., art. 52), costituisce infatti il fondamento stesso (recte: il fatto costitutivo) del diritto del creditore fondiario di ottenere l’attribuzione, in via provvisoria, del ricavato della suddetta vendita, e quindi si tratta di un accertamento dal quale il giudice dell’esecuzione non può prescindere e di un fatto che dovrà essere documentato dall’istituto procedente, anche a prescindere dall’intervento del curatore nella procedura esecutiva.

L’esistenza di altri crediti con diritto di preferenza rispetto a quello fondiario rappresenta invece un fatto impeditivo (ovvero modificativo o estintivo) del diritto del creditore fondiario di ottenere l’attribuzione provvisoria del ricavato della vendita dell’im­mobile ipotecato e dunque va dedotta e documentata dal curatore fallimentare.

In altri termini, per ottenere l’attribuzione (in via provvisoria, salvi i definitivi accertamenti operati nel prosieguo della procedura fallimentare) delle somme ricavate dalla vendita, il creditore fondiario dovrà documentare al giudice dell’esecuzione di avere sottoposto positivamente il proprio credito alla verifica del passivo in sede fallimentare, cioè di aver proposto l’istanza di ammissione al passivo del fallimento e di avere ottenuto un provvedimento favorevole dagli organi della procedura (anche se non ancora divenuto definitivo).

Solo in tal caso il giudice dell’esecuzione potrà attribuire al suddetto creditore il ricavato della vendita e dovrà farlo nei limiti del provvedimento di ammissione, disponendo la restituzione del residuo al fallito (e per esso al curatore del suo fallimento, ma senza alcuna ulteriore decurtazione).

In caso contrario (cioè laddove l’istituto non abbia affatto presentato l’istanza di ammissione al passivo, in violazione della L. Fall., art. 52, ovvero il suo credito sia stato escluso dal passivo), l’intero ricavato della vendita non potrà che essere rimesso agli organi della procedura fallimentare, per essere distribuito in tale sede.

È appena il caso di osservare che non incide sulla validità della esposta ricostruzione la possibilità che in concreto l’istanza di ammissione al passivo sia stata proposta ma su di essa gli organi della procedura non abbiano ancora avuto modo di pronunziarsi. Specie nell’attuale regime delle procedure concorsuali, che impongono all’uopo stringenti termini, in tal caso sarà infatti sufficiente attendere l’emissione del provvedimento in sede fallimentare, pur non definitivo, anche soltanto, ad esempio (e se ne ricorressero tutti i presupposti), con il semplice differimento dell’udienza di distribuzione davanti al giudice dell’esecuzione a data presumibilmente successiva a tale emissione, non essendo evidentemente possibile una sospensione in senso tecnico della procedura esecutiva (né ai sensi dell’art. 295 c.p.c., disposizione non applicabile al processo di esecuzione e certamente non configurabile nei rapporti tra processo esecutivo ed processo fallimentare, né ai sensi degli artt. 623 e 624 c.p.c., non ricorrendo evidentemente i presupposti applicativi di tali ultime norme), ma ben potendo lo stesso giudice dell’esecuzione esercitare i suoi poteri diretti al sollecito e leale svolgimento del procedimento esecutivo, ai sensi dell’art. 487 c.p.c., onde garantire che la distribuzione del ricavato dalla vendita avvenga in modo corretto, al­l’esito dei necessari accertamenti da parte degli organi competenti in ordine alla determinazione dei relativi crediti (ed in particolare, nella fattispecie qui in esame, del­l’unico credito interessato, cioè quello dell’istituto di credito fondiario).

