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Trattamento di fine rapporto: sorte del credito nel caso di fallimento del cedente e continuazione del rapporto con il cessionario

Antonio Caiafa, Professore di Diritto delle procedure concorsuali nell’Università di Bari LUM “Giuseppe Degennaro”

Lo scritto si occupa della sorte del trattamento di fine rapporto, e della sua ammissione al passivo fallimentare, nel caso di fallimento del cedente e continuazione del rapporto con il cessionario di azienda.

PAROLE CHIAVE: fallimento - trattamento di fine rapporto - fondo di garanzia

The question is on the end-of-relationship treatment: the arrival of credit in case of failure of the seller and continuation of the relationship with the assignee.

Keywords: end-of-relationship treatment – guarantee fund – bankruptcy

Cassazione, ordinanza 27 febbraio 2020, n. 5376

Pres. C. De Chiara, Rel. M. Ferro

(L. Fall. artt. 93, 3° comma, nn. 1, 2 e 3 e 96, 2° comma, n. 1; art. 2, legge n. 297/1982)

La domanda volta a conseguire l’inserimento nel passivo con riserva del credito per TFR, oggetto di cessione da parte dei lavoratori alle dipendenze della fallita, non integra una ragione di inammissibilità del ricorso, qualora venga negato il requisito della condizionalità, ai sensi dell’art. 96, 2° comma, n. 1, L. Fall., per essere quelle di cui ai n. 1, 2 e 3 del 3° comma dell’art. 93 L. Fall. tassative e riferite ai soli ai casi di omissione o assoluta incertezza di uno dei requisiti. È possibile pervenire ad uno scrutinio negativo della richiesta ammissione quando, però, oggetto di essa è il credito per TFR, spettante al lavoratore, qualora sia ancora pendente il relativo rapporto, per inesistenza dei presupposti richiesti dalla disciplina normativa, ciò in quanto la fattispecie di cui all’art. 2, legge n. 297/1982 presuppone, perché possa aversi l’intervento del fondo di garanzia, la necessaria risoluzione del rapporto ai fini dell’applicazione della tutela. Il credito maturato per TFR, nell’ipotesi di cessione d’azienda, non può essere ammesso al passivo del fallimento del datore di lavoro cedente, in quanto esso non è ancora esigibile e, pertanto, nell’ipotesi in cui sia stato oggetto di cessione, l’ammissione potrà avvenire solo al momento della cessazione del rapporto seppur, in tal caso, il cessionario risponderà dell’intero ammontare anche per l’importo corrispondente maturato anteriormente alla cessione.

(Omissis)

FATTI DI CAUSA

Rilevato che:

  1. 1. – FIDITALIA p.a. impugna il decreto Trib. Bergamo 14.10.2014, n.6608/14, R.G. 3597/2014 che ne ha rigettato il reclamo avverso il decreto di solo parziale ammissione al passivo del suo credito nel fallimento Lupini Targhe s.p.a., escluso per la parte vantata avendo riguardo al TFR, ceduto alla società (finanziatrice) da dipendenti-lavoratori della fallita per i quali il rapporto di lavoro non era ancora cessato, senza quindi maturazione del relativo diritto e nemmeno sussistendo i presupposti per un’ammissione con riserva;
  2. 2. – ha ritenuto il tribunale la eccezionalità dell’art.96 co.2 f., equivalendo invero l’ammissione, sia pur con riserva di avveramento della condizione, al riconoscimento del credito, mentre nella specie il TFR ceduto dai lavoratori a Fiditalia non poteva dirsi sorto, avendo gli stessi cedenti continuato a lavorare, senza soluzione di continuità, con un terzo, affittuario d’azienda della società fallita; precisava così il tribunale che la statuizione d’inammissibilità dell’insinuazione al passivo, per come emessa dal giudice delegato e condivisa, non avrebbe comunque precluso al creditore, ricorrendone le condizioni, di riproporre la domanda in via tardiva, anche oltre il termine dell’art.101 l.f.;

RAGIONI DELLA DECISIONE

Considerato che:

