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Opponibilità della cessione del quinto alla procedura di sovraindebitamento

Chiara Ravina, Avvocato in Milano

Con la decisione in commento il Tribunale di Piacenza si è pronunciato in tema di effetti dell’apertura di una procedura di sovraindebitamento (in particolare, piano del consumatore) sul contratto di finanziamento garantito da cessione del quinto dello stipendio. In particolare – dopo aver delineato la natura della cessione del quinto in termini di operazione che comporta l’imposi­zione immediata di un vincolo di destinazione sul patrimonio del debitore, tale per cui le somme di cui al “quinto” rimangono destinate, per loro natura, al soddisfacimento delle pretese del finanziatore – il tribunale ha evidenziato come tale interpretazione appaia coerente con la previsione di cui all’art. 67, 3° e 4° comma del Codice della Crisi e dell’Insolvenza ove si prevede la possibilità, per il debitore, di proporre la ristrutturazione dei debiti derivanti da contratti di finanziamento con cessione del quinto dello stipendio. Con ciò il legislatore avrebbe chiarito che spetta al debitore cedente proporre di rimettere in discussione la cessione, nell’ambito della proposta di composizione concordataria; ed al creditore cessionario di accettare o meno, esercitando il diritto di voto.

PAROLE CHIAVE: sovraindebitamento - cessione del quinto - codice della crisi

Effects of the opening of a consumer restructuring proceeding on a salary backed loan

With the decision here in comment, the Piacenza Court has pronounced on the effects of the opening of a consumer restructuring proceeding on a salary backed loan. In particular – after having outlined the structure and nature of the salary backed loan, as a transaction that involves an immediate “patrimonial separation” so that the salary is set aside to pay the loan – the Court points out that such a construction is consistent with the provision of art. 67, para. 3 and 4 of the Crisis and Insolvency Code, whereby it is provided that, in the context of a consumer’s plan, the debtor might propose the restructuring of salary backed loans. By such a provision, the legislator would have clarified that the possibility to make the salaries available to all the creditors (instead of applying them for the reimbursement of the loan) is subject to a formal and express restructuring of the loan which must be accepted by the creditor granting the loan (bank/financial entity).

TRIBUNALE DI PIACENZA, 27 AGOSTO 2020

Est. A. Fazio

(L. n. 3/2012, artt. 7, 8, 12-bis c.c., artt. 1260, 1264, 1265, d.P.R. n. 180/1950, art. 5)

La causa del negozio di cessione del quinto dello stipendio è connotata in termini misti presentando natura e funzione sia solutoria sia di garanzia. Con l’operazione di finanziamento, e la connessa cessione del quinto dello stipendio, il cessionario non acquista un credito futuro, ma il diritto ad essere soddisfatto alle scadenze previste, con la conseguenza che il finanziatore è creditore, e creditore concorsuale, per l’intero suo credito, e comunque non per la sola porzione relativa al triennio di opponibilità alla procedura di cui all’art. 2918 c.c., nella specie non applicabile. In ogni caso, l’inefficacia o la nullità della cessione del quinto non possono discendere da un provvedimento giudiziale a cognizione sommaria e incidentale del giudice delegato in sede di ammissibilità della domanda di composizione della crisi da sovraindebitamento o di omologa della relativa proposta, bensì solo da un giudizio di cognizione ordinario.

Il Tribunale (Omissis).

Letti gli atti e sciogliendo la riserva (Omissis) osserva quanto segue.

  1. La domanda di composizione da crisi di sovraindebitamento presentata dal ricorrente (Omissis) è stata attestata, sia pur con qualche rilievo dubitativo, dall’O.C.C. (Omissis)che ha dato parere sostanzialmente positivo, rimarcando tuttavia un profilo di criticità – dirimente, per sua stessa ammissione – consistente nella incertezza della ammissibilità di una domanda che considera ai fini della composizione della crisi anche il quinto dello stipendio del (Omissis), già oggetto di cessione nell’ambito di un finanziamento; la cessionaria si è opposta all’omologa ritenendo che tale cessione sia, al contrario, opponibile alla procedura; in udienza l’O.C.C. ha chiarito che sul punto vi sono diversi orientamenti della giurisprudenza di merito, ma che in ogni caso le relative somme sono determinanti ai fini della fattibilità del piano.