Per quanto invece attiene alle questioni che riguardano la graduazione dei crediti (cioè la sussistenza e l’ammontare di ulteriori crediti, maturati nel corso della procedura concorsuale, che debbano essere soddisfatti con preferenza rispetto a quelli del creditore fondiario sul ricavato della vendita dell’immobile ipotecato), il giudice del­l’esecuzione non potrà prenderle in considerazione di ufficio, ma solo laddove esse vengano dedotte dal curatore che si costituisca nel processo esecutivo per far valere i relativi presupposti (a meno che non sia lo stesso creditore fondiario a chiedere che se ne tenga conto). E dovrà deciderle sulla base della ricognizione dell’esistenza o meno di provvedimenti degli organi della procedura fallimentare che effettivamente dispongano, in modo diretto o quanto meno indiretto ma inequivoco, la suddetta graduazione.

Dunque, laddove si tratti di debiti della massa il cui pagamento sia stato espressamente autorizzato dal giudice delegato, non sarà sufficiente documentarne l’avve­nuto pagamento, ma occorrerà documentare che esso sia stato in qualche modo già graduato dal giudice delegato (o dagli altri organi della procedura fallimentare competenti) con prevalenza sul credito dell’istituto fondiario.

Tale graduazione – è opportuno precisarlo – può essere in alcuni casi anche implicita o indiretta, come nei casi in cui si tratti di crediti il cui pagamento, espressamente autorizzato dagli organi fallimentari, non avrebbe potuto neanche avvenire, se non quali crediti di massa gravanti su un bene determinato.

In mancanza di tali condizioni, essa richiede però quanto meno un provvedimento esplicito in tal senso, idoneo ad acquisire stabilità ai sensi della L. Fall., art. 26 (ad esempio con riguardo a eventuali spese della procedura solo in parte gravanti sul bene ipotecato).

Laddove manchi un provvedimento diretto o indiretto di graduazione degli organi della procedura fallimentare, il giudice dell’esecuzione non potrà tenere conto delle relative spese ai fini della determinazione della somma da attribuire in via provvisoria all’istituto di credito fondiario (restando comunque naturalmente salva, come sin qui ripetutamente esposto, l’eventuale successiva azione di ripetizione della curatela, esperibile nel momento in cui la suddetta graduazione abbia poi definitivamente luogo).

I principi di diritto che avrebbero dovuto essere applicati nella fattispecie sono quindi i seguenti:

La provvisoria distribuzione delle somme ricavate dalla vendita di un immobile pignorato dall’istituto di credito fondiario, in una procedura esecutiva individuale proseguita (o iniziata) dopo la dichiarazione di fallimento del debitore ai sensi del D.Lgs n. 385 del 1993, art. 1 (rectius: art. 41, n.d.r.) dovrà essere operata dal giudice del­l’esecuzione sulla base dei provvedimenti (anche non definitivi) emessi in sede fallimentare ai fini dell’accertamento, della determinazione e della graduazione di detto credito fondiario.

In particolare: a) per ottenere l’attribuzione (in via provvisoria, e salvi i definitivi accertamenti operati nel prosieguo della procedura fallimentare) delle somme ricavate dalla vendita, il creditore fondiario dovrà – anche a prescindere dalla avvenuta costituzione del curatore nel processo esecutivo – documentare al giudice dell’esecu­zione di avere proposto l’istanza di ammissione al passivo del fallimento e di avere ottenuto un provvedimento favorevole dagli organi della procedura (anche se non definitivo); b) per ottenere la graduazione di eventuali crediti di massa maturati in sede fallimentare a preferenza di quello fondiario, e quindi l’attribuzione delle relative somme, con decurtazione dell’importo attribuito all’istituto procedente, il curatore dovrà costituirsi nel processo esecutivo e documentare l’avvenuta emissione da parte degli organi della procedura fallimentare di formali provvedimenti (idonei a divenire stabili ai sensi della L. Fall., art. 26) che (direttamente o quanto meno indirettamente, ma inequivocabilmente) dispongano la suddetta graduazione.

La distribuzione così operata dal giudice dell’esecuzione ha comunque carattere provvisorio e può stabilizzarsi solo all’esito degli accertamenti definitivi operati in sede fallimentare, legittimando in tal caso il curatore ad ottenere la restituzione delle somme eventualmente riscosse in eccedenza”.

