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Il controllo del tribunale sulla 'fattibilità economica' del piano di concordato preventivo con continuità aziendale

Anna Moscariello. Dottoranda di Ricerca in Diritto delle persone, delle imprese e dei mercati nell’Università di NapSoli Federico II

La Corte di Cassazione con la sentenza qui in commento è tornata ad occuparsi dell’am­bito del controllo giudiziale della “fattibilità” del piano di concordato preventivo. La Corte estende il sindacato del Tribunale alla verifica della “fattibilità economica”, in presenza di un piano “manifestamente inidoneo” al raggiungimento degli obiettivi ipotizzati nello stesso. In particolare, nel caso di un concordato preventivo con continuità aziendale, si deduce che il giudice può revocare la procedura, se la continuità risulta “manifestamente dannosa” per i creditori. La sentenza fornisce l’occa­sione all’A. per rimeditare sul rapporto complesso ed ancora in evoluzione, intercorrente tra autono­mia negoziale ed intervento giudiziale nel concordato preventivo.

The Italian Supreme Court of Cassation returns, with the judgment here commented, to deal with the judicial review on the “feasibility” of the plan in the so-called “concordato preventivo”. The Court extends the review by the Tribunal to verify the “economic feasibility”, in the presence of a project which is manifestly unfit to be realized. In particular, in case of a composition with creditors on a going concern basis, the judge can decide the withdrawal of the procedure, if the plans is manifestly prejudicial for the creditors. Starting from these points, the author aims to re-examinate the complex and evolving relationship between the freedom of contract and the judicial powers in the “concordato preventivo”.

Cassazione Civile, 7 aprile 2017, n. 9061

Pres. DIDONE, Rel. TERRUSI

Concordato preventivo – Fattibilità del concordato – Fattibilità giuridica – Fattibilità economica – Controllo del Tribunale – Limiti

(Artt. 160, 161, 162, 173, 186-bis L. Fall.).

Nel concordato preventivo, il Tribunale è tenuto ad una verifica diretta del presupposto di “fattibilità economica” del piano: tuttavia, tale verifica può essere svolta solo nei limiti dell’accertamento della sussistenza, o meno, di una manifesta inattitudine del piano a raggiungere gli obiettivi prefissati, individuabile caso per caso in riferimento alle specifiche modalità indicate dal proponente per superare la crisi.

Concordato preventivo – Concordato con continuità aziendale – Fattibilità giuridica – Fattibilità economica – Controllo del Tribunale – Revoca del concordato

(Artt. 160, 161, 162, 173, 186-bis L. Fall.).

Nell’ipotesi di concordato con continuità aziendale, ex art. 186-bis L. Fall., la verifica della fattibilità “in concreto” presuppone un’analisi congiunta dei presupposti giuridici ed economici, tra di loro inscindibili dovendo il piano essere idoneo a dimostrare la sostenibilità finanziaria della continuità stessa. Pertanto, rientra nel potere del Tribunale, ai fini della revoca del concordato con continuità aziendale, ai sensi dell’art. 173, 3° comma, L. Fall., di verificare che l’esercizio dell’impresa non risulti manifestamente dannoso per i creditori, non essendo questa valutazione assorbita dall’alea che circonda l’esecuzione di un concordato così configurato e che è rimessa all’accettazione dei creditori.

 

(Omissis)

Aeradria s.p.a., esercente l’attività di gestione di handling dell’aeroporto Federico Fellini di Rimini, è stata dichiarata fallita dal tribunale di Rimini, su richiesta del pubblico ministero, con sentenza in data 26-11-2013, previa revoca del provvedimento di ammissione al concordato preventivo in continuità aziendale.

La proposta concordataria, attestata dalla relazione del professionista designato, più volte modificata, si era infine basata su un piano industriale in quattro anni, previdente il soddisfacimento dei creditori, nella misura indicata per ciascuna classe, attra­verso i flussi di cassa generati dalla continuità aziendale, l’incasso di crediti iscritti al­l’attivo di bilancio e l’esecuzione di aumenti di capitale.

(Omissis)

2. La sentenza è stata oggetto di reclamo da parte della società fallita e di cinquantuno creditori, tra cui Banca Carim s.p.a. La corte d’appello di Bologna ha rigettato i reclami. Per quanto in effetti rileva, essa ha così motivato dopo una lunga premessa dedicata alla ricognizione dei principi attinenti all’ambito della devoluzione e alla potestà del giudice:

(1) la relazione depositata dal commissario giudiziale ai sensi della L. Fall., art. 172 aveva fatto riferimento a omissioni di elementi rilevanti nei confronti dei creditori, tali da rappresentare una valenza decettiva e da pregiudicare, quindi, il loro consenso informato;

(2) le suddette carenze informative, presenti nella proposta concordataria, non potevano essere considerate ovviabili mediante gli elementi dal commissario giudiziale mentovati nella relazione stessa;

(3) le critiche sollevate dal commissario rispetto al piano industriale di Aerandria erano da condividere con specifico riferimento:

(a) al corredo informativo comprendente notizie criptiche e di difficile valutazione, la cui opacità assumeva incidenza negativa amplificata dall’avere la società di revisione (Deloitte & Touch) reiterato, fra il 2010 e il 2012, una conclusione di “mancanza di opinione” senza esser in grado, per un intero triennio, di esprimere un sicuro giudizio sull’attendibilità e correttezza dei bilanci di esercizio;

(b) all’andamento, indicato come “disastroso”, della gestione societaria, ivi comprese le partecipate (tutte insolventi), anche a fronte di strategia dettata dalla mera ricerca del perseguimento degli interessi dei soci pubblici e delle associazioni territoriali, anziché dal ripristino di una condizione di equilibrio tra costi e ricavi; il che rendeva problematico ipotizzare la possibile realizzazione di obiettivi sì ambiziosi ai fini del buon esito del concordato;

(c) all’inesistenza di un surplus di risorse per far fronte a eventi sopravvenuti, di fatto desumibili dalla contabilità sociale, risolti con impatto negativo sui flussi di cassa richiesti per sostenere il regolare andamento del piano concordatario: era difatti rimasta in discussione l’idoneità del fondo rischi appostato dalla proponente e, soprattutto, era emersa come erronea, e da stornare dal conto economico, l’inclusione di una rilevante somma (di Euro 1,7 milioni) fra le entrate prospettiche per il 2013 quanto ai pagamenti dovuti da uno dei tour operator (“Danko”) e da altre due agenzie straniere (“Gran Pavitur” e “Centralika”);

(d) alla insufficienza dei parametri di “sensitività” (sensitivity), involgenti l’inciden­za di dati variabili sull’equilibrio generale dell’impresa, visto che dalle relative stime si sarebbe dovuta ricavare la prognosi circa l’assetto delineato dal piano industriale connesso al concordato: in proposito l’indagine condotta dal commissario giudiziale aveva concluso, “praticamente senza obiezioni” da parte della società reclamante, nel senso della insufficienza prudenziale anche del margine di riduzione del 10% rispetto al valore della produzione nel triennio 2014-2016, con conseguente verosimile perdita netta di bilancio, tale per cui anche sotto il dianzi citato profilo, come per l’indispensabile decurtazione dei costi operativi in genere, distanti dal prestabilito deprezzamento rispetto alla situazione del 2012, erano infine emersi aspetti di intrinseca debolezza del cd. business plan.