La questione è, invero, particolarmente complessa.

Nel silenzio della legge 3/2012 l’interpretazione giurisprudenziale si è divisa su tre fronti. Secondo l’orientamento favorevole, la cessione del quinto è inopponibile alla procedura perché viene ceduto un credito futuro: “Ciò che al momento della cessione non esiste ancora, va chiarito, non è l’obbligazione restitutoria (per l’intero della somma dovuta), bensì il credito oggetto della cessione che gradualmente soddisfa il finanziatore: da ciò deriva che il debito da restituzione del finanziamento (per la parte che residua a seguito di eventuali parziali adempimenti) ben possa essere incluso nel piano del consumatore tra i debiti che compongono il passivo” e, conseguentemente, “ristrutturato” (Trib. Rimini 09.07.2019; cfr. anche Trib. Torino).

Altro orientamento – tra cui qualche pronuncia di questo Tribunale – facendo leva sull’art. 10 comma 5 L. 3/12, che equipara quoad effectum il decreto di apertura della procedura al pignoramento, ritiene opponibile la cessione nei limiti del triennio, secondo la regola dell’art. 2918 c.c. (Trib. Monza 26.07.2017; Trib. Ancona 15.03.2018).

2.1. Ritiene invece questo giudice di aderire all’orientamento negativo e più rigoroso, per le seguenti considerazioni.

Alla luce del dato normativo (art. 5 DPR 180/1950 per i dipendenti pubblici; l’istituto sarà esteso ai dipendenti privati dalla L. 80/2005), la cessione del quinto è negozio solutorio di altra obbligazione avente causa di mutuo (i dipendenti “possono contrarre prestiti da estinguersi con cessione di quote dello stipendio o del salario fino al quinto dell’ammontare di tali emolumenti…” secondo lo schema di cui all’art. 1198 c.c.). A monte della cessione v’è dunque un finanziamento, cioè un contratto sinallagmatico che determina l’erogazione di una somma di denaro e una corrispondente obbligazione restitutoria; la quale però è oggetto, oltre che di rateazione, di una pattuizione per cui in luogo del debitore adempie il suo datore di lavoro o l’ente previdenziale. Ex latere cedentis anche la cessione ha causa di finanziamento: è una forma di autofinanziamento, fornendo al finanziato la provvista per adempiere all’obbligazione restitutoria. È una prestazione in luogo di adempimento.

Ex latere accipientis la circostanza che venga designato ad adempiere un terzo in luogo del debitore, ed un terzo particolarmente qualificato, non rimane relegata a motivo ma assurge a causa del negozio, connotata in termini misti presentando natura e funzione sia solutoria sia di garanzia. Ed invero il debitore, cedendo la quota del proprio stipendio o del proprio trattamento previdenziale, non si limita ad adempiere (ancorché in modo frazionato e periodico) la propria obbligazione, ma offre al creditore uno strumento di tutela del credito consistente, sul piano sostanziale, nella solvibilità del ceduto, dedotta quale condicio sine qua non del finanziamento; e, sul piano formale, dalla opponibilità agli altri creditori dell’acquisto di quel credito, in perfetta analogia con il pegno e l’ipoteca. Come è stato rilevato in dottrina, il finanziatore cessionario acquista pertanto “una sorta di diritto di prelazione o di privilegio sia pure improprio (in senso cioè funzionale) che gli assicura, in caso di inadempimento del cedente, la preferenza rispetto agli altri creditori in ordine al soddisfacimento sul credito ceduto”.