  1. 1. – con il primo motivo, è dedotta la violazione dell’art.93 f., ove la declaratoria di inammissibilità della domanda, per come decisa, fuoriesce dai casi tipizzati nella norma, mentre poi l’unico rimedio anche avverso simile pronuncia non può che essere l’opposizione, per tale ragione erroneamente dichiarata inammissibile anche ove si sia chiesta l’ammissione del credito con riserva;
  2. 2. – il secondo motivo censura la violazione dell’art.2120 c.c., ove il tribunale ha configurato il credito per TFR non ancora maturato poiché relativo a rapporti di lavoro pendenti con il cessionario d’azienda, posto che solo la concreta esigibilità e l’ammontare deriverebbero dalla citata cessazione;
  3. 3. – il terzo motivo deduce la violazione dell’art.1186 c.c., per la parte in cui il decreto ha ritenuto la risoluzione dei rapporti di lavoro elemento costitutivo del credito della ricorrente, sussistendo le condizioni di esigibilità stante la insolvenza ovvero peggiorata situazione patrimoniale dei debitori-lavoratori;
  4. 4. – il quarto motivo deduce la violazione degli artt. 95-96 l.f. avendo riguardo all’erroneo differimento dell’accertamento del credito ad un’epoca futura e indeterminata, in contrasto con il principio di tempestiva cristallizzazione del passivo;
  5. 5. – il quinto motivo censura il decreto ove avrebbe violato l’art.96 co.2 f., posto che il credito, benché di natura condizionale, non sarebbe stato ammesso, mentre la sua insorgenza si darebbe già con l’instaurazione del rapporto, tant’è che il titolare ne può disporre; il tutto in contraddizione con quanto avvenuto nella procedura, ove ben tre posizioni su quattro (dei cedenti) sarebbero state ammesse al passivo, senza riserva;

(Omissis)

  1. 8. – ritiene il Collegio di dover trattare congiuntamente i motivi di ricorso, giustapponendo al primo di essi (l’unico fondato) il ricorso incidentale, e così dichiarando, per il resto, la contestuale e complessiva infondatezza di tutti; il decreto del tribunale bergamasco procede invero da due affermazioni in stretta interdipendenza e consequenzialità, in particolare negando l’ammissibilità con riserva del credito (dunque nell’ambito di un giudizio in cui la questione della relativa insinuazione al passivo gli risulta devoluta integralmente) e peraltro pronunciando altresì l’infonda­tezza dell’opposizione per essere stata promossa contro una declaratoria d’inammis­sibilità, senza esame nel merito e come tale non preclusiva di una riproposizione della medesima domanda, venendo ad esistenza i requisiti del credito, ritenuti allo stato insussistenti;
  2. 9. – orbene, proprio tale complessa decisione giustifica la correttezza dell’origi­nario mezzo impugnatorio esperito da Fiditalia che, contro il rigetto della propria domanda volta a conseguire l’inserzione al passivo almeno con riserva del credito per TFR cedutole da lavoratori già alle dipendenze della fallita, ha indicato, in primo luogo, il vizio di una pronuncia che ha comunque avuto come esito la mancata considerazione preliminare della concorsualità della propria pretesa, cioè la sua stessa esaminabilità; al di là dunque della (ed anzi contro la) veste formale assunta dal decreto di inammissibilità assunto dal giudice delegato, Fiditalia ha impugnato la relativa statuizione di conferma perché direttamente incidente sullo stato passivo, nel­l’esatto presupposto – sottolineato da questa Corte – che in quella sede dovesse in realtà porsi ogni «questione relativa all’esistenza, qualità e quantità dei crediti e dei privilegi, in quanto riservata in via esclusiva al procedimento dell’accertamento de/passivo» (Cass. 12732/2011);
  3. 10. – anche dunque la doglianza avverso l’erronea qualificazione siccome inam­missibile di una domanda di insinuazione al passivo con riserva, perché giudicata estranea alle tre ipotesi tipiche di cui all’art.96 co.2 f., risulta parte della statuizione assunta dal giudice delegato in sede di formazione ed esecutività dello stato passivo; ne consegue che, intendendo la parte avversare il relativo decreto, essa avrà a disposizione – diversamente da quanto le è stato non correttamente negato dal tribunale – proprio le impugnazioni di cui all’art.98 l.f., alle condizioni di esperimento ivi previste e potendosi in quella sede dolere che la propria domanda non sia stata accolta anche solo in parte ovvero respinta, e cioè che il credito non sia stato ammesso allo stato passivo;
  4. 11. – L’art.96 co.1 f. riferisce infatti alla domanda la declinazione decisoria dell’atto del giudice delegato che la “respinge” o “dichiara inammissibile”; e al contempo la formula della riproponibilità ancora della domanda, non preclusa benché (e solo quando) oggetto di dichiarazione di inammissibilità, non determina in alcun modo, per la parte che dissenta da tale decisione, un limite negativo all’impugna­bilità (ai sensi dell’art.98 l.f.) ovvero la deviazione verso un modello impugnatorio alternativo, discendente dalla veste formale attribuita dal giudice delegato alla decisione (nella prospettazione – infondata – del controricorrente, l’art.26 l.f.); va invero ripetuto il giudizio, secondo indirizzo cui va prestata adesione, che «la declaratoria di inammissibilità della domanda ... non fosse tale, in senso stretto, ai sensi dell’art. 93, comma 4, legge fall., ma integrasse un sostanziale rigetto per preclusione da giudicato endofallimentare che non consentiva riproposizione» (Cass.23723/2019);

