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Classi creditorie nel concordato preventivo, strumenti di tutela e non applicabilità della c.d. “doppia conforme” al reclamo fallimentare

Giacinto Parisi (Avvocato e Dottorando di ricerca nell’Università di Roma Tre)

Lo scritto esamina la disciplina delle classi di creditori nell’ambito del concordato preventivo, con particolare riferimento ai poteri di sindacato del Tribunale, nonché ai rimedi esperibili dai medesimi creditori a tutela del corretto “classamento” dei propri crediti. Alcune brevi notazioni sono infine riservate alla questione dell’applicabilità dell’istituto della c.d. “doppia conforme” al giudizio di reclamo fallimentare.

PAROLE CHIAVE: concordato preventivo - proposta di concordato - erronea collocazione del credito - contestazione del creditore - organizzazione - omologazione - opposizione alla omologazione - giudizio di omologazione - poteri di valutazione del Tribunale

The paper examines the provisions regulating the division of creditors into classes within the context of the concordato preventivo (a procedure aimed at avoiding bankruptcy thanks to an agreement between the debtor and the creditors blessed by a judge), with particular reference to the jurisdictional powers of the court and to the remedies that can be lodged by the same creditors in order to protect the correct classification of their credits. The paper also offers some brief thoughts on the issue of the applicability of the so called “doppia conforme” institute to the bankruptcy claim judgment.

 

CASSAZIONE CIVILE, SEZ. I, ORD. 16 APRILE 2018, N. 9378

Pres. DIDONE, Rel. PAZZI

Concordato preventivo – Proposta di concordato – Classi – Erronea collocazione del credito – Contestazioni del creditore – Rimedi – Opposizione all’omologazione

(Artt. 160, 180, L. Fall.)

Il creditore può contestare l’erronea collocazione del proprio credito all’interno di una determinata classe del concordato preventivo esclusivamente attraverso l’opposizione all’omologazione. (Massima non ufficiale).

 

Concordato preventivo – Proposta di concordato – Classi – Corretta suddivisione dei creditori – Poteri di valutazione del Tribunale – Apertura della procedura – Giudizio di omologazione – Sussiste

(Artt. 163, 180 L. Fall.)

Nell’ambito del concordato preventivo il Tribunale deve valutare la corretta suddivisione dei creditori in classi sia al momento dell’apertura della procedura sia in sede di omologazione della proposta di concordato. (Massima non ufficiale).

 

Concordato preventivo – Reclamo – Ricorso per cassazione – Provvedimento reso all’esi­to del giudizio di reclamo – Applicabilità della c.d. “doppia conforme” – Esclusione

(Art. 183 c.p.c., art. 348-ter, 5° comma, L. Fall.)

La disposizione di cui all’art 348-ter, 5° comma, c.p.c. non si applica al ricorso per cassazione avverso il provvedimento emanato all’esito del giudizio di reclamo ex art. 183 L. Fall. (Massima non ufficiale).

 

(Omissis)

1. Con decreto in data 3 aprile 2014 il Tribunale di Milano omologava il concordato preventivo con continuità aziendale presentato da Alcea s.r.l. dopo aver rigettato l’opposizione proposta da Rotea s.a.s. di Reggiani Antonio & C.; nell’adotta­re quest’ultima statuizione il Tribunale milanese riteneva corretta la collocazione di Rotea s.a.s. nella quinta delle sette classi in cui era stato suddiviso il ceto creditorio chirografario, dove l’opponente si trovava raggruppata unitamente a istituti di credito di primario rilievo, poiché in tale classe erano stati collocati creditori accomunati dall’aver ricevuto garanzie da Alcea s.r.l. per debiti delle sue partecipate.

2. La Corte d’Appello di Milano, con decreto del 26 giugno 2014, respingeva il reclamo presentato da Rotea s.a.s. condividendo il giudizio del collegio di prime cure in merito alla correttezza dell’inclusione dell’opponente nella quinta classe, dove erano stati inclusi crediti di firma vantati nei confronti di due debitori.

3. Haproposto ricorso per cassazione contro questa pronuncia Rotea s.a.s. al fine di far valere due motivi di impugnazione.

(Omissis)

Il Procuratore Generale ha depositato conclusioni scritte, ex art. 380 bis.1 c.p.c., sollecitando la declaratoria di inammissibilità del primo motivo di ricorso e il rigetto del secondo.