Ciò che non pare adeguatamente considerato dagli interpreti è che l’elemento della durata del rapporto, strutturale perché consustanziale al concetto stesso di finanziamento e di garanzia, non implica il frazionamento della prestazione in tante sotto-prestazioni concettualmente e giuridicamente autonome. Proprio la loro periodicità, anzi, richiama logicamente un’unica origine ben fissata nel tempo; ed è tale unicità che caratterizza la causa dei due negozi funzionalmente collegati (finanziamento e garanzia).

In altri termini, cedendo il quinto dello stipendio il finanziato non stipula con il finanziatore un contratto aleatorio, in cui si prevede che mensilmente designerà un terzo ad adempiere in sua vece a condizione che quel credito venga effettivamente ad esistenza; stipula invece questo contratto, al momento del finanziamento, per estinguere la propria obbligazione. Egli cede il credito perché monetizza il rapporto lavorativo o previdenziale, “autofinanziandosi”, e cioè vincolando sé stesso e il ceduto al fine di eseguire, tramite costui, un pagamento cui è obbligato personalmente.

Dire che il credito retributivo sia futuro e incerto è dunque corretto, perché il rischio che il rapporto di lavoro venga improvvisamente meno non può essere escluso; ma ciò non significa che il cessionario acquisti un’aspettativa. L’incertezza riguarda esclusivamente l’an dell’obbligazione del ceduto; non il quantum né il quomodo né il quando, che rimangono predeterminati a monte unitamente all’obbligazione di pagamento originaria. Con la cessione, dunque, il cessionario non acquista una cosa futura, bensì la garanzia patrimoniale del ceduto a concorrenza di tutto o parte del proprio credito restitutorio. L’operazione, in definitiva, risponde all’esigenza di regolazione della responsabilità patrimoniale, che – al fine di realizzare l’interesse di quel finanziamento, e di “governare” il rischio di insolvenza – viene frazionata e disciplinata diversamente, secondo lo stesso schema logico dei finanziamenti destinati ad uno specifico affare nel diritto societario: schema da cui ripete l’effetto di segregazione patrimoniale.

Cedere il quinto del proprio stipendio non significa altro che separare parte del proprio patrimonio, imponendovi un vincolo di destinazione, ed imponendolo immediatamente: il diritto del cessionario e l’obbligo del ceduto non sorgono mensilmente, ma con il contratto di cessione. Tecnicamente, oggetto della cessione è un rateo, cioè la quota di un attivo (il credito restitutorio) di competenza, per il finanziatore, dell’esercizio in cui viene concesso il finanziamento; ma la cui manifestazione finanziaria avverrà successivamente: è in ciò che consiste, appunto, la rateizzazione. Il ceduto diviene immediatamente obbligato per l’intero, così come il debitore ottiene immediatamente il beneficium excussionis, perché perfezionatasi la cessione non sono ammessi pagamenti se non dal ceduto al cessionario. Che dunque il credito retributivo sia futuro e incerto non incide sulla causa negoziale, che è incentrata sulla immediata costituzione di un vincolo, sui patrimoni del debitore cedente e del debitor debitoris ceduto, in favore del cessionario; vincolo che delimita l’oggetto e la durata della cessione (diversamente opinando, essa rimarrebbe indeterminata nell’oggetto, ben oltre i limiti del contratto aleatorio).

Ne consegue, ed è questo il primo punto fermo che va posto, che il finanziatore è creditore, e creditore concorsuale, per l’intero suo credito, non per la sola porzione relativa al triennio di opponibilità alla procedura di cui all’art. 2918 c.c.; norma comunque inapplicabile non essendo pertinente il richiamo ai crediti da locazione e ai crediti futuri, per le ragioni sin qui esposte.

2.2. Una seconda implicazione va sottolineata, in stretta consecuzione. Se si afferma l’inopponibilità – totale o parziale – della cessione alla procedura, delle due l’una: o significa affermare che nessun effetto può prodursi verso il cedente, restando il contratto valido ed efficace tra cessionario e ceduto, poiché la categoria giuridica di riferimento è l’inefficacia relativa; o significa travolgere del tutto il contratto perché “incompatibile” con le finalità della procedura (come pare ritenere la giurisprudenza di merito che su tali finalità di fresh start e di ristrutturazione del debito si sofferma a lungo).

