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Le principali questioni analizzate dalla giurisprudenza in tema di esercizio provvisorio e di vendita e affitto d'azienda

Andrea Penta (Consigliere della Corte di Cassazione)

Il presente contributo analizza le principali questioni che, all’indomani della riforma della legge fallimentare e del decreto correttivo, sono state sottoposte al vaglio della giurisprudenza, di merito e di legittimità, in tema di esercizio provvisorio dell’impresa e di affitto/vendita di azienda (o di suoi rami), dedicando altresì un approfondimento ai poteri istruttori del Tribunale nella fase prefallimentare nell’ottica dell’adozione di misure cautelari e al ruolo nevralgico del curatore fallimentare.

 

The present paper analyzes the main issues that, following the reform of the bankruptcy law and the corrective decree, have been subject to the scrutiny of jurisprudence, merit and legitimacy, in terms of the provisional exercise of the company and the lease/sale of company (or its branches), also devoting a deepening to the powers instructors of the Court in the pre-bankruptcy phase in view of the adoption of precautionary measures and the nerve role of the bankruptcy trustee.

 

Sommario:

1. L’esercizio provvisorio dell’impresa - 1.1. Il comportamento dell’imprenditore in crisi - 1.2. La scelta riservata al Tribunale - 1.3. L’esercizio provvisorio disposto con la sentenza dichiarativa di fallimento - 1.4. Il ruolo degli amministratori - 1.5. I poteri istruttori nella fase prefallimentare - 1.6. L’esercizio provvisorio disposto per decreto del giudice delegato - 1.7. Il ruolo del curatore - 1.8. La sorte dei rapporti pendenti - 2. L’affitto dell’azienda o di rami dell’azienda - 2.1. I presupposti applicativi - 2.2. La scelta dell’affittuario - 2.3. Il contratto d’affitto - 2.4. Il contenuto del contratto - 2.5. Gli effetti del contratto - 2.6. I rapporti giuridici pendenti, i debiti e i crediti - 2.7. La retrocessione al fallimento - 2.8. Il diritto di prelazione e il suo esercizio - 2.9. I rapporti di lavoro - 3. La vendita dell’azienda - 3.1. La forma della cessione d’azienda - 3.2. Le modalità di vendita - 3.3. La successione nei rapporti pendenti - 3.4. I contratti di lavoro dipendente - 3.5. I debiti sorti prima del trasferimento - 3.5.1. La sorte dei crediti - 4. Il conferimento d’azienda - NOTE


1. L’esercizio provvisorio dell’impresa

L’esercizio provvisorio dell’impresa del fallito è disciplinato all’art. 104 L. Fall. e si inquadra nel favor manifestato dal legislatore settoriale verso soluzioni che, anche dopo l’intervenuta declaratoria di fallimento, possano prevenire il rischio di dissoluzione definitiva di valori, soprattutto immateriali, di disgregazione di risorse, anche umane, e di costi per la collettività, che vanno ben oltre le perdite patrimoniali dirette subite dal ceto creditorio.

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1.1. Il comportamento dell’imprenditore in crisi

L’imprenditore, per escludere lo stato di insolvenza, ha a disposizione lo strumento del pactum de non petendo, la cui efficacia, pur non condizionata all’adesio­ne di tutti i creditori, è tuttavia correlata alla sua idoneità – in relazione alla complessiva condizione debitoria dell’impresa e con riguardo alla scadenza delle obbligazioni escluse dal patto medesimo – ad escludere lo stato d’insolvenza del debitore, se ed in quanto esso testimoni la condizione di credito e di fiducia di cui gode il debitore nel ceto creditorio considerato nel suo complesso [1]. L’efficacia di siffatto accordo realizza una rinuncia temporanea del singolo creditore alla soddisfazione del suo credito; perciò, deve essere valutata nell’ottica della capacità del debitore di assolvere, in prospettiva, con puntualità e mezzi normali, al complesso delle obbligazioni residue alle scadenze convenute, estinguendole [continua ..]