6. Decisione della fattispecie concreta in esame

Ricostruiti e chiariti, in linea generale, i principi di diritto che disciplinano la fattispecie astratta in cui il giudice dell’esecuzione debba procedere alla distribuzione delle somme ricavate dalla vendita di un immobile pignorato dall’istituto di credito fondiario, in procedura proseguita dopo la dichiarazione di fallimento del debitore ai sensi del D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 41 occorre applicarli nella fattispecie concreta.

In base a quanto fin qui esposto, deve concludersi che il giudice dell’esecuzione, diversamente da quanto ha ritenuto il tribunale:

a) non avrebbe assolutamente dovuto prescindere dalle vicende della procedura fallimentare;

b) neanche avrebbe potuto sindacare nel merito la graduazione dei crediti fatti valere dal curatore rispetto a quello dell’istituto procedente, dovendo rimettersi in proposito alle determinazioni operate in sede fallimentare.

Avrebbe dovuto quindi verificare se esistevano ed erano stati documentati provvedimenti degli organi fallimentari che, esplicitamente o implicitamente, avevano operato la graduazione di tali crediti con preferenza rispetto al credito del fondiario, decurtando in tal caso i relativi importi da quello a quest’ultimo attribuito (in via provvisoria), nella misura in cui potevano dirsi esistenti i suddetti provvedimenti di graduazione degli organi fallimentari.

Di conseguenza, l’ordinanza del giudice dell’esecuzione che ha respinto le contestazioni del curatore del fallimento (Omissis) S.p.A. avverso il piano di riparto, dichiarandolo esecutivo, oggetto di opposizione ai sensi dell’art. 617 c.p.c. da parte della curatela, avrebbe dovuto essere dichiarata illegittima, in accoglimento dell’op­posizione stessa.

La sentenza impugnata, che ha rigettato l’opposizione, va dunque cassata.

La controversia può essere decisa nel merito, con l’accoglimento dell’opposi­zione agli atti esecutivi proposta dalla curatela e la dichiarazione di nullità del provvedimento impugnato, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, spettando esclusivamente al giudice dell’esecuzione il potere-dovere di rinnovare l’atto esecutivo dichiarato nullo, conformandosi ai principi di diritto indicati nella presente decisione (ciò in quanto l’opposizione agli atti esecutivi, secondo costante orientamento di questa Corte, è un giudizio di impugnazione di un atto del processo esecutivo e, quindi, a carattere meramente rescindente, istituzionalmente in grado di incidere solo su quest’ultimo, tanto da riservare agli ulteriori sviluppi del processo esecutivo ogni adeguamento di esso che ne debba derivare: cfr. ad es. Cass., Sez. 3, Sentenza n. 3176 del 05/03/2002, Rv. 143693-01; Sez. 3, Sentenza n. 6733 del 24/03/2011, Rv. 617389-01; Sez. 6-3, Ordinanza n. 18692 del 30/10/2012; Sez. 6-3, Ordinanza n. 589 del 11/01/2013; Sez. 3, Sentenza n. 18336 del 27/08/2014, Rv. 632611-01; Sez. 3, Sentenza n. 7657 del 15/04/2015)


Commento

Sommario:

1. Premessa - 2. La disciplina speciale sul credito fondiario nel Testo Unico del 1905 e nella legge fallimentare del 1942 - 3. Le modifiche introdotte dal Testo Unico Bancario e dalla riforma della legge fallimentare del 2006 - 4. Il caso deciso da Cass. n. 23482/2018 - 5. Sintesi della motivazione della sentenza - 6. Sulla ammissione al passivo come condizione per la partecipazione al riparto: considerazioni critiche - 7. Sulla c.d. graduazione implicita o indiretta e sul rischio di “infruttuosità” nel caso di soddisfazione anticipata del creditore fondiario - 8. Cenni sull’oggetto delle contestazioni ex art. 512 c.p.c. - 9. Il credito fondiario nel Codice della crisi d’impresa - NOTE