3. In simile quadro la corte d’appello riteneva di condividere l’affermazione conclusiva formulata nella relazione L. Fall., ex art. 172, secondo cui gli elementi acquisiti rendevano “essenzialmente impossibile il raggiungimento degli obiettivi minimi del concordato preventivo”, vale a dire il pagamento al 50% dei crediti chirografari “strategici” della classe n. 1 e al 30% di quelli non strategici della classe n. 2, nei tempi previsti, con conseguenze manifesta inattitudine del piano dal punto di vista della fattibilità economica; inattitudine sindacabile in sé da parte del giudice e comunque tale da incidere anche sulla intrinseca serietà logica della proposta, così da pregiudicare la stessa valutazione di fattibilità giuridica del concordato secondo quanto discendente dalla sentenza n. 1521-13 delle Sezioni unite di questa Corte.

4. Avverso la sentenza, depositata l’11-4-2014, hanno proposto ricorso, da un lato, la società Aeradria, affidandosi a undici mezzi, quattro dei quali compendiati al­l’interno del settimo motivo, e dall’altro i creditori Banca Carim s.p.a., P.G. s.p.a., Air coop., Cbr coop, Asset banca s.p.a., Siem s.r.l., Natalie Tours, affidandosi a ventisette mezzi. A entrambi i ricorsi ha replicato la curatela del fallimento, con controricorso.

Egualmente hanno depositato controricorso la fallita e la Carim in relazioni ai ricorsi avversari.

Aeradria s.p.a. e la curatela fallimentare hanno infine depositato memorie.

 

RAGIONI DELLA DECISIONE

 

(Omissis)

2. I ricorrenti innanzi tutto si dolgono dell’avere la corte d’appello ritenuto ammissibili le allegazioni e le argomentazioni, fondanti la revoca del concordato, non recepite nel provvedimento di revoca assunto dal tribunale. In questo senso lamentano che la sentenza impugnata abbia travalicato i limiti della devoluzione con particolare riferimento alla questione della valenza decettiva di carenze informative tali da ridondare in atti di frode ai creditori, rilevanti ai sensi della L. Fall., art. 173, comma 1.

(Omissis)

Infine, sempre in relazione alla suddetta questione, contestano la valutazione della corte distrettuale a proposito della volontarietà delle carenze informative dell’offerta concordataria, tale da consentire di ritenere effettivamente esistenti gli atti di frode di cui alla norma sopra citata. In prospettiva, censurano la sentenza per aver ritenuto le carenze informative non suscettibili di esser supplite dalla relazione di cui alla L. Fall., art. 172.

3. Codesta serie di doglianze, corredata da altrettanti riferimenti a presunti vizi motivazionali della sentenza, assertivamente rilevanti anche ai sensi dell’art. 132 c.p.c., risulta articolata nei motivi uno, cinque, sei e sette di Aeradria, in questo comprese le censure di cui agli ulteriori quattro motivi finali (da uno a quattro della relativa sottonumerazione), nonché nei motivi da uno a dieci e da venti a ventisette di Carim e altri. Va detto peraltro che alle stesse questioni sono almeno in parte dedicate, pure, alcune delle critiche svolte da Carim nei motivi da quindici a diciannove del proprio ricorso.

3.1. Nel dettaglio Aeradria, a tal proposito, ha dedotto:

– nel primo mezzo, la nullità del procedimento e della sentenza per violazione della L. Fall., artt. 15, 18 e art. 173, comma 1, e dell’art. 81 c.p.c. e artt. 24 e 111 Cost., essendo, a suo dire, erronea l’affermazione della corte d’appello secondo la quale l’interesse ad agire del curatore sarebbe disceso dalla sua qualifica di contraddittore necessario nel procedimento, e non avendo la corte medesima considerato che solo nella memoria difensiva del curatore era stato svolto, per la prima volta in sede di reclamo, un riferimento alla revoca del concordato tramite l’allegazione di atti di frode L. Fall., ex art. 173;

– nel quinto mezzo, la violazione e falsa applicazione della L. Fall., art. 161, comma 3, art. 67, comma 3, lett. d), e dell’art. 132 c.p.c., con riguardo alla pretesa inutilizzabilità della relazione di attestazione del piano concordatario ai fini del consenso informato dei creditori;

– nel sesto mezzo, l’omesso esame di fatto decisivo e la correlata violazione e falsa applicazione della L. Fall., artt. 161, 162, 172 e 173 in ordine alla valutazione di incidenza delle omissioni informative sul consenso informato dei creditori;

– nel settimo mezzo, e nelle afferenti sottocensure di cui ai numeri 1, 2, 3, e 4 ivi inserite, che per praticità potrebbero definirsi come motivi da otto a undici, tra loro connessi, la violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 173, comma 1, in relazione alla L. Fall., art. 111, D.L. n. 145 del 2013, art. 1, L. Fall., artt. 160, 161 e 162 e art. 2497 c.c., artt. 2393, 2393-bis, 2394 e 2395 c.c.) e distinti vizi di motivazione, con specifico riguardo alla qualificazione, come atti di frode: (1) del trattamento previsto nella proposta quanto ai crediti sorti durante la prima versione del concordato e alla natura prededucibile dei crediti stessi nell’ambito della seconda versione; (2) dell’omessa esposizione delle obbligazioni potenzialmente derivanti da corresponsabilità nel dissesto della società; (3) dell’omessa prospettazione di soluzioni alternative più convenienti con riferimento al mantenimento dei cd. soci pubblici nel capitale della società; (4) dell’omessa prospettazione di esistenza di potenziali crediti derivanti da azioni di responsabilità verso gli organi direttivi e di controllo.