(Omissis)

4. Il primo motivo di ricorso denuncia la violazione e la falsa applicazione del­l’art. 160, comma 1, lett. c), l. fall.: in tesi di parte ricorrente, posto che l’espressio­ne “interessi economici omogenei” deve essere intesa come riferita alla fonte e alla tipologia socio-economica del credito, riguardando l’omogeneità soggettiva non solo la qualità del creditore, ma anche i caratteri propri del credito o della strutturazione della proposta, la corte territoriale aveva erroneamente reputato il credito commerciale di pertinenza di una società personale di modeste dimensioni omogeneo ai crediti finanziari annoverati da istituti di credito in quanto, nel sottolineare la comune natura di crediti di firma vantati verso due creditori, aveva finito per applicare nuovamente il criterio dell’omogeneità delle posizioni giuridiche e aveva così trascurato di considerare l’omogeneità delle posizioni sotto un profilo soggettivo, secondo categorie autenticamente economiche; né era possibile sostenere che il criterio oggettivo relativo alla natura del credito avesse valenza prevalente su quello soggettivo ri­guardante la qualità del creditore, dato che entrambi i profili dovevano concorrere alla corretta ed equa distribuzione dei creditori per classi.

La corte distrettuale, ove avesse valorizzato in maniera adeguata la nozione di interessi economici omogenei senza fagocitarla nell’omogeneità delle posizioni giuridiche, si sarebbe di certo avveduta – a dire del ricorrente – del fatto che Rotea s.a.s. era stata chiamata a condividere le sorti del proprio credito commerciale, relativo a canoni di locazione di immobili costituenti la sua unica fonte di reddito, con soggetti titolari di crediti di natura propriamente finanziaria e caratteristiche economiche ben diverse.

Il secondo mezzo di impugnazione lamenta l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di precedente discussione fra le parti, dato che la corte distrettuale non aveva preso posizione sulla fonte storica dell’obbligazione di Alcea s.r.l. (costituita dagli accordi transattivi relativi alla morosità di WIP Coatings, il cui debito era stato accollato da Alcea s.r.l.) al fine di fondare la propria valutazione di omogeneità con gli altri crediti collocati nella medesima classe.

4. È opportuno premettere che il creditore ricorrente aveva interesse ed era legittimato a proporre opposizione all’omologazione. Esclusa l’applicabilità al caso dispecie del disposto dell’art. 176, comma2, l. fall., che riguarda i crediti contestati ed estromessi dal voto mentre nel caso di specie il credito è stato ammesso al voto nel novero di una classe a dire del suo titolare disomogenea, è indubbio che Rotea s.a.s. fosse titolare di un interesse contrario all’omologazione, lamentando l’inserimento al­l’interno di una classe con grado di soddisfazione deteriore rispetto a quella dove se­condo la sua prospettazione doveva essere collocata, e fosse di conseguenza legittimata a proporre opposizione all’omologa, dato che quest’ultima costituisce l’unico mezzo processuale concesso alla parte per contestare la collocazione all’interno di una classe avvenuta in contrasto con i criteri previsti dall’art. 160, comma 1, lett. c), l. fall.

È indubbio poi che la valutazione della corretta suddivisione in classi, avendo diretta influenza tanto sulla formazione del voto e, conseguentemente, sul regolare svolgimento della procedura concordataria, quanto sulla correttezza della previsione di trattamenti differenziati fra creditori, attenga alla legittimità della proposta e alla regolarità della procedura concordataria e debba perciò essere indagata dal collegio, oltre che al momento dell’apertura della procedura, anche in sede di omologa.

5. Il primo motivo di ricorso non è fondato.

Questa Corte (Sez. 1, n. 13284/2012) ha già avuto modo di chiarire che la proposta di concordato preventivo, ove intenda prevedere la suddivisione in classi, deve necessariamente conformarsi ai due criteri fissati dal legislatore all’art. 160,com­ma 1, lett. c), l. fall., costituiti dall’omogeneità delle posizioni giuridiche e degli interessi economici. L’omogeneità delle posizioni giuridiche, quale criterio volto a garantire sul piano formale le posizioni più o meno avanzate delle aspettative di soddisfo, riguarda la natura oggettiva del credito e concerne le qualità intrinseche delle pretese creditorie, tenendo conto dei loro tratti giuridici caratterizzanti, del carattere chirografario o privilegiato, della eventuale esistenza di contestazioni nella misura o nella qualità del credito, della presenza di un eventuale titolo esecutivo provvisorio. L’omo­geneità degli interessi economici, essendo un criterio volto a garantire sul piano sostanziale la par condicio, ha riguardo alla fonte e alla tipologia socio-economica del credito (banche, fornitori, lavoratori dipendenti, ecc.) e al peculiare tornaconto vantato dal suo titolare (in ragione ad esempio dell’entità del credito rispetto all’indebi­tamento complessivo, della presenza di coobbligati o dell’eventuale interesse a proseguire il rapporto con l’imprenditore in crisi), al fine di garantire secondo canoni di ragionevolezza una maggiore adeguatezza distributiva in presenza di condizioni di omogeneità di posizione. Ne sovviene che i criteri in parola, distinti e concorrenti, deb­bono essere congiuntamente esaminati per verificare l’omogeneità dei crediti raggruppati, ove l’imprenditore intenda prevedere una suddivisione in classi; tale omogeneità non può però essere predicata in termini di assoluta identità o coincidenza (dato che, ove così fosse, sarebbe possibile formare classi soltanto in presenza di crediti con caratteristiche del tutto uguali), ma consiste invece nella concorrenza di tratti principali comuni di importanza preponderante che rendano di secondario rilievo gli elementi differenzianti e giustifichino secondo criteri di ragionevolezza (o meritevolezza, ex art. 1322 c.c.) una comune sorte satisfattiva delle posizioni riunite all’interno della medesima classe.