1. Premessa
La sentenza in esame, anche se afferma di porsi in continuità con le precedenti decisioni della Corte di Cassazione in materia di rapporti tra fallimento e credito fondiario, presenta una nuova interpretazione delle disposizioni vigenti. Per questa ragione dopo la pubblicazione della sentenza alcuni Tribunali hanno ritenuto opportuno emanare apposite circolari dirette ad illustrare le novità ai curatori fallimentari ed ai professionisti delegati nelle esecuzioni [1]. Prima di affrontare le singole questioni esaminate dalla sentenza, appare opportuno un breve excursus delle norme che regolano il credito fondiario, in modo da fornire al lettore alcune coordinate di riferimento.

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2. La disciplina speciale sul credito fondiario nel Testo Unico del 1905 e nella legge fallimentare del 1942
La disciplina speciale in materia di credito fu introdotta dalla L. 14 giugno 1866, n. 2983, per consentire ad alcune banche di concedere speciali finanziamenti garantiti da iscrizione di ipoteca, con contestuale emissione di cartelle [2]. Negli anni successivi le norme sul credito fondiario vennero riformate ed estese agli altri istituti di credito; l’intera disciplina venne riordinata dal R.D. 16 luglio 1905, n. 646, recante il Testo Unico delle leggi sul credito fondiario. Le principali disposizioni speciali in materia processuale e fallimentare, che sono state mantenute dalla legislazione successiva, erano le seguenti: – l’ipoteca iscritta dall’istituto di credito non poteva essere impugnata con azione revocatoria se era iscritta almeno dieci giorni prima della sentenza di fallimento (art. 18 T.U. sul credito fondiario); – nel caso di vendita forzata l’aggiudicatario doveva versare direttamente all’istituto di credito «quella parte del prezzo che corrisponde al credito dell’Istitu­to in capitale, accessori e spese (...) salvo l’obbligo all’Istituto stesso di restituire a chi di ragione quel tanto coi rispettivi interessi per cui, in conseguenza della graduazione, non risultasse utilmente collocato» (art. 55 T.U. sul credito fondiario); – nel caso di fallimento dei mutuatari, il curatore era tenuto a versare all’istituto di credito le rendite dei beni ipotecati, «dedotte le spese di amministrazione ed i tributi pubblici, salvo l’obbligo all’Istituto stesso della restituzione a chi di ragione in conformità del disposto dall’art. 55» (art. 42, 1° comma, T.U. sul credito fondiario). L’art. 52, 2° comma, del Testo Unico sul credito fondiario confermava che le disposizioni speciali erano applicabili anche in caso di fallimento del debitore [3]. A seguito dell’entrata in vigore della legge fallimentare, R.D. 16 marzo 1942, n. 267, parte della dottrina manifestò dubbi sulla sopravvivenza del diritto dei creditori fondiari di iniziare o proseguire l’espropriazione individuale. Il principale argomento era costituito dall’art. 51 L. Fall., dove si legge che «sal­vo espressa disposizione di legge dal giorno della dichiarazione di fallimento nessuna azione individuale esecutiva può essere iniziata o proseguita sui beni [continua ..]

