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La responsabilità di amministratori e sindaci nel caso Cirio: una sentenza ammonitrice

Leonardo Vecchione (Avvocato in Roma)

La nota prende spunto dal provvedimento del Tribunale di Roma per soffermarsi brevemente sulla responsabilità degli amministratori nominati per il risanamento dell’azienda, su quella degli amministratori privi di deleghe e su quella dei sindaci per esaminare, infine, il criterio di quantificazione del danno applicato dal provvedimento in commento.

 

The article is inspired by the decision of the Court of Rome to briefly analyze the responsibility of the chiefs of executive appointed for the reorganization of the company, the responsability of the other administrators not executive and the responsability of the auditors. The article evaluetes, finally, the criterion of quantification for the damages applied by the decision examinated.

 

TRIBUNALE DI ROMA, SENT. 28 DICEMBRE 2017, N. 24112/17

Pres. MANNINO, Rel. CARDINALI

Società di capitali – Responsabilità degli amministratori – Nuovi amministratori nominati per far fronte alla crisi – Ritardo nella presa d’atto dell’insolvenza – Responsabilità degli amministratori privi di deleghe – Obbligo di agire informati – Determinazione del danno.

(Artt. 2392, 2393, 2394 bis c.c.)

In tema di azione di responsabilità sono responsabili gli amministratori nominati per fa fronte alla crisi che hanno ritardato la presa d’atto dell’insolvenza nel tentativo di elaborare un progetto di risanamento che non ha avuto successo.

Sono parimenti responsabili gli amministratori privi di deleghe, per violazione del dovere di vigilanza e dell’obbligo di agire informati, che conoscendo lo stato di insolvenza hanno avallato la condotta omissiva degli amministratori non richiedendo immediatamente la dichiarazione dello stato di insolvenza.

 

Società di capitali – Responsabilità dei sindaci – Dovere di vigilanza – Mancato rilievo di una macroscopica violazione o mancata reazione di fronte ad atti di dubbia legittimità e regolarità – Mancato assolvimento dell’incarico con diligenza, correttezza e buona fede – Segnalazione all’assemblea delle irregolarità di gestione – Denuncia al pubblico ministero.

(Artt. 2407 e 2409 c.c.)

La configurabilità dell’inosservanza del dovere di vigilanza imposto ai sindaci dall’art. 2407, 2° com­ma, c.c. non richiede l’individuazione di specifici comportamenti che si pongano espressamente in contrasto con tale dovere, ma è sufficiente che essi non abbiano rilevato una macroscopica violazio­ne o comunque non abbiano in alcun modo reagito di fronte ad atti di dubbia legittimità e regolarità, così da non assolvere l’incarico con diligenza, correttezza e buona fede, eventualmente anche se­gnalando all’assemblea le irregolarità di gestione riscontrate o denunciando i fatti al Pubblico Ministero per consentirgli di provvedere ai sensi dell’art. 2409 c.c. I soli ammonimenti rivolti al consiglio di amministrazione, non seguiti, in presenza dell’atteggiamento dilatorio tenuto dall’organo amministrativo, dall’esercizio dei poteri sopra indicati ad essi attribuiti dalla legge, non valgono, pertanto, ad e­scludere la responsabilità dei sindaci per non essersi adoperati, come era loro dovere, per far cessare la condotta pregiudizievole per le società e per i creditori tenuta dagli amministratori.

 

Società di capitali – Responsabilità degli amministratori e dei sindaci – Ritardo nella presa d’atto dell’insolvenza – Determinazione del danno.

(Artt. 2056 e 1223 c.c.)

I danni causati dal ritardo nella dichiarazione dello stato di insolvenza devono essere quantificati nel­l’ammontare degli interessi maturati sui debiti successivamente alla data nella quale ragionevolmente sarebbe potuta intervenire la dichiarazione dello stato di insolvenza se i convenuti avessero adempiuto i loro doveri.