Così delineati gli elementi fondanti dell’istituto le valutazioni espresse dalla corte territoriale non si prestano a censure di sorta, laddove hanno inteso valorizzare, sotto il profilo della posizione giuridica, la comune natura (prestazione di garanzia) dei crediti con identico grado di protezione riuniti nella classe in questione e, sotto il profilo degli interessi economici, l’esistenza di un codebitore, con un conseguente ampliamento delle prospettive di soddisfazione, e la coincidente fonte volontaria delle differenti posizioni creditorie, costituite da Alcea s.r.l. con analoga attività di carattere finanziario a beneficio delle controllate secondo una logica di gruppo, trattandosi di elementi riconducibili alle categorie richiamate dall’art. 160, comma 1, lett. c), l. fall.

Una volta esclusa l’esistenza di un vizio di sussunzione della fattispecie concreta nei canoni previsti dalla norma appena richiamata, rientra poi nei compiti affidati al giudice di merito, le cui valutazioni non sono censurabili in questa sede se adeguatamente motivate, l’individuazione dei tratti di maggior rilievo, sotto entrambi i profili, propri dei vari crediti e l’apprezzamento del loro carattere preponderante sugli elementi differenzianti, tale da giustificare un comune trattamento satisfattivo (il che coincide con quanto fatto dalla corte distrettuale, la quale, dopo aver ravvisato la sussistenza di entrambi i criteri richiesti dall’art. 160, comma 1, lett. c), l. fall., nell’indivi­dua­re lo standard di omogeneità ha ritenuto che il tratto coincidente, sotto il profilo della posizione giuridica, della identica natura giuridica dei crediti inseriti nella quinta classe fosse preponderante sull’elemento differenziante delle diverse caratteristiche soggettive dei creditori).

6. Il secondo motivo di ricorso è inammissibile. Ciò non tanto in conseguenza dell’applicazione al caso di specie dell’art. 348-ter, comma 5, c.p.c., dato che ilpeculiare effetto devolutivo che caratterizza il giudizio di reclamo, nel quale – differentemente che nel giudizio d’appello – è sempre ammessa l’allegazione di fatti nuovi idonei a sovvertire l’esito del procedimento davanti al Tribunale fallimentare, escludeun’ap­plicazione analogica della disciplina dell’appello in assenza della necessaria identità di ratio (Cass. n. 5520/2017), ma piuttosto perché il ricorrente, nel lamentare che la corte territoriale non abbia preso posizione in merito alla fonte storica dell’obbligazione di Alcea s.r.l., ha del tutto trascurato di confrontarsi con la motivazione del provvedimento impugnato, che spiega a chiare lettere (pag. 7) che il credito vantato da Rotea s.a.s. si fondava sulla garanzia data da Alcea s.r.l. con la scrittura del 29 aprile 2011, dovendosi invece escludere alcun superamento di tale obbligo in conseguenza dello scambio epistolare avvenuto in data 13 febbraio 2013 e l’esistenza di alcun accollo da parte di Alcea s.r.l. del debito della partecipata WIP Coatings.