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3. Le modifiche introdotte dal Testo Unico Bancario e dalla riforma della legge fallimentare del 2006
Il Testo Unico delle leggi in materia bancaria e creditizia del 1993 (D.Lgs. 1° settembre 1993, n. 385, in avanti TUB) ha abrogato il Testo Unico sul credito fondiario [14] ed ha stabilito che rientrano nel credito fondiario tutte le operazioni di credito garantite da ipoteca su immobili [15]. L’estensione della disciplina sul credito fondiario a tutte le forme di finanziamento ipotecario ha suscitato dubbi di legittimità costituzionale, che sono stati dichiarati infondati dal giudice delle leggi [16]. Per quanto riguarda i rapporti tra esecuzione per credito fondiario e fallimento, il TUB ha sostanzialmente riprodotto le precedenti disposizioni. Nell’art. 41 TUB è stato riaffermato il potere del creditore fondiario di iniziare o proseguire l’azione esecutiva sui beni ipotecati «anche dopo la dichiarazione di fallimento del debitore» ed è stata mantenuta la facoltà del curatore «di intervenire nell’esecuzione. La somma ricavata dall’esecuzione, eccedente la quota che in sede di riparto risulta spettante alla banca, viene attribuita al fallimento» (art. 41, 2° comma, TUB). È stata riprodotta la norma che consente all’istituto di credito di riscuotere le rendite del bene, anche nel caso di fallimento del debitore, «dedotte le spese di amministrazione e i tributi, sino al soddisfacimento del credito vantato» (art. 41, 3° comma, TUB). Il TUB ha pure mantenuto la soddisfazione anticipata del creditore fondiario mediante pagamento diretto alla banca, da parte dell’aggiudicatario, della «parte del prezzo corrispondente al complessivo credito della stessa» (art. 41, 4° comma, TUB). Il pagamento diretto però è stato limitato al caso di vendita forzata disposta dal «giudice dell’esecuzione» ed è stato abrogato nel caso di vendita fallimentare [17]. Il TUB non ha introdotto espressamente l’obbligo della banca di chiedere la am­missione al passivo, ma non si è dubitato che la banca avesse tale obbligo, in forza dei principi che regolano le procedure concorsuali e dell’art. 41, 2° comma, TUB, che attribuisce al fallimento le somme ricavate dall’esecuzione eccedenti la quota che «in sede di riparto risulta spettante alla banca» . Pertanto è stato subito chiarito che l’istituto di [continua ..]

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4. Il caso deciso da Cass. n. 23482/2018
Questi erano gli orientamenti di dottrina e giurisprudenza quando è stata emessa la sentenza in esame [23], che trae origine da un procedimento di espropriazione immobiliare promosso dal creditore fondiario nei confronti del debitore in bonis e proseguito dopo la dichiarazione di fallimento. Il curatore fallimentare interveniva nell’espropriazione e chiedeva di partecipare alla distribuzione del ricavato per la soddisfazione di alcuni crediti prededucibili: ICI relativa all’immobile, oneri condominiali e compensi spettanti alla curatela. Nel progetto di distribuzione non veniva riconosciuta la prededuzione richiesta dal curatore. Il giudice dell’esecuzione con ordinanza ex art. 512 c.p.c. rigettava le contestazioni mosse dal curatore al progetto di distribuzione. Il curatore proponeva opposizione agli atti esecutivi, rigettata dal Tribunale sulla base di due argomenti: – il giudice dell’esecuzione, in sede di distribuzione all’esito della procedura ese­cutiva individuale proseguita dal creditore fondiario, non deve tener conto delle vicende intervenute nella procedura fallimentare, in quanto l’attribuzione operata in sede esecutiva è provvisoria e gli organi della procedura fallimentare possono sempre ottenere la restituzione degli importi eventualmente ricevuti in eccesso dall’isti­tuto di credito fondiario; – i crediti concretamente vantati dalla curatela non erano privilegiati in sede esecutiva. Avverso questa decisione la curatela del fallimento proponeva ricorso per Cassazione «limitatamente al profilo riguardante l’importo pagato per l’ICI e quello relativo agli oneri condominiali per la conservazione del bene (cfr. pag. 9 e 10 del ricorso)». Il procedimento veniva rimesso alla trattazione in camera di consiglio, ai sensi dell’art. 380-bis.1 c.p.c., e il pubblico ministero nelle conclusioni scritte chiedeva il rigetto del ricorso. Successivamente veniva disposta la trattazione in pubblica udienza. La Corte di Cassazione con la sentenza in esame, dopo avere svolto una ampia disamina dei rapporti tra credito fondiario e procedura fallimentare, accoglie il ricorso e detta alcune “norme di comportamento” per i giudici dell’esecuzione [24].