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1.2. La scelta riservata al Tribunale

Il Tribunale, qualora abbia la percezione che ricorrano i presupposti per disporre la continuazione temporanea dell’esercizio dell’impresa, deve acquisire, anche mediante la nomina di un consulente tecnico d’ufficio, un’appropriata conoscenza dei dati e della reale situazione aziendale. Il giudice dovrà condurre un giudizio di tipo prognostico: se si giunge alla conclusione per cui l’attività di impresa e/o di singoli rami della stessa, al netto degli oneri finanziari, conservi sufficienti margini di competitività sul mercato, potrà disporre l’esercizio provvisorio dell’impresa. All’uopo, rilevante è l’attività collaborativa dell’imprenditore in crisi, il quale elabora e giustifica un piano, che descriva le caratteristiche organizzative e operative dell’impresa fallita, dei suoi punti di forza e di debolezza, delle sue prospettive in termini [continua ..]

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1.3. L’esercizio provvisorio disposto con la sentenza dichiarativa di fallimento

L’art. 104 L. Fall. disciplina due ipotesi di esercizio provvisorio dell’impresa, il cui discrimen non è solo temporale, ma anche relativo ai presupposti oggettivi e al­l’iter procedurale previsto per l’adozione dei provvedimenti. In particolare, il Tribunale può disporre l’esercizio provvisorio dell’impresa, anche limitatamente a specifici rami dell’azienda, con sentenza dichiarativa di fallimento [2], la quale, inoltre, non estingue il potere di autorizzazione ufficiosa dell’e­sercizio provvisorio, qualora emergano elementi che facciano ritenere che nell’am­bito dell’istruttoria prefallimentare non sia stata adeguatamente rappresentata l’esi­stenza di quel «danno grave» che ne costituisce il presupposto [3]. La decisione del Tribunale muove dal legittimo convincimento che la prosecuzione dell’attività dell’impresa insolvente non [continua ..]

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1.4. Il ruolo degli amministratori

La prima e più chiara indicazione in ordine alla ricorrenza dei presupposti per disporre un eventuale esercizio dell’impresa da parte del Tribunale potrebbe (recte, dovrebbe) provenire proprio dal managment dell’impresa in stato di decozione [11]. Talvolta, infatti, la necessità di predisporre l’esercizio provvisorio in caso di fallimento potrebbe essere espressamente sollecitata o, almeno, favorita dagli amministratori, che rivestono un ruolo determinante nell’eventuale ricorso all’esercizio provvisorio, disposto in sentenza o frutto della successiva istanza avanzata dalla curatela. A carico degli amministratori grava un obbligo di rilevare tempestivamente l’in­solvenza per porre in essere le iniziative volte a contenere gli effetti negativi della crisi, instando per il fallimento della società rappresentata [12] o, in sede prefallimentare, allegando una relazione da cui si evincano, in uno alla [continua ..]

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1.5. I poteri istruttori nella fase prefallimentare

Descritto il ruolo degli amministratori nella gestione della crisi, non si può dimenticare che nella fase prefallimentare, deputata all’accertamento dei presupposti per la dichiarazione di fallimento, il collegio, sin dal momento in cui emana il decreto di convocazione e anche dopo la sua emissione, può richiedere eventuali informazioni urgenti in limitati casi ed avvalersi dei propri poteri istruttori d’ufficio solo allorquando, all’esito (e nei limiti) delle deduzioni e delle eventuali allegazioni delle parti, permanga il dubbio su alcuni aspetti rilevanti ai fini della decisione. I mezzi istruttori disponibili d’ufficio sono diretti esclusivamente a verificare gli assunti delle parti e non possono violare la norma fondamentale contenuta nell’art. 115 c.p.c. Gli stessi, dovendo restare nell’alveo della tipicità, potranno sostanziarsi: nel­l’ordine di esibizione di libri e scritture ex artt. 210 [continua ..]