(Omissis)

 


Commento

Sommario:

1. La suddivisione dei creditori in classi - 2. (Segue): i criteri di formazione delle classi - 3. I poteri di valutazione del Tribunale e i rimedi esperibili dai creditori - 4. L’applicabilità della c.d. “doppia conforme” nel giudizio di reclamo fallimentare - NOTE


1. La suddivisione dei creditori in classi
Con la pronuncia in commento la Suprema Corte si è occupata di alcuni aspetti inerenti al controllo giurisdizionale sulla formazione delle classi nell’ambito del concordato preventivo [1], affermando una serie di principi volti a chiarire se e in quale sede il Tribunale possa sindacare il rispetto da parte del debitore dei criteri di formazione delle classi, nonché quali siano i rimedi esperibili dai medesimi creditori al fine di sollecitare un controllo dell’autorità giudiziaria sul punto [2]. Prima di affrontare nello specifico le questioni sopra delineate, occorre brevemente esaminare la disciplina delle classi di creditori nella procedura di concordato preventivo, nonché i criteri previsti dal legislatore per la loro formazione. La facoltà [3] attribuita al soggetto sottoposto alla procedura concordataria di suddividere i «creditori in classi secondo posizione giuridica e interessi economici omo­genei» (art. 160, 1° comma, lett. c), L. Fall.), riservando «trattamenti differenziati tra creditori appartenenti a classi diverse» (art. 160, 1° comma, lett. d), L. Fall.), origina dall’esperienza nordamericana del Bankruptcy Code del 1978 [4] e trova il suo immediato precedente nell’ordinamento italiano nell’art. 4-bis, 1° comma, lett. a), D.L. 23 dicembre 2003, n. 347, convertito, con modificazioni, nella L. 18 febbraio 2004, n. 39, che disciplina la procedura di amministrazione straordinaria speciale per le imprese di rilevanti dimensioni [5]. La duplice finalità perseguita dalla suddivisione dei creditori in classi è quella di favorire l’accesso alla procedura concordataria, concentrando nel minor numero possibile di classi quei creditori da cui si attende una manifestazione di dissenso rispetto alla soluzione proposta [6], nonché di dare effettiva applicazione al principio della par condicio creditorum, riconoscendo la specificità della posizione di ciascun creditore [7] attraverso una previsione di soddisfacimento differenziata [8]. Quanto alla questione dell’obbligatorietà della suddivisione dei creditori in classi, nonostante il permanere di alcune opinioni di segno contrario [9], allo stato sembra essersi affermata la soluzione negativa, trovando tale presunto obbligo una chiara smentita nella lettera della [continua ..]

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2. (Segue): i criteri di formazione delle classi
L’art. 160 L. Fall. prevede che il debitore, nel formare le classi creditorie, debba attenersi ai criteri della «omogeneità» della «posizione giuridica» e degli «interessi economici», i quali sono da applicarsi in via congiunta e non alternativa [13], sicché le categorie di crediti devono essere suddivise in modo tale che in ciascuna classe si trovino creditori che siano, sia dal punto di vista giuridico che economico, in posizione omogenea [14]. La legge fallimentare non chiarisce tuttavia il significato delle nozioni di «posizione giuridica» e «interessi economici» sicché a tale lacuna normativa ha dovuto supplire la giurisprudenza, la quale si è avvalsa sul punto anche dei numerosi spunti forniti dalla dottrina che si è occupata dell’argomento. Più in particolare, secondo la Suprema Corte [15] e una parte della dottrina [16], il parametro della «posizione giuridica» richiamerebbe la tradizionale distinzione tra crediti chirografari e crediti privilegiati. Altro orientamento, ha ritenuto al contrario che la distinzione poc’anzi indicata si riferisca esclusivamente alla natura del credito, ma non possa essere applicata nell’ambito delle classi concordatarie [17], sicché la nozione di «posizione giuridica» riguarderebbe piuttosto la natura oggettiva del credito o del creditore, consentendo quindi di raggruppare i medesimi crediti a seconda che si tratti, ad esempio, di crediti contestati o meno [18], di crediti muniti o meno di titolo esecutivo, di crediti di persone fisiche o giuridiche, di stranieri o di italiani, di fonte contrattuale o extracontrattuale, e così via [19]. Il requisito della omogeneità degli «interessi economici» consente invece di distinguere le posizioni creditorie aventi medesime caratteristiche oggettive sul piano giuridico-formale, avendo riguardo alla categoria di appartenenza economica dei soggetti creditori (ad esempio, banche, enti previdenziali, fornitori) [20], oppure all’en­tità del credito rispetto all’indebitamento complessivo [21], o ancora tenendo conto del ruolo dei creditori in sede di realizzazione del piano (ad esempio, ripartendo i crediti in conseguenza dell’appartenenza ad un ramo di azienda per il quale il piano concordatario preveda la [continua ..]