nella fattispecie, è invero proprio accaduto che il creditore non abbia condiviso la qualificazione di estraneità già in astratto della propria domanda di credito ad una delle tipologie di ammissione con riserva dello stesso e che, per l’effetto, la corrispondente statuizione gli conferisse uno statuto di estraneità al contraddittorio concorsuale fra creditori; nel merito, la mancata ammissione al passivo con riserva di un credito del quale si neghi il requisito della condizionalità ex art.96 co.2 n.1 l.f., non integra alcuna delle ragioni di “inammissibilità” del ricorso tipizzate all’art.93, co.4 l.f.; esse infatti sono tassative, riferendosi solo ai casi di omissione o assoluta incertezza di uno dei requisiti di cui ai numeri 1, 2 o 3 del co.3 art. cit., mentre ove si ritenga insussistente il fatto costitutivo del diritto, ordinatamente allegato, e per somma determinata, unitamente agli elementi giuridici che ne integrano il titolo, il relativo provvedimento sostanzia un rigetto della domanda; va conseguentemente ribadito che reale oggetto della fase impugnatoria dinanzi al tribunale fallimentare – ovviamente nei limiti dei vizi denunciati – non è il provvedimento assunto dal giudice delegato nella prima fase sommaria, bensì la stessa pretesa del creditore (Cass. 25594/2019);

l’accoglimento, per questa parte, del ricorso, permette allora la cassazione del decreto del tribunale, con decisione nel merito della originaria domanda di ammissione al passivo che va rigettata ai sensi dell’art.384 co.2 c.p.c.; non sussiste infatti la necessità di ulteriori accertamenti di fatto, integrando a propria volta la restante parte del ricorso una censura complessiva infondata ed in particolare inidonea a far conseguire al credito prospettato il rango di credito concorsuale; come convincentemente deciso dalla giurisprudenza di questa Corte in tema di impugnazione dell’INPS avverso le decisioni di ammissione al passivo del credito per TFR, spettante al lavoratore ancora pendente il relativo rapporto, dunque avuto riguardo all’opera­tività del Fondo di tutela, «il richiamo all’art. 2120 cod. civ. ...costituisce l’oggetto dell’obbligo assicurativo pubblico mediante rinvio alla disciplina contenuta in tale disposizione e rende palese la necessità, affinché sorgano i presupposti per l’intervento del Fondo, che: a) sia venuto ad esistenza l’obbligo di pagamento del t.f.r. fissato dall’art. 2120 cod. civ. in capo al datore di lavoro; b) egli, in tale momento, si trovi in stato di insolvenza. Dunque, sempre ai sensi del disposto dell’art. 2120 cod. civ. ...è necessario, innanzi tutto, che sia intervenuta la risoluzione del rapporto di lavoro. Ciò, non solo perché il t.f.r. non può essere preteso se non alla cessazione del rapporto di lavoro.., ma anche in quanto è la stessa fattispecie di cui all’art. 2 della legge n. 297 del 1982 che include la risoluzione del rapporto, espressamente, fra i presupposti di applicazione della tutela» (Cass. 19277/2018, 2827/2018, 9695/2009 e poi 23775/2018); si tratta di indirizzo consolidato, il quale si è anche dato carico di sottrarre equivoci attorno a precedenti (come Cass. 19291/2011) che, con riferimento all’ipotesi della cessione d’azienda, hanno sì affermato che il diritto al trattamento di fine rapporto matura progressivamente in ragione dell’accantonamento annuale, ma nel senso che l’esigibilità del credito è rinviata al momento della cessazione del rapporto;