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1.6. L’esercizio provvisorio disposto per decreto del giudice delegato

Alternativo al modello di esercizio provvisorio disposto dal Tribunale in sede di sentenza dichiarativa di fallimento è quello autorizzato con decreto motivato del giudice delegato, su proposta del curatore e previo parere favorevole del comitato dei creditori. Il curatore, cui è riservato il potere di iniziativa in via esclusiva ed al quale è lasciato un ampio margine discrezionalità sull’opportunità e convenienza della continuazione dell’attività d’impresa, in vista di un miglior risultato della liquidazionecon­corsuale, avrà l’onere di valutare l’esistenza di circostanze tali da consigliare la richiesta agli organi della procedura di riprendere (ove già non disposto nella sentenza dichiarativa di fallimento) l’esercizio dell’impresa fallita (o di rami di essa). Sulla base della proposta del curatore, che dovrà essere modulata in via adeguata alla natura e [continua ..]

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1.7. Il ruolo del curatore

Una volta autorizzato l’esercizio provvisorio, al fallito è riservata (recte, conservata) la titolarità dell’impresa, mentre la sua gestione spetta al curatore. A carico di quest’ultimo è posto l’onere di garantire costanti flussi informativi verso gli altri organi della procedura, nonché l’obbligo di convocare il comitato dei creditori almeno ogni tre mesi per informarlo sull’andamento della gestione e per pronunciarsi sull’opportunità di proseguire l’esercizio. Il curatore è, altresì, obbligato alla rendicontazione semestrale periodica, nonché di fine esercizio, mediante deposito in cancelleria del relativo documento, nel termine di sessanta giorni dalla scadenza del semestre o dalla cessazione dell’esercizio provvisorio, in applicazione analogica di quanto previsto per la relazione ex art. 33 L. Fall. [17]. Invero, la continuazione temporanea [continua ..]

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1.8. La sorte dei rapporti pendenti

Il 7° comma dell’art. 104 L. Fall. prevede che, qualora si dia corso all’esercizio provvisorio, i contratti pendenti proseguono, salvo che il curatore non intenda sospenderne l’esecuzione o scioglierli. Qualora il curatore opti per la sospensione del contratto, l’altro contraente potrà mettere in mora la curatela (c.d. actio interrogatoria), facendogli assegnare dal giudice delegato un termine massimo di 60 giorni, decorso il quale il contratto, salva diversa volontà del curatore medesimo, deve intendersi sciolto [20]. Quanto alla sorte dei crediti, quelli successivi al termine dell’esercizio provvisorio sono prededucibili soltanto nel caso in cui il curatore (al termine dell’esercizio provvisorio) abbia optato per il subentro nel contratto; i crediti relativi alla pendenza dell’esercizio sono sempre sicuramente prededucibili; infine, per quelli sorti anterior­mente al fallimento, la loro [continua ..]

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2. L’affitto dell’azienda o di rami dell’azienda

L’affitto dell’azienda o di rami di essa rappresenta uno degli strumenti più idonei a soddisfare le esigenze conservative degli assets societari in funzione della migliore liquidazione. Sia l’esercizio provvisorio dell’impresa che l’affitto dell’azienda costituiscono mi­sure di conservazione del patrimonio dell’imprenditore fallito in vista della successiva liquidazione dei beni, ma con una sostanziale differenza quanto al profilo della ripartizione del rischio d’impresa: mentre con l’esercizio provvisorio lo stesso rimane in capo alla procedura, con l’affitto d’azienda viene trasferito all’affittuario, evitandosi così il pericolo di accumulare una debitoria prededucibile ai danni della massa. In quest’ottica, l’art. 104-bis, 1° comma, L. Fall. è ispirata dalla duplice esigenza di conservazione del complesso aziendale e di preparazione delle condizioni [continua ..]