3.2. Carim s.p.a. e gli altri creditori, a loro volta, e sempre quanto al profilo sopra sintetizzato, hanno dedotto:

– nel primo motivo, la violazione e falsa applicazione degli artt. 24 e 111 Cost., art. 345 c.p.c., L. Fall., artt. 15, 18 e 173, essendo stati introdotti per la prima volta in sede di reclamo le allegazioni afferenti la suddetta ragione di revoca del concordato preventivo;

– nel secondo motivo, la falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c. per l’acritico richia­mo dei rilievi formulati dal commissario giudiziale;

– nel terzo motivo, la violazione della L. Fall., art. 18, relativamente alla carenza di legittimazione del curatore al reclamo incidentale avverso la sentenza dichiarativa del fallimento;

– nel quarto motivo, la violazione della L. Fall., art. 31, stante l’erronea attribuzione al curatore di una inesistente funzione di custode della legge, a prescindere dall’in­teresse concreto della massa;

– nel quinto motivo l’omesso esame del fatto decisivo concernente, appunto, l’esi­stenza o meno del concreto interesse della massa alla conferma della sentenza di fallimento;

– nel sesto motivo, la violazione dell’art. 100 c.p.c., relativamente ancora alla ca­renza di interesse della massa dei creditori, e dunque del curatore, alla conferma della sentenza;

– nel settimo motivo la violazione del principio della domanda, dell’art. 112 c.p.c. e della L. Fall., art. 18, in ordine all’avvenuta recezione, in sentenza, di allegazioni non prima introdotte quanto al procedimento di revoca del concordato;

– nell’ottavo motivo la falsa applicazione della L. Fall., art. 173, quanto all’esse­re stata ricondotta a mera questione di qualificazione quella che nella specie era stata, invece, una vera e propria indebita conversione in atti di frode dei fatti valutati dal tribunale come mancanza delle condizioni di ammissibilità del concordato;

– nel nono motivo, l’omesso esame di fatto decisivo a proposito della contestata volontarietà delle supposte carenze informative;

– nel decimo motivo, la violazione della L. Fall., artt. 161, 162, 172 e 173, e delle norme afferenti il consenso informato dei creditori, con riferimento alla pretesa impossibilità di integrare le dette carenze tramite la relazione di cui alla L. Fall., art. 172.;

– nel ventesimo motivo, la violazione della L. Fall., artt. 160, 161, 162, 173 e 186-bis, essendo stata considerata alla stregua di omissione informativa fraudolenta la mancata ostensione di tutte le soluzioni alternative praticabili rispetto all’offerta concordataria;

– nel ventunesimo motivo, la violazione dell’art. 24 Cost., essendo stato negato alla debitrice di eccepire l’irrilevanza, in termini decettivi, delle informazioni taciute nel­l’offerta;

– nel ventiduesimo motivo, la falsa applicazione delle norme sopra citate nella parte in cui la corte d’appello ha ritenuto non dischiuse ai creditori le ragioni della conservazione dei soci pubblici nella compagine sociale;

– nel ventitreesimo motivo, la violazione della L. Fall., art. 173 in ordine alla supposta omissione informativa circa le ragioni della conservazione dei soci pubblici nella compagine sociale;

– nel ventiquattresimo motivo, la violazione degli artt. 2394 e 2394 c.c. in ordine alla questione della mancata previsione, nel piano concordatario, dell’esercizio delle azioni di responsabilità a carico degli organi della debitrice e dei connessi eventuali crediti;

– nel venticinquesimo motivo, la falsa applicazione, di nuovo, della L. Fall., artt. 160, 161, 162, 173 e 186-bis, essendo stata ritenuta occultata ai creditori la potenziale responsabilità dei ridetti organi sociali;

– nel ventiseiesimo motivo, la violazione degli articoli succitati nel punto relativo alla ipotetica obbligatorietà della denuncia di potenziali crediti derivanti da azioni di responsabilità da esercitare nei confronti degli organi sociali;

– nel ventisettesimo motivo, l’omesso esame di fatto decisivo a proposito della effettiva consistenza, in termini di verosimile fondatezza dell’azione e di concreta possibilità di realizzazione del credito, delle ragioni correlate alle azioni di responsabilità anzidette.

4. In secondo luogo i ricorrenti si dolgono del vaglio di infattibilità del concordato svolto dalla corte territoriale dal punto di vista economico e giuridico, nonché della valutazione di inidoneità dell’attestazione del professionista.

4.1. Nello specifico, da simile punto di vista, Aerandria denunzia:

– col secondo motivo, la violazione e falsa applicazione della L. Fall., artt. 162, 163, 173 e 186-bis, essendo da escludere la possibilità di ritenere sussistente il carattere manifesto della non fattibilità del piano concordatario sulla base di rilievi valutativi che si sostanziano nella prognosi di un andamento negativo dell’attività futura della società proponente;

– col terzo motivo, l’omesso esame del fatto decisivo afferente e comunque la nullità della sentenza, ai sensi dell’art. 132 c.p.c., per la natura solo apparente della motivazione;

– col quarto motivo, la violazione e falsa applicazione di norme di diritto e la correlata mancanza di esame di un fatto decisivo con riferimento alla L. Fall., artt. 161, 162, 163, 173, 175 e 186-bis, e con conseguente nullità della sentenza ai sensi dell’art. 132 c.p.c., per aver ritenuto alla stregua di proposta migliorativa del piano concordatario, inutilizzabile perché priva di attestazione, gli aggiornamenti e i chiarimenti forniti dalla società nella memoria del 21-11-2013 volta a recepire le indicazioni del commissario.

4.2. A sua volta Carim e gli altri creditori denunziano, sempre a proposito dei profili attinenti al giudizio di inattitudine della proposta e del piano (ma anche, come anticipato, a corredo delle già svolte censure concernenti il profilo delle carenze informative):

– con l’undicesimo mezzo, la violazione dell’art. 132 c.p.c., stante l’acritico rinvio della sentenza alla relazione del commissario giudiziale;

– col dodicesimo mezzo, la falsa applicazione della L. Fall., artt. 161, 162, 173 e 186-bis quanto al giudizio di non fattibilità del piano concordatario, essendosi confuso il giudizio di probabilità di successo del piano medesimo, riguardante la prospettiva economica, con la ripetuta inattitudine;

(Omissis)

5. I ricorsi sono da disattendere per le assorbenti ragioni che, nei termini di seguito esposti, portano al rigetto del secondo, terzo e quarto motivo di Aeradria e dei motivi da undici a diciannove di Carim e altri. Tali motivi sono suscettibili di unitaria trattazione, perché involgenti il profilo, decisivo per quanto si dirà, del sindacato svolto dalla corte d’appello in ordine alla proposta e al piano concordatario.