Tale incompatibilità viene ravvisata nell’effetto di costituzione del vincolo di cui s’è detto; effetto che è, né più né meno, lo spossessamento tipico del pignoramento: finché permane la cessione, il debitore non può disporre di una somma che solo nominalmente è sua, perché è vincolata a favore del cessionario essendo il modo pattuito di estinzione dell’obbligazione restitutoria che è sorta con il finanziamento. Ritenere che quei ratei possano essere utilizzati come poste attive nella procedura di sovraindebitamento significa consentire al debitore di sciogliersi unilateralmente dal vincolo.

Se lo scopo è acquisire all’attivo della procedura l’ammontare dei ratei oggetto di cessione, ciò non pare possibile senza una pronuncia di annullamento o risoluzione del contratto; parlare di inopponibilità, dunque di inefficacia relativa, postula – se le parole hanno un senso – che si qualifichi la cessione come atto lesivo per la massa, il che implica l’autorizzazione prima, e l’esercizio poi, di una azione revocatoria.

Azione, quest’ultima, che peraltro rimane di problematica configurabilità: l’inef­ficacia relativa – cioè ex latere debitoris – dovrebbe implicare la sospensione, per tutta la durata della procedura, dell’obbligo del cedente, salvi invece gli effetti del contratto tra le altre parti (cessionario e ceduto): con la conseguenza, non priva di tratti paradossali, per cui il cessionario sarebbe escluso dal novero dei creditori concorsuali, non vantando alcun titolo nei confronti del cedente; il ceduto sarebbe comunque tenuto a corrispondere il rateo al cessionario; il cedente – non caducata la cessione – non avrebbe comunque la disponibilità di quel rateo, dovendo il ceduto continuare ad adempiere e non potendo certo farlo con mezzi propri.

In alternativa andrebbe predicata la risoluzione giudiziale del contratto di cessione, ovvero la sua declaratoria di nullità; ma occorre chiedersi su che basi: contrarietà a norme imperative? Frode? Con quale motivazione si travolgerà il regolamento contrattuale, e con quale motivazione se ne farà pagare il prezzo ad un solo creditore, che subirà un trattamento deteriore rispetto agli altri? Può tale esito considerarsi compatibile con la par condicio creditorum – per quanto ormai ridotta a “feticcio”, come insegna la più accorta Dottrina?

Certamente l’inefficacia o la nullità non potranno discendere da un provvedimento giudiziale a cognizione sommaria e incidentale, cioè da un obiter dictum nel provvedimento del giudice delegato tenuto a pronunciarsi sull’ammissibilità della domanda di composizione della crisi da sovraindebitamento, o sull’omologa della relativa proposta.

2.3. Terzo ordine di considerazioni. L’effetto precipuo della cessione è quello di apprestare al cessionario una tutela maggiore rispetto ad altri creditori, consentendogli – finché permanga il rapporto di lavoro – di escutere direttamente il ceduto, la cui solvibilità è la condizione alla quale viene concesso il finanziamento.

In ciò non si ravvisa alcuna lesione della par condicio creditorum, ben potendo il creditore, parzialmente insoddisfatto in sede concorsuale, soddisfarsi “all’esterno” escutendo garanti e fideiussori: è il caso, ad esempio, della banca che rimanga creditrice concorsuale della società debitrice nella percentuale fissata nella proposta di concordato omologata, e che per il residuo agisca separatamente contro i soci illimitatamente responsabili e i fideiussori. Proprio il principio della par condicio, di contro, impedisce che il cessionario possa subire un trattamento deteriore rispetto agli altri creditori concorsuali.