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2.1. I presupposti applicativi

L’art. 104-bis, 1° comma, L. Fall., attribuisce in via esclusiva il potere di iniziativa al curatore, il quale avrà il compito di valutare ed esporre le ragioni di convenienza di un eventuale affitto di azienda, di scegliere l’affittuario e di predisporre il relativo contratto. Previa stima del valore dell’azienda e dopo aver stabilito il canone di locazione, il curatore dovrà ottenere il parere vincolante del comitato dei creditori e l’autorizza­zione del giudice delegato.

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2.2. La scelta dell’affittuario

Sulla base di procedure competitive che garantiscano la trasparenza e le necessarie forme di pubblicità, la scelta dell’affittuario rappresenta, quindi, un atto del curatore e il provvedimento autorizzatorio del giudice delegato né è una mera presa d’atto. Di conseguenza, l’offerente che voglia impugnare la decisione del fallimento di stipulare l’affitto con un altro offerente ha l’onere di reclamare l’atto del curatore ex art. 36 e non il decreto del giudice ex art. 26 L. Fall. [25]. La scelta del contraente, che dovrà essere condotta non solo alla luce dell’inte­resse dei creditori al massimo realizzo, avviene all’esito di una procedura competitiva, che dovrebbe evidenziare a priori gli elementi in base ai quali intende scegliere l’affittuario. All’uopo, appare necessario, o quantomeno opportuno, depositare presso la cancelleria fallimentare la struttura [continua ..]

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2.3. Il contratto d’affitto

Il contratto d’affitto dovrà essere stipulato dal curatore nelle forme di legge e, anche in sede fallimentare, resta regolato dalle disposizioni di diritto comune. Nel contratto è necessario individuare e descrivere il compendio aziendale oggetto dell’affitto, così come indicare analiticamente i contratti in cui l’affittuario dovrà subentrare. Sul punto si osserva che, in tema di locazione di immobili non adibiti ad uso abitativo, a norma dell’art. 36, L. n. 392/1978, l’affitto di azienda relativo ad attività svolta in un immobile condotto in locazione non produce l’automatica successione dell’affittuario nel contratto di locazione dell’immobile, quale effetto necessario del trasferimento dell’azienda, in quanto la successione è soltanto eventuale e richiede comunque la conclusione, tra concedente ed affittuario dell’azienda, di un apposito negozio volto a porre in essere la [continua ..]

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2.4. Il contenuto del contratto

Il regolamento contrattuale deve, altresì, stabilire l’ammontare del canone e prevedere una durata, che risulta naturaliter contenuta nei limiti della procedura concorsuale, con la conseguenza che non sopravvive alla vendita fallimentare e non è opponibile all’acquirente inexecutivis. La normativa generale sull’affitto d’azienda ex art. 2562 c.c. prevede determinati obblighi per l’affittuario, in buona parte derogabili dalle parti, soprattutto in relazione all’uso dei segni distintivi dell’impresa e al rapporto concorrenziale tra le parti [30]. Si ritiene che il contratto di affitto si componga, oltre che di elementi tipici, propri di ogni contratto, e di clausole legali necessarie di cui all’art. 104-bis L. Fall., anche di clausole non legali e non necessarie. In particolare, il legislatore ha previsto un contenuto minimo e inderogabile (specificamente previsto all’art. 104-bis, [continua ..]

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2.5. Gli effetti del contratto

L’affittuario ha il diritto-dovere di esercitare l’azienda con la ditta che la contraddistingue e senza modificarne la destinazione. Inoltre, sull’affittuario grava il di­vieto di concorrenza ex art. 2557 c.c., il quale comporta che, per tutta la durata del contratto, è precluso iniziare una nuova impresa idonea a sviare la clientela dell’a­zienda ceduta. Poiché la violazione di tale divieto non richiede un danno effettivo o un’effettiva concorrenza, essendo sufficiente un danno potenziale per conseguire la risoluzione del contratto o l’inibitoria, l’accertamento di tale violazione non è correlato necessariamente alla verificazione concreta del danno, il quale, comunque, se accertato, dà luogo alla condanna al risarcimento dell’autore di esso [34]. L’affittuario dispone, inoltre, di quei beni aziendali che si consumano e/o sono soggetti a trasformazione durante il processo [continua ..]