ne consegue che il credito per TFR in generale non è ancora esigibile, «tant’è che neppure comincia a decorrere il termine di prescrizione»; e addirittura «il fatto che (erroneamente) il credito maturato per t.f.r. fino al momento della cessione d’azienda sia stato ammesso allo stato passivo nella procedura fallimentare del datore di lavoro cedente non può vincolare l’Inps, che è estraneo alla procedura e che, perciò, deve poter contestare il credito per t.f.r. sostenendo che esso non sia ancora esigibile, neppure in parte, e quindi non opera ancora la garanzia dell’art. 2 legge n.297 del 1982»; alla cessazione del rapporto, come premesso, il datore di lavoro cessionario «risponderà per l’intero t.f.r. (in via diretta quanto alla quota di t.f.r. maturata dopo la cessione; in via solidale quanto alla quota maturata precedentemente); invece il datore di lavoro ...risponderà solo per la quota ... maturata prima della cessione»; ne deriva che proprio in quanto il diritto al trattamento di fine rapporto (TFR) sorge con la cessazione del rapporto di lavoro ed è credito non esigibile al momento della cessione dell’azienda in sé e per sé se il rapporto stesso continua, quello avente ad oggetto il t.f.r. fino a quel momento maturato non può essere ammesso al passivo del fallimento del datore di lavoro cedente, in continuità del rapporto di lavoro (conf. Cass. 26021/2018, 23775/2018); quanto si allega sia avvenuto nella procedura di causa appare privo di rilevanza nella presente controversia, trattandosi di decisioni estranee all’oggetto del giudizio e verso soggetti non di necessità implicati in questo;

la stessa Cass. 19277/2018 permette di rispondere anche all’ulteriore interrogativo posto dal ricorrente, ove ricorda che «per sostenere il contrario, si dovrebbe applicare estensivamente l’art. 1186 cod. dv. sulla decadenza dal termine: “il creditore può esigere immediatamente la prestazione se il debitore è divenuto insolvente”, ma il credito avente ad oggetto il t.f.r., maturato prima della cessazione del rapporto, non è un credito assoggettato ad un termine di esigibilità poiché la struttura della prestazione vede il decorso del tempo ed il correlato obbligo di accantonamento quali fattori costitutivi interni alla fattispecie e non quali elementi, eventuali, condizionanti soltanto il momento di esigibilità della prestazione stessa»;

quanto infine alte speciali ipotesi di disponibilità anticipata di singole porzioni del t.f.r., la loro configurazione nel sistema non incrina la struttura civilistica dell’istituto, posto che, in senso conforme ai precedenti, anche Cass. 23775/2018 ricorda come «ancora più problematica la percorribilità della tesi della scomponibilità del t.f.r. anteriormente alla data di cessazione del rapporto» tenuto conto della sua deduzione nel contesto della previdenza complementare, e dunque – anche qui si ribadisce – a marcata connotazione pubblicistica e protezione eurounitaria per le situazioni di vec­chiaia e diritti di pensione senza reazione nei rapporti interprivatistici, qual si connota la vicenda di causa;