 

MASSIME NON UFFICIALI

(Omissis)

– Fatto. Con atto di citazione regolarmente notificato, la Cirio Finanziaria S.P.A. in amministrazione straordinaria e la Cirio Holding S.P.A. in amministrazione straordinaria hanno convenuto in giudizio S. C., A. C., Ms. C., E. C., L. V., F. F., E. Q., P. M., G. F., G. C. e R. Co. – quali amministratori –, F. M. Sc., Gi. Ma., E. S., F. So. e F. M. M. – quali sindaci –, nonché la D. & T. S.P.A. e la D. S.P.A. – quali revisori contabili –, affinché venisse accertata la loro responsabilità per l’inosservanza dei do­veri derivanti dalle cariche rispettivamente rivestite dai convenuti nelle due società in relazione alle circostanze e ai comportamenti specificamente indicati in atto di citazione, con conseguente condanna dei medesimi, in solido, al risarcimento dei danni. In particolare hanno sostenuto: 1) che gli amministratori delle due società avevano posto in essere numerose condotte di mala gestio – imponenti distrazioni di risorse finanziarie in favore di società riconducibili all’azionista di controllo, operazioni finalizzate ad occultare tali distrazioni e lo stato di insolvenza che le stesse avevano provocato, mancata tempestiva richiesta di dichiarazione dello stato di insolvenza e prosecuzione illegittima dell’attività nonostante il verificarsi della causa di scioglimento provocata da detta insolvenza –, condotte che erano state agevolate o comunque rese possibili dal comportamento dei sindaci e della società incaricata della revisione contabile D. S.P.A. (denominata D. & T. all’epoca dello svolgimento dell’incarico) che, contravvenendo ai rispettivi obblighi, non avevano rilevato e segnalato le gravi irregolarità commesse dagli amministratori e l’illegittimità delle operazioni in questione; 2) che per il risarcimento dei danni causati dagli amministratori e dai sindaci esse attrici si erano costituite parti civili nel procedimento penale (all’epoca pendente in pri­mo grado avanti al Tribunale di Roma) instaurato nei confronti di alcuni degli odierni convenuti e che l’azione esercitata con il presente giudizio nei confronti di tutti i convenuti nel presente giudizio aveva per oggetto ulteriori danni il cui risarcimento non era stato richiesto in sede di costituzione di parte civile; 3) che dai comportamenti il­legittimi addebitati ai convenuti erano scaturite due categorie di danno che costituivano oggetto delle richieste risarcitorie formulate: a) danni derivati dal compimento delle illegittime operazioni che avevano diminuito il patrimonio delle due società attrici nel periodo 1998/2002, per un ammontare complessivo di € 319.245.441,91 per la Cirio Finanziaria e di € 10.318.207,41 per la Cirio Holding o, in via subordinata, di € 63.921.621,93 per la Cirio Finanziaria e di € 10.318.207,41 per la Cirio Holding; b) danni derivati dalla mancata tempestiva dichiarazione dello stato di insolvenza delle due società, che sarebbe dovuta intervenire nel gennaio 2003, quantificati in € 25.998.353,87 per la Cirio Finanziaria e € 641.966,22 per la Cirio Hold­ing; 4) che dei danni sub a) – derivanti dai comportamenti di natura distrattiva degli amministratori descritti nella sezione I dell’atto di citazione –, nel presente giudizio, erano chiamate a rispondere solo le società di revisione contabile D. S.P.A. (nuova denominazione della D. & T. S.P.A.) che aveva svolto l’attività di revisione dei bilanci delle società fino all’esercizio 2001 senza rilevare le gravi irregolarità di gestione poste in essere dagli amministratori, e la attuale D. & T. S.P.A. (società costituita il 28/5/03, omonima, ma diversa dalla D. & T. S.P.A. che aveva svolto l’attività di revisione e aveva cambiato denominazione in D. S.P.A.), quale acquirente del ramo di azienda avente per oggetto l’attività di revisione nel cui ambito la cedente aveva svolto l’in­carico oggetto del giudizio; acquirente da considerarsi solidalmente responsabile con la cedente D. (già denominata D. & T.), essendo subentrata nelle sue obbligazioni risarcitorie ai sensi dell’art. 2558 c.c., e, in ogni caso, a titolo di responsabilità extracontrattuale;