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2.6. I rapporti giuridici pendenti, i debiti e i crediti

L’affitto d’azienda comporta, ex art. 2558 c.c., la trasmissione di tutti i rapporti contrattuali non aventi carattere personale, ma d’impresa [36]. Ai fini della valutazione della personalità del rapporto contrattuale, si deve avere riguardo alla posizione dell’affittuario, il quale non deve essere legato da scelte personali del cedente (recte, concedente), che egli può non condividere [37]. Sono trasferibili i contratti che non abbiano ancora avuto integrale esecuzione da entrambe le parti, atteso che quelli che hanno avuto una integrale esecuzione anche soltanto da una delle parti rilevano soltanto per le obbligazioni non ancora eseguite [38]. Al contrario, sono estranei al trasferimento i contratti che si sono sciolti per effetto del fallimento, o dai quali il curatore abbia ritenuto di sciogliersi ovvero che convenzionalmente le parti abbiano deciso di escludere. Inoltre, di regola, sono oggetto di affitto [continua ..]

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2.7. La retrocessione al fallimento

Il fenomeno della retrocessione dell’azienda nelle mani della procedura si può verificare nei casi di naturale scadenza del contratto o di risoluzione dello stesso. L’art. 104-bis L. Fall. espressamente tiene immune la procedura dalle responsabilità per i debiti maturati dall’affittuario sino alla retrocessione, in deroga agli artt. 2112 e 2560 c.c., così che il fallimento non sarà in alcun modo gravato dai debiti derivanti dalla gestione dell’affittuario. Avuto riguardo ai contratti, la disciplina prevede che il fallimento possa decidere se subentrare o meno in quelli pendenti (id est, anche in quelli sorti nel corso del­l’affitto): il curatore gestirà i rapporti giuridici pendenti dopo la retrocessione ai sensi degli artt. 72 ss. L. Fall., senza distinzione tra i contratti (precedenti) nei quali l’af­fittuario è subentrato e quelli conclusi dallo stesso. In relazione ai contratti [continua ..]

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2.8. Il diritto di prelazione e il suo esercizio

Previa espressa autorizzazione del giudice delegato e a seguito di parere favorevole del comitato dei creditori, può essere concesso convenzionalmente all’affittua­rio il diritto di prelazione: la legittimazione all’esercizio del diritto de quo non può sopravvivere alla caducazione del rapporto di affitto [42]. L’art. 104-bis, 5° comma, L. Fall. stabilisce che l’autorizzazione alla stipula dell’affitto non riguarda anche la concessione della prelazione, che deve essere oggetto di espressa menzione, pur contenuta nel medesimo provvedimento, senza necessità di un atto separato e distinto [43]. La prelazione convenzionale può convivere con quella legale accordata dall’art. 3, L. n. 223/1991, che concede all’imprenditore, il quale a titolo di affitto abbia assunto la gestione anche parziale di aziende appartenenti ad imprese assoggettate a procedure concorsuali, il diritto di prelazione [continua ..]

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2.9. I rapporti di lavoro

Con riferimento ai rapporti di lavoro, nel caso di affitto di azienda l’art. 2112 c.c. stabilisce che il rapporto continua con il cessionario e il lavoratore conserva tutti i diritti di cui godeva presso il cedente. L’applicazione dell’art. 2112 c.c. ai rapporti di lavoro, se da un lato favorisce il mantenimento della forza occupazionale, dall’altro ostacola il trasferimento dell’a­zienda stessa, soprattutto in caso di procedure concorsuali. Proprio al fine di agevolare la circolazione dell’azienda e la conservazione della stessa in sede fallimentare, l’art. 47, L. n. 428/1990 prevede che, nel caso di fallimento, sono disapplicate le tutele di cui all’art. 2112 c.c. per le aziende che abbiano i requisiti dimensionali per accedere alla Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria e che abbiano stipulato un accordo collettivo con le rappresentanze sindacali che consenta il mantenimento anche parziale dei livelli [continua ..]