6. È rilievo preliminare che il procedimento per la revoca dell’ammissione al concordato preventivo, a norma della L. Fall., art. 173, è aperto d’ufficio dal tribunale senza che sia necessaria una specifica richiesta in tal senso del commissario giudiziale. Ove peraltro il commissario abbia nella sua relazione posto in evidenza eventuali atti incidenti negativamente sul concordato stesso, e in particolare atti di frode compiuti dal debitore, è sempre il tribunale che, indipendentemente dalle espressioni usate dal commissario, deve procedere alla relativa qualificazione (cfr. Cass. n. 9271-14). A sua volta il pubblico ministero è soggetto comunque legittimato, a seguito della comunicazione del decreto con il quale il tribunale abbia revocato l’ammissione al concordato preventivo, a formulare la richiesta di fallimento (cfr. Cass. n. 4209-12 e anche Cass. n. 927114 cit.). Pertanto, in pendenza di un procedimento di concordato preventivo, sia esso ordinario o con riserva, in continuità o meno, il fallimento del­l’imprenditore, su richiesta del pubblico ministero (come nella specie) o su istanza di un creditore, può sempre essere dichiarato, purché ricorrano gli eventi previsti dalla L. Fall., artt. 162, 173, 179 e 180: e cioè, rispettivamente, quando la domanda di concordato sia stata dichiarata inammissibile, quando sia stata revocata l’ammissione alla procedura, quando la proposta di concordato non sia stata approvata e quando, all’esito del giudizio di omologazione, sia stato respinto il concordato. Né la dichiarazione di fallimento, stante l’inesistenza di un rapporto di pregiudizialità tecnico-giuridica tra le procedure, è esclusa durante le eventuali fasi di impugnazione del­l’esito negativo del concordato preventivo (v. Cass. Sez. Un. 9935-15).

7. Ciò puntualizzato, è da osservare che nella specie la dichiarazione di fallimento, per quel che dalla sentenza risulta, e per quanto riconosciuto dalla stessa debitrice a pag. 25 del suo ricorso, è avvenuta su richiesta del pubblico ministero dopo che il tribunale di Rimini, con decreto del 17-5-2013, aveva revocato l’ammissione al concordato preventivo ritenendo la proposta concordataria carente nel requisito di fattibilità (L. Fall., art. 173, comma 3). La corte d’appello, con la sentenza in questa sede impugnata, oltre a insistere sui profili delle carenze informative risolte in atti di frode, ha confermato la valutazione negativa compiuta dal tribunale quanto alla non fattibilità della proposta e del piano, e al capo della decisione afferente sono state dedicate le censure dai ricorrenti svolte nei motivi appena sopra indicati. Sennonché quelle censure sono nel complesso infondate.

7.1. Le Sezioni unite di questa Corte, nella sentenza n. 1521-13 richiamata hinc et inde, hanno affermato il principio per cui il giudice ha il dovere di esercitare il controllo di legittimità sulla proposta di concordato. Il sindacato di fattibilità non resta difatti escluso dall’attestazione del professionista. Rimane invece riservata ai creditori la valutazione in ordine al merito del detto giudizio, che ha a oggetto la probabilità di successo economico del piano e i rischi inerenti. Quest’ultimo concetto va peraltro razionalmente inteso in rapporto a quanto precisato a proposito della verifica della causa concreta del concordato stesso. E va poi calibrato sul profilo del concordato in continuità aziendale.

7.2. Dal primo punto di vista deve essere posta in adeguata luce l’implicazione generale del concetto, laddove si è detto che, realizzandosi il controllo di legittimità in “applicazione di un unico e medesimo parametro nelle diverse fasi di ammissibilità, revoca ed omologazione in cui si articola la procedura di concordato preventivo”, esso deve attuarsi mediante la diretta verifica della “effettiva realizzabilità della causa concreta”. Quest’ultima – la causa concreta – è da intendersi “come obiettivo specifico perseguito dal procedimento”, donde essa non ha un contenuto fisso e predeterminabile, essendo dipendente dal tipo di proposta formulata, pur se inserita – codesta – nel generale quadro di riferimento finalizzato al superamento della situazione di crisi dell’imprenditore e all’assicurazione di un soddisfacimento, sia pur ipoteticamente modesto e parziale, dei creditori.

La nozione non tollera margini di ambiguità. È abbastanza evidente che l’espli­cito riferimento alla causa concreta, evocando il richiamo di una prospettiva funzionale, suppone un controllo sul contenuto della proposta finalizzato a stabilirne l’ido­neità ad assicurare la rimozione dello stato di crisi mediante il previsto soddisfacimento dei crediti rappresentati. Ciò significa che la verifica di fattibilità, proprio in quanto correlata al controllo della causa concreta del concordato, comprende necessariamente anche un giudizio di idoneità, che va svolto rispetto all’assetto di interessi ipotizzato dal proponente in rapporto ai fini pratici che il concordato persegue. Difatti non può esser predicato il primo concetto (il “controllo circa l’effettiva realizzabilità della causa concreta”) se non attraverso l’estensione al di là del mero riscontro di legalità degli atti in cui la procedura si articola, e al di là di quanto attestato da un generico riferimento all’attuabilità del programma. Da questo punto di vista non è esatto porre a base del giudizio una summa divisio tra controllo di fattibilità giuridica astratta (sempre consentito) e un controllo di fattibilità economica (sempre vietato).

Il giudice, in verità, è tenuto a una verifica diretta del presupposto di fattibilità del piano per poter ammettere il debitore al concordato, e la differenza (nozionistica) ap­pena richiamata serve semplicemente a questo: che mentre il sindacato del giudice sulla fattibilità giuridica, intesa come verifica della non incompatibilità del piano con norme inderogabili, non incontra particolari limiti, il controllo sulla fattibilità economica, intesa come realizzabilità nei fatti del medesimo, può essere svolto nei limiti nella verifica della sussistenza o meno di una manifesta inettitudine del piano a raggiungere gli obbiettivi prefissati, individuabile caso per caso in riferimento alle specifiche modalità indicate dal proponente per superare la crisi. Tanto vuol dire non solo che non è vero che il controllo di fattibilità economica, per usare l’espressione fin qui impiegata, sia in sé vietato (v. Cass. n. 11497-14 e, da ultimo, Cass. n. 26329-16). Vuol dire anche che, nella prospettiva funzionale, è sempre sindacabile la proposta concordataria ove totalmente implausibile. È difatti riservata ai creditori solo la valutazione di convenienza di una proposta plausibile, rispetto all’alternativa fallimentare, oltre che, ovviamente, la specifica realizzabilità della singola percentuale di soddisfazione per ciascuno di essi.

7.3. I riportati principi tanto più vengono in rilievo quando si discorra di concordato in continuità aziendale supponente, come nella specie, un piano industriale pluriennale inteso a generare specifici flussi di cassa. In tal caso la rigorosa verifica della fattibilità “in concreto” presuppone un’analisi inscindibile dei profili giuridici ed economici, volta che il piano con continuità deve essere idoneo a dimostrare la sostenibilità finanziaria della continuità stessa. Tanto che esso deve contenere l’analitica indicazione dei costi e dei ricavi attesi dalla prosecuzione dell’attività, delle risorse necessarie e delle relative modalità di copertura (L. Fall., art. 186-bis). È da puntualizzare che se è vero che il concordato con continuità aziendale non si atteggia, nel sistema, come un istituto diverso e “nuovo”, ma come semplice modalità del concordato stesso, è però anche logico che, per le caratteristiche che lo distinguono e per le particolari norme di favore attraverso le quali è agevolata la continuazione dell’impresa in crisi, esso debba esser circondato da una serie di cautele inerenti il piano e l’atte­stazione, tese a evitare il rischio di un aggravamento del dissesto a danno dei creditori. Invero la prosecuzione dell’attività deve essere comunque “funzionale al miglior soddisfacimento dei creditori” (ancora art. 186-bis). In definitiva, il piano concordatario che, come atto programmatico, il debitore è libero di formulare, condizionando l’esercizio e la realizzazione dei diritti di terzi, paralizzati dal divieto di azioni esecutive per la durata della procedura (L. Fall., art. 168) ed esposti a una falcidia in certo qual modo aggravata dal concorso di creditori aventi diritto alla prededuzione o al pagamento anticipato (artt. 161 e 182-quinquies), suppone sempre un vaglio rigoroso, da parte del giudice, su tutti i presupposti e gli atti preparatori e strumentali con­dizionanti.