5) che dei danni sub b) – derivanti dai comportamenti descritti nella sezione II dell’atto di citazione, che non costituivano oggetto delle richieste risarcitorie formulate dalle attrici nell’ambito del procedimento penale nel quale erano costituite parti ci­vili – erano chiamati a rispondere in via solidale tutti i convenuti per aver ritardato, in qualità di amministratori, sindaci e revisori contabili, l’accertamento dello stato di insolvenza delle due società attrici. I convenuti si sono costituiti sollevando una notevole mole di eccezioni pregiudiziali, di merito e di rito, e contestando gli addebiti sotto il profilo della legittimità e della conformità della loro condotta alla diligenza richiesta per lo svolgimento dei rispettivi incarichi. Hanno chiesto, pertanto, il rigetto delle domande formulate dall’attore e, in via subordinata, alcuni di essi hanno chiamato in giudizio le rispettive compagnie di assicurazione per essere da esse manlevati, nei limiti dei rispettivi massimali di polizza, in caso di accertamento di una loro responsabilità nei confronti delle attrici e di conseguente condanna al risarcimento del danno. La D. S.P.A., inoltre, ha chiesto, in subordine, di essere manlevata dai sindaci e dagli amministratori per quanto fosse stata condannata a pagare in favore delle attrici e, in ulteriore subordine, la condanna dei medesimi convenuti alla restituzione di quanto fosse stata condannata a pagare alle attrici in eccesso rispetto alla propria quota da accertarsi nel corso del giudizio. Si sono, quindi, costituite le compagnie di assicurazione Compagnia Assicuratrice Unipol S.P.A. e Allianz S.P.A. (già Ras Tutela Giudiziaria S.P.A.), chiamate in causa da E. S., e Assicuratrice Milanese S.P.A. e AIG Europe S.A. (già Chartis Europe S.P.A.), chiamate in causa da F. M. M. e F. So., chiedendo il rigetto delle domande spiegate dalle procedure attrici e, in caso di accertamento delle responsabilità dei rispettivi clienti assicurati, il rigetto delle domande di manleva da questi ultimi formulate o la limitazione dell’eventuale condanna nei loro confronti in considerazione dei massimali di polizza e delle diverse condizioni contenute in ciascun contratto. La Assicuratrice Milanese, inoltre, ha chiesto che venisse accertata la gradazione delle responsabilità dei convenuti. Dopo lo scambio di memorie ai sensi degli artt. 6 e 7 del D.Lgs. n. 5/03, è stata fissata l’udienza di discussione della causa avanti al Collegio e il giudizio è stato dichiarato interrotto, una prima volta, a seguito dell’in­tervenuto decesso del convenuto R. Co. e riassunto dalle procedure attrici nei confronti di tutti i convenuti e terzi chiamati in giudizio e nei confronti degli eredi di Roberto Co., P. Cu. e M. Co., i quali si sono costituiti premettendo di avere accettato l’eredità con beneficio di inventario e chiedendo il rigetto delle domande spiegate nei loro confronti. Successivamente sono state espletate la prova per interrogatorio e la CTU ammesse dal Collegio e il giudizio è stato dichiarato interrotto, una seconda volta, a seguito del decesso del convenuto E. S. e riassunto dalle procedure attrici, mediante de­posito di una nuova istanza di fissazione di udienza, conformemente all’indirizzo giurisprudenziale seguito da questo Tribunale al riguardo, notificata a tutti i convenuti e agli eredi di E. S., A. S. e C. P., che si sono costituiti eccependo la nullità dell’atto di riassunzione e chiedendo il rigetto delle domande spiegate nei loro confronti e, in subordine, la condanna della Compagnia di Assicurazione Unipol S.P.A. e della Allianz S.P.A. a manlevarli in relazione ad ogni somma che sarebbero stati condannati a risarcire alle attrici. Quindi la causa è stata trattenuta in decisione all’udienza collegiale del 16/11/17, nel corso della quale le attrici e alcune delle parti convenuteche avevano conciliato la controversia fra le medesime vertenti hanno richiamato i rispettivi atti di rinuncia agli atti del giudizio e di accettazione, chiedendo che venisse dichiarata l’estinzione dei rispettivi rapporti processuali.