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3. La vendita dell’azienda

Nel programma di liquidazione dell’attivo, il curatore deve dare specificamente conto della possibilità di cessione unitaria dell’azienda, di singoli rami, di beni o rap­porti giuridici [46]. Il curatore, nel rispetto del principio del massimo realizzo, indica le modalità di cessione che reputa più convenienti, privilegiando la liquidazione atomistica dei beni solo quando si possa presumere un realizzo economico maggiore rispetto a quello ricavabile dalla vendita in blocco dei beni aziendali o dalla vendita dell’azienda nel suo complesso (quest’ultima tesa a garantire la continuità aziendale), contemperando anche l’interesse del ceto creditorio, cui si deve assicurare la maggiore soddisfazione possibile in sede di riparto. Dal punto di vista pratico, il confine tra la vendita di singoli beni e il trasferimento di ramo di azienda è talvolta estremamente sottile. Nella cessione di ramo di azienda, a [continua ..]

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3.1. La forma della cessione d’azienda

Per il contratto di cessione d’azienda, la legge prescrive la forma scritta solo ad probationem, facendo salva l’osservanza delle disposizioni normative per il trasferimento di singoli beni che compongono l’azienda ovvero per la particolare natura del contratto. Esso, pertanto, ben potrà essere redatto per atto pubblico ovvero per scrittura privata autenticata e dovrà, in ogni caso, essere depositato per l’iscrizione presso il registro delle imprese nel termine di trenta giorni dalla stipula, a pena di inopponibilità ai terzi e conseguente responsabilità del fallimento per le obbligazioni contratte dal cessionario [49]. La previsione della forma scritta ad probationem di negozi che hanno ad oggetto il trasferimento della proprietà o del godimento dell’azienda concerne esclusivamente i rapporti fra cedente e cessionario, fra i quali è incorsa la relativa convenzione, mentre di questa i [continua ..]

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3.2. Le modalità di vendita

Il curatore può adottare tre distinte tipologie di procedure competitive: la vendita a trattativa privata; la vendita a procedure competitive semplificate; la procedura competitiva rigida. Per quanto concerne la vendita di singoli rami di azienda, va evidenziato che il requisito oggettivo dell’identità del ramo aziendale e dell’autonomia organizzativa e funzionale non deve necessariamente essere preesistente rispetto al trasferimento del ramo di azienda [53]. Nelle vendite coattive si tende a garantire l’acquirente solo in caso di vendita di aliud pro alio, che è configurabile quando il bene aggiudicato appartenga a un genere del tutto diverso da quello indicato nell’ordinanza di vendita, ovvero manchi delle qualità necessarie per assolvere la sua naturale funzione economico-sociale, ov­vero risulti compromessa la destinazione del bene all’uso che, preso in considerazione dalla succitata [continua ..]

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3.3. La successione nei rapporti pendenti

L’art. 2558 c.c. prevede la successione ipso iure nei contratti stipulati per l’eser­cizio dell’azienda da parte dell’acquirente, salva diversa pattuizione, ad esclusione dei contratti aventi carattere personale. Al terzo contraente ceduto è concesso la facoltà di recedere dal contratto, per mutamento della controparte contrattuale, entro tre mesi dalla notizia del trasferimento e solo se sussiste una giusta causa. Come nel caso di affitto d’azienda, così anche nell’ipotesi di vendita, il fenomeno successorio distingue il caso dei contratti completamente eseguiti e di quelli in cui residuano prestazioni a carico di solo una delle parti, per i quali non si applica l’art. 2558 c.c. [57], dal caso dei contratti in corso, che contemplano prestazioni ancora da eseguire per entrambe le parti, per i quali è dubbia la possibilità di un subentro automatico ex art. 2558 c.c.