Esplicitamente, d’altronde, l’art. 186-bis, u.c., attribuisce al giudice il compito di verificare, ai sensi della L. Fall., art. 173, che l’esercizio dell’impresa, per come ipotizzato nel piano, non risulti infine manifestamente dannoso per i creditori. Cosicché l’alea che ne circonda l’esecuzione, e che è rimessa all’accettazione dei creditori, non si estende alla valutazione di esistenza effettiva dei presupposti della soluzione concordataria per come indicata nel piano e di inesistenza delle condizioni di manifesta dannosità.

8. L’impugnata sentenza, svolgendo il sindacato che la fattispecie richiedeva, si è posta in linea coi citati principi, nel momento in cui ha motivatamente espresso una valutazione di radicale manifesta inattitudine del piano concordatario in rapporto al­la serie di elementi dettagliatamente riportati in motivazione. Tali elementi sono stati rinvenuti:

– nell’opacità dei bilanci della società;

– nell’andamento (indicato come “disastroso”) della gestione antecedente a fronte di scelte gestorie, ipotizzate nel piano industriale, non caratterizzate da effettiva di­scontinuità quanto alla fondamentale ricerca dell’equilibrio tra costi e ricavi; e dunque nella consequenziale illogicità di una ipotesi di realizzazione di obiettivi ambiziosi come quelli indicati nella proposta;

– nella inesistenza di un surplus di risorse per far fronte a eventi suscettibili di incidere negativamente sugli ipotizzati flussi di cassa, essendo stata posta in motivata discussione l’idoneità del fondo rischi ed essendosi palesata l’erroneità di una non secondaria voce del conto economico quanto alle entrate prospettiche derivanti da pagamenti di soggetti esteri;

– nella insufficienza, rispetto a quanto prospettato nel piano industriale, del margine di incidenza di dati variabili normalmente correlati a una valutazione di equilibrio dell’impresa, atteso che finanche il margine prudenziale di riduzione del 10 % rispetto al valore stimato della produzione, indicato dal commissario giudiziale e in sentenza definito (senza specifica censura) come privo di “obiezioni da parte della re­clamante”, era da considerare generativo di una perdita netta di bilancio chiaramente incidente sul cd. business plan. E a tal proposito va qui rammentato che, giustappunto, il business plan è nel linguaggio commerciale il documento che sintetizza i contenuti e le caratteristiche di un progetto imprenditoriale, in vista della concreta pianificazione e gestione aziendale e della comunicazione esterna verso potenziali finanziatori o investitori. Donde una carenza incidente su di esso, unita al riscontro di scelte gestorie in linea con quelle che hanno già portato la società al dissesto, di deficitarie indicazioni di bilancio e di insufficienze dei valori stimati di produzione ben possono giustificare una valutazione di intrinseca inettitudine, quando non di plateale dannosità per i creditori, della prosecuzione dell’esercizio dell’impresa secondo la prospettiva delineata.

(Omissis)

9.2. Quanto all’art. 360 c.p.c., n. 5, i ricorrenti essenzialmente ascrivono alla corte d’appello di avere omesso di verificare le prospettive di soddisfacimento dei creditori tramite disponibilità di nuova finanza, entro l’esercizio 2014, con le modalità promesse da Aeradria nella integrazione della proposta concordataria. Tale censura è inammissibile in nuce, in quanto emerge da entrambi i ricorsi che l’integrazio­ne era avvenuta nel corso dell’udienza del 21-11-2013, dopo che il tribunale aveva aperto il procedimento di revoca dell’ammissione al concordato, e che si era trattato, a conforto di quanto esplicitamente detto nell’impugnata sentenza, di una integrazione non munita di attestazione del professionista. Il giudice fallimentare non è tenuto a considerare modificazioni della proposta o del piano non accompagnate da idonea attestazione secondo il disposto di cui alla L. Fall., art. 161, comma 3, salvo che si tratti di modifiche “non sostanziali”. Occorre dire che nel quarto motivo del suo ricorso, Aeradria ha eccepito che si era trattato, appunto, di modifica della proposta ritenuta di carattere “non (...) certamente sostanziale”, e comunque migliorativa, sicché per questo sarebbe stato legittimo non munirla di attestazione. Ma la tesi, sotto entrambi i profili, implica apprezzamenti di merito, contrastanti peraltro con quanto di diverso implicitamente ritenuto dalla corte distrettuale. Per cui suppone un sindacato di fatto e si risolve in un tentativo finalizzato a rivedere l’esito della valutazione. Ciò rende ininfluente l’ulteriore rilievo sull’essere stata la detta modalità di soddisfacimento menzionata nella relazione del commissario. D’altronde neppure risulta dai ricorrenti esplicitato il livello di decisività dei profili sottesi alla censura, vale a dire in qual senso l’asserita disponibilità e il successivo impiego di nuova finanza, da raccogliere in esecuzione del concordato, avrebbero inciso in modo determinante per incrementare il margine di sicurezza del piano industriale senza gravare sul già enorme passivo, così da assicurare il miglior soddisfacimento dei creditori nonostante le pur gravi lacune del piano medesimo, emerse dalla motivazione della sentenza impugnata. Finanche quindi il carattere migliorativo della citata integrazione, rispetto ai presupposti della soluzione concordataria per come indicata nel piano e all’inesistenza delle condizioni di manifesta dannosità, resta affidato a un mero asserto della proponente, unilaterale e implicitamente non condiviso dal giudice del merito. Asserto il cui apprezzamento – ancora si ripete – è completamente estraneo ai confini del giudizio di legittimità.

(Omissis)

Per tale complesso di ragioni, l’impugnata sentenza resiste alle critiche sul versante della prospettata valutazione di non fattibilità economico-giuridica della proposta e del piano concordatario con continuità aziendale. E tanto determina il rigetto di tutti i motivi a ciò dedicati nei due ricorsi.