 

– Diritto

(Omissis)

A seguito delle rinunce sopra descritte e della conseguente estinzione dei rapporti processuali intercorsi fra le parti coinvolte, nonché della separazione del giudizio avente ad oggetto le domande proposte dalle attrici nei confronti di L. V., l’oggetto del giudizio è dunque ridotto alle seguenti domande proposte dalle procedure attrici nei confronti dei seguenti convenuti:

1) azione di responsabilità proposta dalla Cirio Finanziaria nei confronti degli amministratori e sindaci S. C., A. C., E. C., L. V., G. F., F. F., P. Cu. e M. Co. (quali eredi di R. Co.), E. Q. e F. M. Sc., in relazione agli addebiti e ai danni provocati descritti nella sezione II dell’atto di citazione – mancata tempestiva richiesta della dichiarazione dello stato di insolvenza della società, che sarebbe dovuta intervenire nel 2003, la cui omissione avrebbe causato danni quantificati in € 25.998.353,87 da ridursi a € 15.599.012,33 in conseguenza delle transazioni intervenute con gli altri condebitori solidali –;

2) azione di responsabilità proposta dalla Cirio Holding nei confronti degli amministratori e sindaci S. C., A. C., Ms. C., F. M. Sc., Gi. Ma., A. S. e C. P. (quali eredi di E. S.), in relazione agli addebiti e ai danni provocati descritti nella sezione II dell’atto di citazione – mancata tempestiva richiesta della dichiarazione dello stato di insolvenza della società, che sarebbe dovuta intervenire nel gennaio 2003, la cui omissione avrebbe provocato danni quantificati in € 641.966,22, da ridursi a € 160.491,55 in conseguenza delle transazioni intervenute con gli altri condebitori solidali –;

3) domanda di manleva proposta da A. S. e C. P. (quali eredi di E. S.) nei confronti delle compagnie di assicurazioni Compagnia Assicuratrice Unipol S.P.A. e Allianz S.P.A. (già RAS tutela giudiziaria S.P.A.). In relazione a tali domande le parti convenute e terze chiamate in causa hanno sollevato diverse questioni pregiudiziali,delle quali verranno di seguito esaminate solo quelle non assorbite dall’estinzione dei rapporti processuali di cui si è sopra detto e ribadite dalle parti ancora interessate nella seconda fase di riassunzione, a partire da quelle che sono state sollevate da più parti e riguardano presupposti comuni dell’azione esercitata dalle attrici nei loro confronti.

(Omissis)

Tali domande, nella prospettazione delle attrici, si fondano, come già si è posto in evidenza, sul comportamento addebitato agli amministratori e ai sindaci delle due società, asseritamente contrario ai doveri rispettivamente gravanti su di essi in forza degli incarichi rivestiti, consistito, da parte degli amministratori, nell’avere omesso di richiedere la dichiarazione di insolvenza all’inizio del 2003, nonostante a tale epoca l’impossibilità di far fronte con mezzi normali alle proprie obbligazioni, risalente in realtà ad epoca precedente, si fosse manifestata con evidenza incontrovertibile a seguito del mancato pagamento dei prestiti obbligazionari, garantiti dalle società attrici, da parte di altre società del gruppo Cirio. Per quanto riguarda i sindaci, il comportamento inadempiente sarebbe invece consistito nel non aver adottato, pur avendo preso atto dello stato di insolvenza in cui si trovavano le società, le misure previste dalla legge al fine di impedire che gli amministratori proseguissero nella irregolare gestione e, quanto meno, limitare i danni che da tale gestione erano derivati. Sotto il profilo della ragione e dell’entità del danno derivato dalle omissioni imputate ai convenuti, danno del quale essi sono chiamati a rispondere in solido, le procedure attrici hanno limitato le proprie richieste risarcitorie agli oneri passivi maturati sul debito in precedenza contratto e alle spese di consulenza relative alla predisposizione di un piano di salvataggio predisposto dopo il febbraio del 2003: oneri e spese che non sarebbero maturati se fosse stata tempestivamente dichiarata l’insolvenza delle due società.