Se questo trattamento proprio si vuole imporre all’interno della procedura, vi sono due sole alternative: o il cram down, che postula però una suddivisione dei creditori in classi e l’annegamento del dissenso del singolo nelle maggioranze per classi e per crediti; opzione questa di dubbia praticabilità nel sovraindebitamento, in assenza di qualsiasi indicazione normativa; oppure la rinegoziazione del contratto tra le parti, che è la via indicata anche dal futuro Codice della Crisi d’Impresa (D.Lgs. 14/2019), che ha significativamente previsto all’art. 67 commi 3 e 4 che “La proposta può prevedere anche la falcidia e la ristrutturazione dei debiti derivanti da contratti di finanziamento con cessione del quinto dello stipendio, del trattamento di fine rapporto o della pensione e dalle operazioni di prestito su pegno” con ciò chiarendo che spetta al debitore cedente proporre di rimettere in discussione la cessione, nell’ambito della proposta di composizione concordataria; e al creditore cessionario di accettare o meno, esercitando il diritto di voto.

Nel caso che oggi ci occupa il creditore ha manifestato formale opposizione, eccependo la piena opponibilità alla procedura del contratto di cessione; non v’è una suddivisione in classi che consenta di superare, con il gioco delle maggioranze, tale dissenso; ma soprattutto non v’è, a monte, possibilità alcuna di un positivo esito della procedura, essendo la fattibilità economica del piano – come ribadito dall’o.c.c. – condizionata alla disponibilità delle somme oggetto di cessione del quinto.

  1. Ne discende l’inammissibilità della proposta, per difetto della condizione della fattibilità.

Spese compensate per la complessità delle questioni trattate.


Commento

Sommario:

1. L’opponibilità della cessione del quinto nella procedura di sovraindebitamento: l’attuale panorama giurisprudenziale e le questioni giuridiche sottese - 2. L’orientamento favorevole: la cessione del quinto dello stipendio NON è opponibile alla procedura di sovraindebitamento (brevi cenni) - 3. L’orientamento intermedio: la cessione del quinto dello stipendio è opponibile alla procedura di sovraindebitamento nei limiti dei tre anni dal­l’apertura della procedura (brevi cenni) - 4. L’orientamento negativo: il provvedimento del Tribunale di Piacenza - 5.Conclusioni


1. L’opponibilità della cessione del quinto nella procedura di sovraindebitamento: l’attuale panorama giurisprudenziale e le questioni giuridiche sottese
La pronuncia, oggetto del presente commento, si inserisce nell’ambito dell’attuale dibattito giurisprudenziale e dottrinale sulla possibilità o meno di includere il “quinto” dello stipendio – che sia stato oggetto di cessione, a titolo di garanzia, nel­l’ambito di un finanziamento – nell’alveo delle risorse messe a disposizione della massa dei creditori, laddove il cedente acceda ad una procedura di sovraindebitamento. In particolare, il Tribunale di Piacenza si è trovato a decidere sull’ammissibilità di una domanda di composizione da crisi di sovraindebitamento presentata da un consumatore, che prevedeva la ristrutturazione, tra le altre esposizioni debitorie, dei crediti vantati da una banca per un finanziamento concesso a fronte della cessione del quinto dello stipendio; ciò, in un contesto in cui le somme oggetto del quinto dello stipendio erano determinanti ai fini della fattibilità del piano. Il Tribunale di Piacenza, nello stesso decreto, ha dovuto decidere l’opposizione proposta dalla banca stessa, che ha eccepito la piena opponibilità alla procedura del contratto di cessione. La soluzione cui è giunto il Tribunale – affermando l’“opponibilità” della cessione alla procedura e la conseguente inammissibilità della proposta per difetto della condizione di fattibilità – si fonda su un percorso logico-argomentativo che prende le mosse da una riflessione approfondita e meditata circa la natura della cessione del quinto nell’ambito di un’operazione di finanziamento e, attraverso una serie di passaggi argomentativi, giunge a concludere che il credito del finanziatore cessionario non sia assoggettabile alla falcidia concorsuale, salvo che esso non venga formalmente ristrutturato nell’ambito del piano a norma dell’art. 67 del Codice della Crisi e dell’Insolvenza (il che, tuttavia, comporta, necessariamente, il consenso del finanziatore attraverso l’espressione del voto favorevole). La pronuncia in commento si distingue dai precedenti in tema che – fatta eccezione per due arresti del Tribunale di Monza, rispettivamente del 26 luglio e del 20 novembre 2017, Est. Nardecchia [1] (cfr. infra, par. 3) – paiono essersi concentrati esclusivamente sul verificare se la procedura di sovraindebitamento consenta “di incidere su un contratto di [continua ..]