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5. Sintesi della motivazione della sentenza
La prima parte della decisione contiene un paragrafo dedicato alla “Ricostruzione sistematica della disciplina dei rapporti tra esecuzione individuale promossa per credito fondiario e fallimento” e imputa al giudice del merito di non avere correttamente applicato i principi affermati in materia dalla Suprema Corte, principi ai quali la sentenza invece vuole dare continuità; queste affermazioni saranno approfondite più avanti, in quanto sembra che sia stata invece proprio la sentenza in esame ad invertire la rotta rispetto ad orientamenti giurisprudenziali ormai consolidati [25]. Prima di decidere l’unico motivo di ricorso, la Suprema Corte afferma che la possibilità per il curatore di ottenere dal creditore fondiario la restituzione delle somme ricevute in eccesso non esclude la rilevanza degli accertamenti e della «graduazione già avvenuti in sede fallimentare». Aggiunge che «laddove tali accertamenti e tale graduazione siano in qualche modo già avvenuti nella sede ad essi deputata, sebbene non in modo definitivo (essendo la procedura concorsuale ancora pendente), al fine di determinare la somma da attribuire in via provvisoria al creditore fondiario nell’esecuzione individuale eccezionalmente proseguita, di tali accertamenti debba certamente tenersi conto». In particolare, prosegue la sentenza, il giudice dell’esecuzione deve tenere conto dei provvedimenti definitivi di rigetto della domanda di ammissione al passivo, o di accoglimento per importi inferiori rispetto alle somme riscosse e «va escluso che il creditore fondiario possa trattenere le somme riscosse dall’aggiudicatario in misura superiore all’importo per cui sia stato ammesso al passivo del fallimento, anche in pendenza di una opposizione allo stato passivo volta a rivendicare l’ammissione per una somma maggiore». In questo modo sarebbero ridotti i rischi collegati alla successiva azione di ripetizione che è «incerta nella fruttuosità del suo esito». Dopo queste premesse, la Suprema Corte osserva che il giudice dell’esecuzione, oltre a liquidare le spese del processo esecutivo individuale, deve «verificare se esistano provvedimenti degli organi della procedura fallimentare che abbiano – direttamente o indirettamente – operato l’accertamento, la quantificazione e la graduazione [continua ..]

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6. Sulla ammissione al passivo come condizione per la partecipazione al riparto: considerazioni critiche
La motivazione della sentenza in esame non sembra addurre i necessari argomenti che avrebbero potuto giustificare il cambio di rotta rispetto ai precedenti della Suprema Corte nella stessa materia. Due affermazioni contenute nella sentenza si pongono in continuità con la giurisprudenza precedente e sono certamente da condividere: a) davanti al giudice dell’esecuzione hanno rilevanza gli accertamenti definitivi e la graduazione già avvenuti in sede fallimentare[27]; b) l’attribuzione delle somme al creditore fondiario nella espropriazione singolare ha natura provvisoria. Invece altri passaggi della motivazione della sentenza non convincono. Innanzitutto, non sembra potersi condividere la affermazione secondo la quale l’ammissione al passivo sarebbe un elemento costitutivo del diritto del creditore fondiario di soddisfarsi nella espropriazione singolare [28]. Va al riguardo tenuto presente che la facoltà della banca di iniziare o proseguire l’espropriazione è prevista dalla legge e le disposizioni vigenti non subordinano il diritto del creditore fondiario alla preventiva ammissione al passivo. Sul punto la giurisprudenza precedente era costante. D’altronde l’art. 41 TUB consente espressamente al creditore fondiario il potere di iniziare o proseguire «l’azione esecutiva sui beni ipotecati a garanzia di finanziamenti fondiari (...) anche dopo la dichiarazione di fallimento del debitore». È vero che l’art. 52, 3° comma, L. Fall., nel testo in vigore dopo la riforma del 2006, prevede l’onere del creditore fondiario di chiedere la ammissione al passivo, ma nessuna disposizione subordina l’azione esecutiva per credito fondiario alla preventiva ammissione al passivo. Dopo avere affermato che la ammissione al passivo è il “fatto costitutivo” del diritto del creditore fondiario di agire esecutivamente in pendenza di fallimento, la Suprema Corte affronta alcune conseguenze pratiche derivanti dalla nuova ricostruzione dei rapporti tra espropriazione per credito fondiario e fallimento, nel caso in cui il processo esecutivo sia giunto alla fase della distribuzione del ricavato, ma la verifica fallimentare sia ancora in corso. Per disciplinare il rapporto tra i due procedimenti la Suprema Corte fa leva sul potere del giudice di direzione del processo ed afferma che il giudice dell’esecuzio­ne [continua ..]