10. Ne consegue l’inammissibilità dei motivi restanti – i motivi uno, cinque, sei e sette di Aeradria, ivi comprese le censure di cui agli ulteriori quattro motivi finali (da uno a quattro della relativa sottonumerazione), e i motivi da uno a dieci e da venti a ventisette di Carim, ivi compresi i motivi da quindici a diciannove nella parte afferente le questioni delle carenze informative ai creditori. È principio generale che ove una sentenza si fondi su più ragioni, tutte autonomamente idonee a sorreggerla, è necessario – per giungere alla cassazione della pronunzia – non solo che ciascuna di esse abbia formato oggetto di specifica censura, ma anche che il ricorso abbia esito positivo nella sua interezza con l’accoglimento di tutte le censure, affinché si realizzi lo scopo stesso dell’impugnazione (cfr. per tutte Cass. Sez. Un. 36-07).

Questa è intesa alla cassazione della sentenza in toto, id est in tutte le ragioni che autonomamente la sorreggano. È pertanto sufficiente che anche una sola delle dette ragioni non formi oggetto di censura, ovvero che sia respinta la censura relativa anche a una sola di quelle, perché l’impugnazione debba essere rigettata nella sua interezza, divenendo inammissibili, per difetto di interesse, le censure avverso le eventuali altre ragioni concorrenti (ex aliis, Cass. n. 7077-01; n. 10420-05; n. 1106-06; n. 2108-12).

11. I ricorsi sono rigettati.

(Omissis).

Sommario:

1. Il caso deciso - 2. Le questioni giuridiche coinvolte - 3. Il sindacato del giudice sulla “fattibilità” del piano di concordato alla luce delle Sezioni Unite del 2013 - 4. Le posizioni assunte da Cass. n. 9061/2017 - 4.1. (Segue): la revoca dell’ammissione al concordato con continuità aziendale ex art. 173, 3° comma, L. Fall. - 4.2. La rilevanza delle omissioni informative come atti in frode ex art. 173, 1° comma, L. Fall. - 5. Le prerogative dell’autorità giudiziaria alla luce della c.d. “miniriforma” del 2015: dalla percentuale di soddisfacimento del 20% dei creditori chirografari all’“utilità specificamente individuata ed economicamente valutabile” - 6. L’unificazione del presupposto di “fattibilità” nel nuovo “Codice della crisi e dell’insolvenza” - NOTE


1. Il caso deciso

Con la sentenza che qui si annota, la Corte di Cassazione torna ad occuparsi del contenuto e, quindi, dei limiti del controllo giudiziario sul requisito della “fattibilità” del piano di concordato preventivo. Al fine di meglio comprendere la portata della pronuncia della Suprema Corte è opportuno richiamare brevemente la vicenda, che trae origine da un ricorso presentato da una società per azioni, dichiarata fallita a seguito della revoca del provvedimento di ammissione al concordato preventivo [1]. In particolare, la debitrice aveva presentato una proposta di concordato preventivo con continuità aziendale, il cui piano prevedeva il soddisfacimento dei creditori in via principale attraverso i flussi di cassa generati dalla continuità dell’attività d’im­presa [2]. Il Tribunale in un primo momento aveva ammesso la società alla procedura concordataria, per poi revocarne l’ammissione ritenendo il piano “non fattibile”. In seguito, anche la Corte d’Appello [3] ha censurato il piano concordatario sotto il profilo della “fattibilità economica”, in quanto si evidenziava dagli elementi acquisiti dal commissario giudiziale l’inidoneità al raggiungimento degli "obiettivi minimi del concordato preventivo» [4]. La Corte di Cassazione, chiamata a pronunciarsi sulle doglianze prospettate dai ricorrenti, ha illustrato, con un’articolata motivazione, le ragioni ed i limiti dell’am­missibilità di un sindacato giudiziale sulla “fattibilità economica” del piano ed, in particolare, ha affermato il potere di revoca dell’ammissione al concordato, ex art. 173, 3° comma, L. Fall., in presenza di una manifesta dannosità per i creditori della continuazione dell’attività dell’impresa. La Cassazione richiama in parte, al riguardo, i principi espressi dalle Sezioni Unite nella sentenza 23 gennaio 2013, n. 1521 [5] che, come noto, ha separato il sindacato sulla “fattibilità giuridica” del concordato da quello sulla “fattibilità economica”, ovvero il controllo sulla legittimità da quello diverso e più penetrante di merito, quest’ultimo avente ad oggetto «la probabilità di successo economico del piano e i rischi inerenti». Secondo la Corte, nella [continua ..]

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2. Le questioni giuridiche coinvolte

La sentenza qui in commento si inscrive tra le pronunce della Cassazione che, a seguito dei ben noti insegnamenti delle Sezioni Unite del 2013 [6], hanno cercato di puntualizzare e meglio definire i principi esposti in quella sede [7], rappresentandone, così, un “fisiologico” sviluppo. La pronuncia costituisce, quindi, nuovamente l’occasione per affrontare il tema del contenuto del controllo giudiziario in ordine alla “fattibilità” [8] del piano di concordato preventivo, non solo in relazione alla sentenza qui commentata, ma anche alla luce delle novità introdotte con la c.d. “mini riforma” attuata con il D.L. 83/2015, convertito in L. n. 132/2015 [9], nonché di quelle emergenti dalle disposizioni contenute nel nuovo “Codice della crisi e dell’insolvenza” [10]. Come è facile intuire, le questioni che saranno esposte qui di seguito hanno come nucleo centrale il ruolo dell’autorità giudiziaria nell’ambito della procedura di concordato preventivo: infatti, le recenti riforme della legge fallimentare hanno accentuato i profili negoziali di tale istituto [11], rimodulando e restringendo, di conseguenza, i poteri del giudice [12]. Pertanto, il tema che qui ci occupa ha suscitato non pochi dubbi interpretativi con inevitabili riflessi, in particolare, sull’aspetto riguardante la “fattibilità” del piano: il dato normativo non chiarisce né cosa si intende per “fattibilità” [13], né se tale requisito sia previsto a pena di inammissibilità della domanda di concordato preventivo e, quindi, sia direttamente oggetto del controllo giudiziario, o se, al contrario, non lo sia, formando, invece, oggetto della sola attestazione del professionista e limitandosi, pertanto, la verifica del Tribunale alla sola completezza e logicità dell’attesta­zione sulla “fattibilità” [14]. Tuttavia, la contemporanea presenza di interessi pubblici nella procedura concordataria ha successivamente indotto il legislatore, da un lato, e la giurisprudenza, dall’altro, a “riespandere” i poteri del Tribunale, con il fine precipuo di tutelare gli interessi del ceto creditorio contro eventuali “abusi” [15] insiti nell’utilizzo dello stru­mento concordatario da parte del [continua ..]