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2. L’orientamento favorevole: la cessione del quinto dello stipendio NON è opponibile alla procedura di sovraindebitamento (brevi cenni)
Le pronunce riconducibili all’orientamento che sostiene la tesi della non opponibilità della cessione del “quinto”, pur nelle loro diverse declinazioni e sfumature, sono caratterizzate dal fatto di: i) qualificare la cessione del quinto dello stipendio come “cessione di credito futuro”: in altre parole, stando alle suddette pronunce, la cessione del quinto, operando il trasferimento di un credito futuro, esplica un’efficacia eminentemente obbligatoria[9], con la conseguenza che, finché il credito da retribuzione verso il datore di lavoro non diviene esigibile, la cessione concretizza una semplice garanzia della restituzione dell’importo dovuto; prima della maturazione del diritto alla retribuzione la titolarità delle somme rimane, quindi, in capo al dipendente che ne può dunque disporre nell’ambito del piano proposto ai creditori (Trib. Torino, 8 giugno 2016; Trib. Livorno, 21 settembre 2016; 15 febbraio 2016; Trib. Napoli Nord 18 maggio 2018; Trib. Ancona 15 marzo 2018, in it; Trib. Rimini 9 luglio 2019, in unijuris.it: “[…] il rapporto nel cui contesto il debitore ha ceduto il credito futuro da retribuzione (vantato nei confronti del datore di lavoro) è, da un punto di vista strutturale, un rapporto di finanziamento fondato su un contratto che prevede l’erogazione, da parte del finanziatore, di una somma di denaro, con contestuale costituzione in capo al finanziato dell’obbligo di restituire tale importo maggiorato degli interessi; la previsione contrattuale della restituzione del finanziamento mediante cessione di un credito futuro attiene non al profilo costitutivo dell’obbligo di restituzione, bensì a quello delle modalità attuative dello stesso; le parti, in altre parole, stabiliscono che il finanziatore otterrà la restituzione della somma erogata mediante cessione di un credito del finanziato che verrà ad esistenza a scadenze prestabilite. Ciò che al momento della cessione non esiste ancora, va chiarito, non è l’obbligazione restitutoria (per l’intero della somma dovuta), bensì il credito oggetto della cessione che gradualmente soddisfa il finanziatore: da ciò deriva che il debito da restituzione del finanziamento (per la parte che residua a seguito di eventuali parziali adempimenti) ben possa essere incluso nel piano del consumatore tra i debiti che compongono il [continua ..]