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7. Sulla c.d. graduazione implicita o indiretta e sul rischio di “infruttuosità” nel caso di soddisfazione anticipata del creditore fondiario
Altro punto della sentenza, che va approfondito, è costituito dalla affermazione secondo la quale il giudice dell’esecuzione, nella fase della distribuzione del ricavato, dovrebbe verificare se esistano provvedimenti degli organi della procedura falli­mentare «che abbiano – direttamente o indirettamente – operato l’accertamento, la quantificazione e la graduazione del credito posto in esecuzione (nonché di quelli eventualmente maturati in prededuzione nell’ambito della procedura fallimentare, purché già accertati, liquidati e graduati dagli organi competenti con prevalenza su di esso)». L’argomento è ripreso in altri passaggi della motivazione, dove si legge che il giudice dell’esecuzione, su istanza del curatore, dovrà occuparsi della «graduazione dei crediti». Per i debiti della massa occorre che il pagamento sia già avvenuto e «che esso sia stato in qualche modo già graduato dal giudice delegato (o dagli altri organi della procedura fallimentare competenti (la sottolineatura è aggiunta, n.d.r.) con prevalenza sul credito dell’istituto fondiario. Tale graduazione (...) può essere in alcuni casi anche implicita o indiretta». Cosa debba intendersi per graduazione implicita o indiretta non è affatto chiaro [33]; allo stesso modo non si comprende la affermazione secondo la quale la graduazione potrebbe essere effettuata da organi fallimentari diversi rispetto al giudice delegato [34]. Nel fallimento la graduazione costituisce l’esito di un procedimento, che prevede la formazione del piano di riparto e il suo esame da parte dei creditori; semplici provvedimenti che dispongono spese non possono sostituire la approvazione del piano di riparto, che è accompagnata da specifici rimedi in favore dei creditori [35]. Non va neppure trascurato che l’affermazione della sentenza, secondo la quale si dovrebbe attribuire rilevanza nell’espropriazione singolare alla c.d. graduazione implicita (che è soltanto una prognosi di futura graduazione), appare in contrasto con l’art. 41, 2° comma, TUB, il quale stabilisce espressamente che l’obbligo di restituzione scatta soltanto dopo la approvazione del piano di riparto nel fallimento: se la graduazione dovesse avere luogo nella espropriazione [continua ..]