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3. Il sindacato del giudice sulla “fattibilità” del piano di concordato alla luce delle Sezioni Unite del 2013

Nell’impianto normativo originario della legge fallimentare il Tribunale era l’or­gano supremo della procedura, che aveva il potere di verificare non solo gli aspetti giuridici, ma anche quelli economici del piano ed, inoltre, poteva rifiutare l’omolo­gazione del concordato anche in presenza del voto favorevole dei creditori [16]. Infatti, l’art. 181 L. Fall., nella sua originaria formulazione, attribuiva al giudice il potere di verificare la “convenienza economica” della proposta di concordato preventivo; tale norma è stata successivamente modificata nel 2005, quando il legislatore ha affidato il giudizio sulla convenienza ai soli creditori [17]. La legge fallimentare riformata non ha disciplinato espressamente il potere di controllo del Tribunale [18] sul requisito della “fattibilità” [19] del piano concordatario, tuttavia lo stesso si ricava indirettamente [20] dal combinato disposto degli artt. 161, 3° comma [21] e 162, 2° comma, L. Fall., ove si legge che il giudice verifica la presenza dei requisiti di ammissibilità alla procedura concordataria, sanciti dall’art. 161 L. Fall. [22]. In effetti, l’attestazione di “fattibilità” del piano, unita a quella di “veridicità” dei dati aziendali da parte del professionista [23], è stata prevista per la prima volta con il D.L. n. 35/2005 convertito in L. n. 80/2005; ma solo con la successiva modifica del­l’art. 162 L. Fall., operata dal D.Lgs. n. 169/2007, il legislatore ha ampliato i poteri del Tribunale fino a ricomprendere, seppur si ripete indirettamente, la verifica di “fat­tibilità”, oltre a quella dei requisiti sanciti dall’art. 160 L. Fall. [24]. Le Sezioni Unite, nella menzionata pronuncia del 2013, sembravano aver risolto i contrasti emersi in giurisprudenza sulla perimetrazione del controllo giudiziario in ordine al requisito di cui si discute, allorquando hanno distinto tra “fattibilità giuridica” e “fattibilità economica” del piano. Infatti, prima dell’intervento non vi era uniformità di vedute in seno alla dottrina e alla giurisprudenza. Per quanto attiene alla dottrina, l’orientamento prevalente riconosceva al Tribunale un controllo consistente in una verifica meramente formale di [continua ..]

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4. Le posizioni assunte da Cass. n. 9061/2017

La sentenza qui in commento consente di evidenziare come il tema del controllo giudiziario sulla “fattibilità” [43] del piano concordatario rappresenti una questione ancora ampiamente dibattuta e, sotto certi aspetti, controversa [44]. In essa può ravvisarsi un affinamento dei principi espressi dalle Sezioni Unite del 2013, conformemente, del resto, ad altre precedenti pronunce [45]. Infatti, sono stati fissati con maggiore sforzo esplicativo i limiti entro i quali il Tribunale è tenuto a rilevare l’assenza di “fattibilità economica”, ovvero di “fattibilità in concreto”, del piano. In particolare la sentenza, da un lato, fa proprio il principio secondo il quale il controllo del Tribunale sulla “fattibilità” non resta escluso dalla presenza dell’attestazione del professionista [46], trovando riscontro già in sede di ammissione; dall’altro, afferma che la verifica anche in merito alla “fattibilità economica” del piano non è sempre vietata. Orbene, mentre il controllo sulla “fattibilità giuridica” non incontra limiti, quello sulla “fattibilità economica” è, invece, condizionato dalla presenza di taluni presupposti. La Cassazione ha cura di sottolineare che il Tribunale esercita il controllo di “legittimità” facendo ricorso ad «un unico e medesimo parametro nelle diverse fasi di ammissibilità, revoca ed omologazione», concretizzandosi nella verifica della «effettiva realizzabilità della causa concreta». Pertanto, alla luce di una “prospettiva funzionale” del concordato preventivo, la “causa in concreto” è rinvenibile nella ido­neità del piano al superamento della crisi dell’impresa attraverso il soddisfacimento del ceto creditorio, secondo le modalità previste dal debitore ed accettate dai creditori [47]; quindi, al Tribunale spetta non solo giudicare la corrispondenza tra quanto promesso dal debitore e quanto consentito dalla legge, sotto un profilo di stretta legalità, ma anche vagliare la realizzabilità e sostenibilità delle previsioni contenute nel piano solo nei limiti di «una manifesta inettitudine di quest’ultimo a raggiungere gli obiettivi prefissati». Invero, la Cassazione [continua ..]

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4.1. (Segue): la revoca dell’ammissione al concordato con continuità aziendale ex art. 173, 3° comma, L. Fall.

Come ha affermato il Collegio nella sentenza in commento, l’intensità delle verifiche suesposte dipende dalla tipologia di concordato oggetto della proposta del debitore: quest’ultima, come è noto, non si riduce più solo all’alternativa tra “concordato con garanzia” e “concordato con cessio bonorum” [50], come avveniva in passato, il che dava luogo ad una “proposta a condizioni tipizzate” [51]. Infatti, si ripete, l’im­prenditore in stato di crisi ha un’ampia libertà nella formulazione del contenuto della proposta [52] e può anche ricorrere al concordato con continuità aziendale, ex art. 186-bis L. Fall. [53]. È doveroso soffermarci sui profili, toccati dalla sentenza in commento, relativi all’estensione del sindacato giudiziale in presenza di una proposta di concordato preventivo con continuità aziendale [54]. Tale fattispecie comprende varie modalità di realizzazione, alcune delle quali in precedenza erano ricondotte con difficoltà alla fi­gura in esame, ed oggi sono rese possibili, data l’ampiezza consentita dall’art. 160 L. Fall. [55]. La continuità aziendale può essere “diretta”, quando sia lo stesso debitore a proseguire l’attività, oppure “indiretta”, quando, invece, tale attività continui in capo ai terzi cessionari [56]. Entrambe le fattispecie richiedono un vaglio giudiziale rigoroso cir­ca la fattibilità “in concreto” [57], poiché, come afferma il Collegio nella sentenza in commento, ciò presuppone «un’analisi inscindibile dei profili giuridici ed economici, in quanto il piano con continuità deve essere idoneo a dimostrare la sostenibilità finanziaria della continuità stessa». Per quanto attiene alla fattispecie della “continuità diretta”, in particolare, può rilevarsi che la prosecuzione dell’attività dell’impresa determina, inevitabilmente, un aggravio per la procedura e, quindi, per la massa dei creditori; di conseguenza, il Tribunale è chiamato ad effettuare un controllo non solo più rigoroso, ma anche tecnicamente più complesso. L’art. 186-bis, 2° comma, L. [continua ..]

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4.2. La rilevanza delle omissioni informative come atti in frode ex art. 173, 1° comma, L. Fall.