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3. L’orientamento intermedio: la cessione del quinto dello stipendio è opponibile alla procedura di sovraindebitamento nei limiti dei tre anni dal­l’apertura della procedura (brevi cenni)
Vi è poi un secondo orientamento che ha assunto una posizione “intermedia” – nel senso della opponibilità della cessione del quinto alla procedura di sovraindebitamento, seppur entro limiti circoscritti – che trova la propria espressione in due sentenze del Tribunale di Monza del 26 luglio 2017 e 20 novembre 2017, Est. Dott. Nardecchia e due successive pronunce del Tribunale di Mantova del 8 aprile 2018, Est. De Simone e del Tribunale di Forlì, 14 luglio 2020, Est. Vacca. In particolare, il Tribunale di Monza – svolto un breve excursus delle precedenti pronunce giurisprudenziali e ritenute non del tutto condivisibili le relative motivazioni [12] – qualifica la cessione del quinto come cessione di credito futuro e ne sostiene l’opponibilità alla procedura di sovraindebitamento nei limiti del triennio dall’apertura della stessa (i.e. decreto di omologa), in applicazione del disposto dell’art. 2918 c.c. (in tema di cessione di fitti). Più in particolare il tribunale fonda la propria pronuncia sulla seguente ratio decidendi: – secondo l’orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità (così Cass. n. 28300/2005, preceduta, in senso conforme, da Cass. n. 15141/2002 in tema di pignoramento dei crediti da lavoro), ai fini dell’efficacia della cessione di crediti “futuri” in pregiudizio del creditore pignorante (e dunque del fallimento del cedente), ex art. 2914, n. 2, c.c., è sufficiente che la notifica – o l’accettazione – della cessione sia stata effettuata con atto avente data certa (art. 1265 c.c.) anteriore al pignoramento (o al fallimento), giacché per il successivo effetto traslativo della cessione (rinviato al momento del sorgere del credito), sottratto alla disponibilità delle parti, non si pone un problema di opponibilità ai sensi dell’art. 2914 c.c.; – con particolare riguardo al pignoramento dei crediti da lavoro, il Tribunale di Monza, sulla scorta della giurisprudenza di legittimità in tema (Cass. n. 15141/2002) ritiene che la cessione dei crediti di lavoro, ancorché idonea a generare un effetto obbligatorio e non immediatamente traslativo che si produrrà solo nel momento in cui il credito verrà ad esistenza, sia assimilabile alle cessioni di fitti, condividendo, con questa categoria, la caratteristica della [continua ..]

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4. L’orientamento negativo: il provvedimento del Tribunale di Piacenza
Come accennato, il Tribunale di Piacenza propende per l’“opponibilità” della cessione del quinto alla procedura di sovraindebitamento e giunge a questa conclusione a seguito di una approfondita riflessione sulla natura della cessione del quinto. Riflessione che non è presente in altro precedente del Tribunale di Milano del 9 luglio 2017 (Est. Simonetti), anch’esso a favore dell’“opponibilità”, che si è limitato a considerare il fatto che l’art. 44 L. Fall., in tema di inefficacia dei pagamenti successivi alla dichiarazione di fallimento, non si applichi alla procedura di sovraindebitamento, in quanto non espressamente richiamato nella L. n. 3/2012. All’esito della predetta riflessione, il Tribunale di Piacenza conclude nel senso che il credito retributivo ceduto è sì un credito futuro ed incerto (stante l’eventualità che il rapporto di lavoro venga meno), ma ciò non consente di ritenere che il cedente possa liberamente disporre – nel contesto della procedura di sovraindebitamento – dei crediti futuri sorti successivamente alla presentazione del piano. E ciò perché il carattere futuro ed incerto del credito non influisce sulla causa negoziale del contratto; causa incentrata sulla immediata costituzione di un vincolo sul patrimonio del debitore cedente e del datore di lavoro ceduto tale per cui “il ceduto diviene immediatamente obbligato per l’intero, così come il debitore ottiene immediatamente il beneficium excussionis, perché perfezionatasi la cessione non sono ammessi pagamenti se non dal ceduto al cessionario” [16]. La suddetta conclusione viene raggiunta a fronte di un percorso logico argomentativo sintetizzabile come segue: In primis il Tribunale evidenzia come la cessione del quinto dello stipendio configuri un negozio solutorio di altra obbligazione avente causa di mutuo. A monte della cessione, infatti, vi è un finanziamento in forza del quale il dipendente riceve dal soggetto finanziatore una somma di denaro e si impegna a restituirla. Pertanto, nella fattispecie in esame, l’obbligazione restitutoria non solo è oggetto di rateazione (come in qualsivoglia mutuo) ma altresì di una pattuizione per cui in luogo del debitore, adempie il suo datore di lavoro (o ente previdenziale). Sotto il profilo della causa negoziale, per il debitore cedente [continua ..]

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5.Conclusioni

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