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3. I poteri di valutazione del Tribunale e i rimedi esperibili dai creditori
L’art. 163, 1° comma, L. Fall. contempla un potere di sindacato del Tribunale sulle classi concordatarie, disponendo testualmente che «ove siano previste diverse classi di creditori, il Tribunale provvede analogamente previa valutazione della correttezza dei criteri di formazione delle diverse classi (corsivo aggiunto)» [29]. Come osservato da un parte della dottrina, nel punto in cui riporta l’espres­sione «provvede analogamente», la disposizione testé richiamata risulta pleonastica in quanto volta esclusivamente a ribadire che il Tribunale non può pronunciare il decreto di apertura della procedura se non dopo aver positivamente verificato la correttezza dei criteri di suddivisione dei creditori in classi [30]. Inoltre, si è pure osservato che tale disposizione avrebbe trovato migliore collocazione nel corpo dell’art. 160 L. Fall., riguardando i presupposti di ammissione della domanda [31]. Quanto alla portata e ai limiti del sindacato che il Tribunale – d’ufficio o, come si vedrà infra, anche su istanza dei creditori – può compiere sul rispetto dei criteri di formazione delle eventuali classi, esistono posizioni divergenti tanto nella dottrina quanto nella giurisprudenza. Ad avviso di un primo orientamento, infatti, il giudice non potrebbe esercitare un controllo di merito sui metodi di formazione delle classi oppure sulla coerenza delle divisioni adottate, ma dovrebbe limitarsi ad esprimere un giudizio sulla correttezza dei criteri concretamente applicati. Ciò in quanto l’art. 163, 1° comma, sopra citato prevede un controllo sulla mera «correttezza dei criteri di formazione» delle classi, mentre, sotto un diverso profilo, i parametri individuati dall’art. 160, 1° comma, lett. c), L. Fall. sarebbero oltremodo generici, lasciando dunque un’ampia discrezionalità nel merito al debitore [32]. Per tale motivo, al Tribunale sarebbe precluso l’esercizio di qualsivoglia potere sostitutivo rispetto alle specifiche scelte negoziali effettuate dal debitore, non essendo, ad esempio, consentito allo stesso di suddividere il ceto creditorio in classi, né tanto meno di compiere una valutazione in merito alle concrete modalità ed ai criteri di distribuzione delle risorse in favore dei creditori concorsuali, salvo il divieto generale imposto al debitore di non [continua ..]

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4. L’applicabilità della c.d. “doppia conforme” nel giudizio di reclamo fallimentare
La pronuncia in commento si segnala infine per aver affrontato e risolto un’ulte­riore questione sulla quale si registrano ancora pochi (e difformi) precedenti nella giurisprudenza di legittimità, ossia quella dell’applicabilità al giudizio di reclamo fallimentare del principio della c.d. “doppia conforme” in fatto sancito dall’art. 348-ter, 5° comma, c.p.c. [43]: come è noto, tale disposizione prevede che, nell’ipotesi in cui la pronuncia di primo e secondo grado siano basate sulle medesime ragioni in fatto, non può essere proposto ricorso per cassazione per il motivo di cui all’art. 360, 1° comma, n. 5, c.p.c. [44]. La soluzione fornita nel recente arresto della Suprema Corte appare invero, ad avviso di chi scrive, quella maggiormente corretta, in quanto la differenza tra reclamo (in ispecie, ai sensi dell’art. 183 L. Fall.) e appello non è puramente terminologica, ma attiene al contrario alla natura e alla struttura dei due mezzi di impugnazione, nonché alla volontà del legislatore [45]. In tal senso si consideri, infatti, che: (i) il medesimo legislatore ha chiarito nella Relazione illustrativa al D.Lgs. 12 settembre 2007, n. 169 – laddove ha sostituito il mezzo dell’appello nei confronti della sentenza dichiarativa di fallimento con lo stru­mento del reclamo – di voler «escludere l’applicabilità della disciplina dell’appello dettata dal Codice di rito ed assicurare l’effetto pienamente devolutivo dell’impugna­zione», con ciò dimostrando di voler nettamente distinguere i due mezzi di impugnazione quanto alla disciplina applicabile; e (ii) il reclamo differisce strutturalmente dall’appello in quanto ha un effetto devolutivo automatico e pieno, mentre que­st’ultimo è ormai un mezzo di impugnazione a critica (sempre più) vincolata, volto a controllare la correttezza dell’operato del primo giudice (revisio prioris instantiae) e non già a riesaminare nel merito la questione (novum judicium) [46]. Stante l’impossibilità di ricondurre ad unità i due mezzi di impugnazione, si deve allora ritenere che l’art. 348-ter, 5° comma, c.p.c. – applicabile esclusivamente al giudizio di appello – non possa trovare applicazione, nemmeno in [continua ..]

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NOTE

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