Occorre, dunque, svolgere le seguenti considerazioni di ordine generale circa la sussistenza dei presupposti comuni di ciascuna delle azioni esercitate dalle società attrici nei confronti dei diversi amministratori e sindaci convenuti, tenuto conto delle difese e delle eccezioni dai medesimi formulate.

Al riguardo si deve, in primo luogo, rilevare che, a prescindere da ogni considerazione circa la sussistenza di uno stato di insolvenza delle due società in epoca precedente al 2003 – questione che ha costituito oggetto degli accertamenti peritali disposti dal Collegio ai fini della decisione delle domande di cui alla sezione I dell’atto di citazione che, come più volte ripetuto, non costituiscono più oggetto del giudizio a seguito delle transazioni e rinunce intervenute –, non può dubitarsi che alla data del primo omesso rimborso alla scadenza del prestito obbligazionario delle società del gruppo Cirio (fine novembre 2002) l’impossibilità delle società odierne attrici di far fronte con mezzi normali alle proprie obbligazioni possa desumersi dall’inadem­pimento dell’ingente debito dalle stesse garantito, come, del resto, emerge dai verbali del consiglio di amministrazione e del collegio sindacale, dai quali emerge che già nel dicembre 2002 i sindaci avevano posto in evidenza che il mancato pagamento del debito comportava l’insolvenza delle società. Gli amministratori all’epoca in carica, pertanto, avrebbero dovuto immediatamente adoperarsi per sollecitare la dichiarazione di insolvenza da parte del Tribunale fallimentare (dichiarazione che, verosimilmente sarebbe potuta intervenire entro il febbraio 2003, come dedotto dalle procedure attrici, non essendo necessari particolari accertamenti provenendo la richiesta dalle stesse società insolventi), essendo tale obbligo desumibile oltre che dai criteri di diligenza che devono presiedere allo svolgimento dell’incarico, dal disposto del­l’art. 217 n. 4 l.f., che sanziona penalmente un comportamento che non può, evidentemente, ritenersi conforme ai doveri imposti dalla legge agli amministratori in ra­gione dell’incarico rivestito. Come non è in contestazione, invece, gli stessi amministratori hanno ritardato la presa d’atto dell’insolvenza, nel tentativo di elaborare un pro­getto di risanamento che non ha avuto successo per mancanza di finanziatori, procrastinando la dichiarazione di insolvenza fino all’agosto del 2003 e causando un danno che, conformemente alle allegazioni delle attrici e sulla base della documentazione dalle stesse prodotta al riguardo, può essere determinato nella somma degli interessi passivi maturati nel periodo in questione sui debiti a carico delle due società – interessi il cui corso sarebbe stato sospeso dalla tempestiva dichiarazione di insolvenza ai sensi dell’art. 55 l.f. – e nelle spese sostenute per il tentativo di rilancio dell’impresa, poi rivelatosi inutile, che non avrebbero gravato sui patrimoni delle società se gli stessi amministratori si fossero comportati in modo conforme alla legge. Sotto il profilo del danno, invero, le procedure attrici hanno dedotto, fin dall’atto di citazione, che il criterio normalmente utilizzato in giurisprudenza e dottrina al fine di quantificare il danno causato dalla illegittima prosecuzione dell’attività di impresa – criterio corrispondente alla differenza fra il valore del patrimonio netto della società al momento in cui sarebbe dovuta cessare l’attività di impresa e quello al momento in cui l’attività è effettivamente cessata – avrebbe comportato una determinazione del danno sostanzialmente iniqua, atteso che il dato iniziale dal quale desumere tale differenza – il valore del patrimonio netto delle società all’inizio del febbraio 2003 – doveva considerarsi inficiato dalla non veridicità dei bilanci che riportavano un attivo notevolmente superiore rispetto a quello effettivamente esistente a tale epoca. Esse hanno, pertanto, limitato la loro richiesta risarcitoria a due specifiche poste negative maturate nel periodo in questione (interessi maturati sull’indebitamento e spese sostenute per il piano di risanamento). A fronte di tale allegazioni, nessuno dei convenuti ha con­testato che la differenza, risultante dai bilanci, fra il patrimonio netto delle società al febbraio 2003 e quello alla data della dichiarazione di insolvenza fosse maggiore delle somme corrispondenti agli interessi passivi maturati nel periodo in questione e alle spese relative al piano di risanamento che hanno costituito oggetto delle richieste risarcitorie formulate dalle attrici, con la conseguenza che le deduzioni svolte da alcuni dei convenuti con riguardo alla indeterminatezza dell’incremento delle perdite verificatosi nello stesso periodo appaiono irrilevanti ai fini della quantificazionedel danno. Le deduzioni svolte dai convenuti con riguardo all’idoneità del progetto di risanamento a risolvere la crisi e alla conseguente legittimità del differimento della dichiarazione di insolvenza, differimento, peraltro, disposto anche dal Tribunale fallimentare che, con provvedimento del 18 luglio 2003 aveva rinviato la decisione che sarebbe stata adottata quindici giorni dopo, non possono, d’altra parte, ritenersi condivisibili, atteso che la situazione di insolvenza si era certamente verificata e manifestata alla data del 1 febbraio 2003 e i tentativi di rimuoverla al di fuori delle procedure concorsuali previste dalla legge, indipendentemente dalla loro congruità, non valgono a far venir meno l’obbligo in questione (cfr. Cass. Pen. n. 32465/04), con conseguente responsabilità degli amministratori quando l’insolvenza venga dichiarata. Né può sostenersi che gli amministratori subentrati alla fine del 2002 non fossero consapevoli della situazione in cui versavano le due società, sia in considerazione della gravità dell’inadempimento dell’obbligo di rimborso del prestito e dell’allarme da esso suscitato anche all’esterno delle società, sia in considerazione della circostanza, riferita dagli stessi convenuti, secondo la quale i nuovi amministratori erano stati nominati proprio per far fronte alla grave situazione che si era verificata.