il ricorso va dunque accolto nei limiti della sola contestazione del primo motivo, con rigetto del ricorso incidentale, mentre è infondato nei motivi restanti; non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, si dispone la cassazione del decreto impugnato e, decidendo nel merito, il rigetto della domanda di Fiditalia s.p.a. di ammissione al passivo con riserva, con liquidazione delle spese secondo le regole della soccombenza e come meglio da dispositivo quanto al giudizio di opposizione allo stato passivo, nonché la compensazione di quelle del giudizio di legittimità (in ragione della soccombenza parziale reciproca), oltre alla dichiarazione di esistenza dei presupposti per il cd. raddoppio del contributo unificato a carico di entrambi i ricorrenti.

(Omissis)


Commento

Sommario:

1. Premessa - 2. Natura del credito per TFR - 3. La corretta soluzione offerta dalla Corte - NOTE


1. Premessa
La decisione affronta una pluralità di questioni risolte dalla Suprema Corte in modo incisivo e corrispondente al dettato normativo, avendo ritenuto, correttamente, essere erronea la statuizione assunta, in sede di ammissione al passivo, per avere il tribunale pronunciato la inammissibilità della domanda e non già il rigetto di essa, per essere stata chiesta l’ammissione del credito con riserva, ciò in quanto, per l’appunto, la pronuncia di inammissibilità è giustificata qualora, nella prima fase necessaria, a cognizione sommaria, prevista dal legislatore per la individuazione dei creditori concorrenti, in conseguenza della presentazione della apposita domanda, questa non abbia il contenuto prescritto dalla relativa norma, ovvero non contenga: i) l’indicazione della procedura cui si intende partecipare e le generalità del creditore; ii) la determinazione della somma che si intende insinuare al passivo; iii) la succinta esposizione dei fatti e degli elementi di diritto che costituiscono la ragione della domanda. Il legislatore ha, difatti, stabilito il contenuto necessario della domanda ed i precisi requisiti che essa deve avere, tanto che l’omissione, con assoluta incertezza, del petitum e della causa petendi, non potranno che comportare la inammissibilità, ricorrendo il relativo presupposto, qualora risulti essere omesso, o assolutamente incerto, quanto indicato, rispettivamente, ai nn. 1, 2 e 3 dell’art. 93 L. Fall. [1]. Con riferimento, poi, all’art. 96, 2° comma, L. Fall. i giudici di legittimità hanno ritenuto ed affermato che il credito, ancorché avesse natura condizionale, non poteva essere oggetto della proposta domanda poiché, invero, seppur la sua insorgenza coincide con la instaurazione del rapporto – tant’è che il titolare ne può disporre, come nel caso di specie, attraverso la cessione – tuttavia, venendo esso ad esistenza solo al momento della risoluzione, non ne poteva essere scrutinata la relativa esistenza prima del verificarsi di tale evento. Seppur la non condivisione della parte ricorrente, in ordine alla operata qualificazione, in astratto, della domanda da essa proposta, in ragione del negato requisito della condizionalità, ancorché condiviso, non poteva integrare alcune delle ipotesi di inammissibilità del ricorso, tipizzate dall’art. 93, 4° [continua ..]