Tra le questioni portate al vaglio della Suprema Corte nella sentenza che si commenta vi è anche quella relativa alla revoca del concordato a causa del compimento di “atti di frode” exart. 173, 1° comma, L. Fall. [74]; tuttavia, esse non sono state espressamente affrontate e questo non ha di certo contribuito a chiarire l’estensione dell’ambito di applicazione della disciplina degli “atti di frode” [75]. Come esposto in precedenza, la sentenza conferma il rilievo della Corte territoriale in relazione alla mancanza del requisito di “fattibilità economica” del piano concordatario, anche se la Corte d’Appello, da quanto è dato comprendere, ha contemporaneamente qualificato talune omissioni quali atti decettivi rilevanti ai sensi dell’art. 173, 1° comma, L. Fall. [76]: ovvero, in particolare, l’«omessa esposizione delle obbligazioni potenzialmente derivanti da corresponsabilità nel dissesto della società»; l’«omessa prospettazione di tutte le soluzioni alternative praticabili rispetto all’offerta concordataria»; l’«omessa prospettazione di esistenza di potenziali crediti derivanti da azioni di responsabilità verso gli organi direttivi e di controllo». Pertanto, anche se non viene in discussione nel caso di specie la revoca del concordato per l’assenza di “fattibilità economica” del piano concordatario, confermata dalla Cassazione nella pronuncia in commento, si ritiene opportuno un approfondimento circa il potere ex art. 173, 1° comma, L. Fall. [77]. Si intende in particolare verificare, senza alcuna pretesa di trarre conclusioni definitive, se le omissioni informative scoperte dal commissario giudiziale e valutate come “atti di frode” dai giudici di secondo grado, ai sensi dell’art. 173, 1° comma, L. Fall., possano considerarsi assorbite nella valutazione di “fattibilità economica”, svolta dal Collegio nella sentenza in commento. A tal fine, sono utili e necessari alcuni cenni alla normativa di riferimento. Considerando l’ampia libertà di cui gode il debitore nella formulazione della proposta concordataria, il legislatore ha attribuito all’autorità giudiziaria il potere di verificare l’assenza di comportamenti frodatori da parte del primo ed a [continua ..]

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5. Le prerogative dell’autorità giudiziaria alla luce della c.d. “miniriforma” del 2015: dalla percentuale di soddisfacimento del 20% dei creditori chirografari all’“utilità specificamente individuata ed economicamente valutabile”

Recentemente il legislatore, con il D.L. n. 83/2015, convertito in L. n. 132/2015, ha introdotto nell’art. 160 L. Fall. un ultimo comma, alla luce del quale si prescrive: «in ogni caso la proposta di concordato deve assicurare il pagamento di almeno il venti per cento dell’ammontare dei crediti chirografari. La disposizione di cui al presente comma non si applica al concordato con continuità aziendale di cui all’arti­colo 186-bis». Una scelta questa, del legislatore, che ha l’intento di arginare gli “abusi” insiti nell’utilizzo dello strumento concordatario e di tutelare, così, gli interessi del ceto creditorio [91]. Inoltre, nell’art. 161, 2° comma, lett. e), L. Fall. si è stabilito che «in ogni caso, la proposta deve indicare l’utilità specificamente individuata ed economicamente valutabile che il proponente si obbliga ad assicurare a ciascun creditore». Indubbiamente si tratta di novità significative, che hanno diviso gli interpreti sulla relativa portata ed, in particolare, sulle conseguenze sul contenuto dei poteri del Tribunale: infatti, ci si è chiesti se le disposizioni novellate consentano all’autorità giudiziaria la verifica di “fattibilità economica” del piano. Orbene, la c.d. “mini riforma” ha accentuato le differenze tra concordato liquidatorio e concordato in continuità, statuendo che solo nella prima ipotesi il debitore dovrà assicurare il pagamento dei crediti chirografari nella misura del 20%; pertanto, è sorta subito la difficoltà di stabilire il significato da attribuire alla suddetta locuzione. Secondo la dottrina prevalente [92], il proponente assume ora con la proposta di cessio bonorum un obbligo ben preciso ed inderogabile: non si limita più solo a cedere i suoi beni ai creditori, affinché attraverso la loro liquidazione vengano soddisfatti, ma l’oggetto specifico del suo impegno è quello di pagare i crediti chirografari (almeno) [93] nella misura del 20%. Tuttavia, secondo una diversa linea interpretativa [94], il debitore non assumerebbe un’obbligazione di risultato [95], ma si impegnerebbe a prospettare solo un «risultato minimo che può essere conseguito sulla base di dati attuali e verificabili che rendono sostanzialmente certo [continua ..]

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6. L’unificazione del presupposto di “fattibilità” nel nuovo “Codice della crisi e dell’insolvenza”

Come è stato dimostrato nei precedenti paragrafi, la verifica giudiziale di “fattibilità” del piano di concordato preventivo ha suscitato un dibattito vivace ed ancora attuale nella prassi applicativa, che neppure le Sezioni Unite del 2013 hanno spento. Nella sentenza della Corte di Cassazione qui commentata, i giudici hanno ammesso, come esaminato, un controllo del Tribunale sulla “fattibilità economica”, li­mitandolo, tuttavia, al caso di “manifesta inettitudine del piano” a raggiungere gli obiettivi prefissati. Nel contempo, le novità della c.d. miniriforma del 2015 hanno spinto la prevalente giurisprudenza di merito a riconoscere un ampliamento del contenuto dei poteri di scrutinio ed interdittivi del Tribunale, nonostante l’opinione contraria della dottrina prevalente, come più sopra esaminato. Orbene, nel testo approvato in via definitiva del decreto legislativo delegato di attuazione della legge delega 19 ottobre 2017, n. 155 [111], in particolare nel c.d. “Codice della crisi e dell’insolvenza” [112], si sono accolte le istanze di una parte della dottrina, seppur minoritaria, e della stessa giurisprudenza prevalente: infatti, grazie alla previsione contenuta nell’art. 47 del suddetto Codice [113] è stato ampliato il perimetro del controllo giudiziale, fino a ricomprendere espressamente quello di “fattibilità” del piano di concordato [114]. Si assiste, così, nuovamente ad una “riespansione” delle prerogative del Tribunale, dal momento dell’ammissione a quello dell’omologazione del concordato preventivo; infatti, il legislatore ha dato spazio al controllo giudiziale sui profili strettamente economici del piano presentato dal debitore, tanto che, in una prima versione delle bozze dei decreti delegati, aveva addirittura escluso l’obbligo dell’atte­stazione del professionista, per poi ritornare alla vecchia previsione [115]. Pertanto, l’autorità giudiziaria, sulla base dei rilievi esposti dal commissario giudiziale, potrà sindacare l’effettiva possibilità di conseguire gli obiettivi pianificati, oltre che la giuridica realizzabilità del programma negoziale [116]. Può ritenersi che l’approdo, al quale è condivisibilmente giunto il legislatore della riforma, sia del tutto [continua ..]

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NOTE

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