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8. Cenni sull’oggetto delle contestazioni ex art. 512 c.p.c.
Nella parte finale della motivazione la Corte di Cassazione afferma che l’op­posizione agli atti esecutivi è un giudizio di impugnazione di un atto del processo esecutivo e, quindi, «a carattere meramente rescindente» ed aggiunge che il giudice dell’opposizione deve limitarsi ad annullare l’ordinanza del giudice dell’ese­cuzione. Sulla base di questa premessa la sentenza in esame decide nel merito ed annulla l’ordinanza del giudice dell’esecuzione che aveva risolto le contestazioni ex art. 512 c.p.c.; afferma inoltre che il giudice dell’esecuzione avrà «il potere-dovere di rinnovare l’atto esecutivo dichiarato nullo, conformandosi ai principi di diritto indicati nella presente decisione». Anche questi passaggi della decisione richiedono un approfondimento. In primo luogo non può sfuggire che la sentenza ha enunciato una serie di principi che vanno ben oltre la fattispecie decisa. Il ricorso per cassazione aveva avuto ad oggetto soltanto la questione relativa alla prededuzione dei crediti della curatela per ICI ed oneri condominiali. Per gli ulteriori crediti la curatela non aveva proposto impugnazione e si era formato un giudicato interno. Pertanto si deve ritenere che il giudice dell’esecuzione dovrà limitare i suoi accertamenti alla verifica della sussistenza dei crediti per ICI e per oneri condominiali. Va ancora considerato che l’impugnazione dei provvedimenti del giudice dell’e­secuzione che decidono le controversie in materia di distribuzione del ricavato ha caratteristiche peculiari rispetto alle ordinarie opposizioni agli atti esecutivi. In particolare, la pronuncia del giudice dell’esecuzione che decide l’opposizione agli atti esecutivi avverso l’ordinanza ex art. 512 c.p.c. non ha un carattere meramente rescindente e deve accertare l’esistenza dei crediti e delle cause di prelazione, con efficacia endoprocessuale. A questo riguardo, valga ricordare che, ai sensi dell’art. 512 c.p.c., il giudice dell’esecuzione risolve con ordinanza le controversie tra i creditori concorrenti o tra creditore e debitore o terzo assoggettato all’espropriazione, circa la sussistenza o l’am­montare di uno o più crediti o circa la sussistenza di diritti di prelazione. La disposizione aggiunge che l’ordinanza [continua ..]

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9. Il credito fondiario nel Codice della crisi d’impresa
Sulla Gazzetta Ufficiale del 14 febbraio 2019 è stato pubblicato il D.Lgs. 12 gennaio 2019, n. 14, Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza in attuazione della legge 19 ottobre 2017, n. 155, che ha riformato le procedure concorsuali ed ha sostituito il termine fallimento con quello di liquidazione giudiziale. L’entrata in vigore del Codice della crisi è prevista dopo il decorso di diciotto mesi dalla data della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale e pertanto il 14 agosto 2020 (art. 389 del Codice). La disciplina transitoria stabilisce che le procedure fallimentari pendenti alla data di entrata in vigore della riforma, nonché le procedure che saranno aperte a seguito della definizione di ricorsi già pendenti alla stessa data, saranno definite secondo le disposizioni della legge fallimentare (art. 390 del Codice della crisi). Nonostante le previsioni della legge delega, il Codice della crisi ha confermato il privilegio riservato al creditore fondiario: in particolare il Governo non si è avvalso della disposizione contenuta nell’art. 7, 4° comma, della legge delega, che gli consentiva di «escludere l’operatività di esecuzioni speciali e di privilegi processuali, anche fondiari». L’art. 41 TUB non è stato modificato. Gli artt. 150 e 151 del Codice della crisi, che aprono le disposizioni sugli effetti dell’apertura della liquidazione giudiziale per i creditori [38], riproducono il contenuto degli artt. 51 e 52 L. Fall. e hanno mantenuto la deroga in favore del creditore fondiario. In particolare, l’art. 150, che stabilisce il «Divieto di azioni esecutive e cautelari individuali», continua a prevedere che «salvo diversa disposizione della legge», dal giorno della dichiarazione di apertura della liquidazione giudiziale nessuna azione individuale esecutiva o cautelare, anche per crediti maturati durante la liquidazione giudiziale, può essere iniziata o proseguita sui beni compresi nella procedura. Nel successivo art. 151, 1° comma, si legge che la liquidazione giudiziale apre il concorso dei creditori sul patrimonio del debitore e che ogni credito, anche se munito di diritto di prelazione o prededucibile, nonché ogni diritto reale o personale, mo­biliare o immobiliare, deve essere accertato nel procedimento di formazione [continua ..]

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NOTE

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