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2. Natura del credito per TFR
L’art. 2 della legge 29 maggio 1982, n. 297, in ottemperanza alla Direttiva CEE 20 ottobre 1980, n. 987, attraverso l’istituzione, presso l’Inps, di uno speciale “Fon­do di garanzia per il trattamento di fine rapporto”, ha garantito ai lavoratori, o loro aventi diritto, il pagamento delle indennità di cui all’art. 2120 c.c. nei casi di insolvenza del datore di lavoro e, in particolare, per l’ipotesi di fallimento [2]. Nel testo legislativo, la precedente indennità di anzianità ha assunto la nuova denominazione di trattamento di fine rapporto ed il Fondo è tenuto al pagamento, non solo, delle somme dovute per tale titolo, ma anche dei “crediti accessori” (interessi moratori e rivalutazione monetaria), che dovranno essere computati sino al momento dell’effettivo pagamento, indipendentemente dall’importo che sia stato ammesso al passivo della procedura [3]. Tant’è che si permette di realizzare un accollo ex lege con assunzione dello stesso debito del datore di lavoro e conseguente surrogazione nei diritti vantati dal lavoratore nei confronti della procedura [4]. È anche per tale ragione che il credito deve essere rivalutato sino al momento dell’effettivo pagamento e, non già, sino alla data dello stato passivo definitivo [5], dovendosi osservare, a tal proposito, che un siffatto limite temporale se, certamente, è logico e trova una sua sistemazione nell’ambito della procedura concorsuale per la necessità di garantire la par condicio creditorum è, tuttavia, inapplicabile al rapporto che si viene ad instaurare tra lavoratore e Fondo a seguito della richiesta dal primo inoltrata per ottenere il pagamento del credito ammesso. E difatti, l’art. 2 della predetta legge intende assicurare, attraverso l’intervento del Fondo, una copertura totale e tempestiva della posizione creditoria del lavoratore; e, d’altronde, ove si ragionasse diversamente, la norma risulterebbe essere irragionevole e, in quanto tale, non sfuggirebbe ad un possibile giudizio di incostituzionalità, atteso che, attraverso una siffatta interpretazione, si realizzerebbe una disparità di trattamento tra i lavoratori dei datori di lavoro sottoposti a procedure concorsuali rispetto ai dipendenti dei datori non insolventi per i quali, non valendo il limite temporale del computo della [continua ..]

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3. La corretta soluzione offerta dalla Corte
I giudici di legittimità, nel decidere sull’ammissione al passivo del credito maturato per TFR, quante volte vi sia stata continuazione del rapporto di lavoro, in ragione della intervenuta cessione dell’azienda da parte del cedente, assoggettato a fallimento, hanno ritenuto che non possa essere pronunciata la domanda di ammissione con riserva, così come postulata dalla parte ricorrente, sul presupposto della possibile scomposizione della quota maturata anteriormente alla intervenuta cessione, dal momento che il dovere del Fondo di garanzia, costituito presso l’Inps, di procedere al pagamento dell’importo ammesso al passivo, sorge in conseguenza del verificarsi dei presupposti indicati all’art. 2 della legge n. 297/1982, che oltre a chiedere che sia venuto ad esistenza l’obbligo del pagamento, per essere intervenuta per l’appunto la cessazione del rapporto, stabilisce quale ulteriore condizione che il datore di lavoro sia stato dichiarato insolvente, con la conseguenza, quindi, che il TFR non può essere preteso se non alla cessazione del rapporto di lavoro, presupposto per l’applicazione della tutela fino a non potersi considerare il credito stesso esigibile, quand’anche esso fosse stato ammesso al passivo nel fallimento dichiarato del datore di lavoro cedente, non potendo tale statuizione vincolare l’Istituto previdenziale, che è estraneo alla procedura e non può, dunque, poter contestare il credito in ragione della non esigibilità, neppure in parte, dello stesso. Con la stessa sentenza la Corte, peraltro, ha anche risolto la questione se la domanda potesse essere, comunque, scrutinata in sede di ammissione al passivo con riserva, sul presupposto della condizionalità del credito stesso, ed è pervenuta alla conclusione che essendo le ipotesi tipizzate, qualora si ritenga inesistente il fatto costitutivo del diritto e gli elementi giuridici che ne integrerebbero il titolo, la pronuncia non può che essere di reiezione della domanda e non già di inammissibilità, potendo tale pronuncia trovare ancoraggio, unicamente, nei casi di omissione o assoluta incertezza di uno dei requisiti di cui ai nn. 1, 2 e 3, 3° comma, dell’art. 93 L. Fall. Conclusivamente, il diritto al trattamento di fine rapporto, seppur matura progressivamente in ragione dell’accantonamento annuale, tuttavia, ciò non consente di [continua ..]

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NOTE

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