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3.4. I contratti di lavoro dipendente

Per quanto attiene ai contratti di lavoro dipendente, posto che il trasferimento d’a­zienda non costituisce di per sé motivo di licenziamento, nell’ipotesi di mancata disdetta in tempo utile da parte della curatela [58], opera la regola dell’art. 2112 c.c., che disciplina la continuità dei rapporti di lavoro in corso con l’azienda ceduta [59]. L’art. 105, 3° comma, L. Fall. contempla un’eccezione a questa regola, al ricorrere di determinate condizioni disciplinate dall’art. 47, 5° comma, L. 29 dicembre 1990, n. 428. Quest’ultimo, ritenuto necessario il presupposto della cessazione del­l’attività aziendale [60], prevede che, nell’ambito di consultazioni sindacali finalizzate ad informare i lavoratori dei motivi del trasferimento, sia possibile, in occasione del trasferimento di imprese sottoposte a procedure concorsuali, stipulare un accordo di trasferimento anche [continua ..]

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3.5. I debiti sorti prima del trasferimento

Il 4° comma dell’art. 105 L. Fall. esclude la responsabilità dell’acquirente per i debiti relativi all’esercizio dell’azienda ceduta sorti prima del trasferimento (pur se iscritti nelle scritture contabili della fallita), salvo diversa determinazione convenzionale delle parti. Possono essere ceduti i debiti del fallimento, i cui relativi creditori siano già stati ammessi al passivo e che troverebbero collocazione sull’attivo fallimentare, perché, altrimenti, attraverso la cessione si attuerebbe una palese violazione della par condicio creditorum (e, in particolare, dei diritti vantati dai creditori di grado anteriore). I debiti relativi a passività assistite da garanzie reali o privilegi soggetti ad iscrizione, gravanti su beni di proprietà del fallimento, possono essere ceduti soltanto trasferendo anche i beni oggetto della garanzia reale o del privilegio iscritto in favore [continua ..]

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3.5.1. La sorte dei crediti

La giurisprudenza, aderendo alla concezione dell’azienda come universalità di beni, diritti, crediti e debiti, è concorde nel ritenere che la cessione d’azienda comporti anche il trasferimento dei crediti ad essa inerenti, salva contraria volontà manifestata dalle parti del contratto di cessione. La buona fede del debitore ceduto che abbia, nonostante la cessione, pagato al fallimento determinerà la liberazione dall’obbligazione, non essendo il trasferimento a lui opponibile, ma l’efficacia liberatoria riguarderà soltanto i rapporti tra cessionario e terzo e, quindi, il fallimento sarà tenuto (essendo il credito già stato oggetto di cessione regolarmente resa nota) alla restituzione al cessionario di quanto incassato. In particolare, l’azione di quest’ultimo nei confronti della procedura per il recupero di quanto indebitamente percepito comporta l’insinuazione al passivo del [continua ..]

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4. Il conferimento d’azienda

Tra le molteplici modalità dismissive contemplate dall’art. 105 L. Fall. si distingue, per la sua intrinseca peculiarità, il conferimento d’azienda, quale operazione so­cietaria, che, ispirata dall’intento di conseguire un effetto segregativo del patrimonio dell’imprenditore insolvente, offre un ulteriore strumento volto a consentire la prosecuzione dell’attività di impresa. Il conferimento dell’azienda nella “società veicolo” rappresenta una soluzione che potrebbe presentarsi particolarmente vantaggiosa ai fini della liquidazione falli­mentare: le azioni (o quote) della società conferitaria potrebbero incontrare il gradimento di una più ampia platea di soggetti interessati all’acquisizione; tanto senza voler considerare la possibilità che le partecipazioni stesse (in tutto o in parte) potrebbero essere destinate (e/o offerte in sottoscrizione) agli stessi creditori [continua ..]

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NOTE

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