Tali considerazioni, sotto diverso profilo, valgono anche ad escludere che possano essere considerati esenti da responsabilità gli amministratori privi di deleghe, alcuni dei quali hanno espressamente contestato di avere avuto un ruolo in qualsiasi modo influente sulla gestione finanziaria delle società: l’evidenza dell’impossibilità di far fronte alla scadenza al prestito obbligazionario delle società del Gruppo Cirio induce, infatti, ad escludere che essi non fossero a conoscenza della necessità di richiedere immediatamente la dichiarazione dello stato di insolvenza o, quanto meno, di averla incolpevolmente ignorata, e l’aver avallato la condotta omissiva tenuta dagli amministratori esecutivi comporta la violazione dei loro obblighi, sia che questi debbano essere valutati alla stregua del dovere di vigilanza previsto dalla normativa in vigore precedentemente alla riforma del diritto societario del 2003, sia che si voglia fare riferimento al mero obbligo di agire informati alla cui violazione deve essere ricondotta la responsabilità degli amministratori privi di delega secondo l’orienta­mento di giurisprudenza e dottrina successivo all’entrata in vigore della riforma. Del danno causato dagli amministratori devono rispondere anche i sindaci delle due società, dovendosi ritenere che se avessero svolto con diligenza l’incarico loro affidato avrebbero potuto impedirne la produzione. Premesso, infatti, che l’insolvenza manifestatasi con il mancato rimborso del prestito obbligazionario era stata da alcuni di loro espressamente rilevata già nel novembre del 2002 e che non poteva, comunque, essere ignorata da nessuno dei sindaci per gli stessi motivi esposti a proposito della responsabilità degli amministratori, si deve ritenere che, se è vero che ai sindaci non è dato influire direttamente sulla gestione della società, gestione di competenza esclusiva degli organi amministrativi, non avendo il potere di determinare o vietare le scelte e comportamenti da questi ultimi tenuti, ad essi compete, però, un potere-dove­re di controllo che, se fosse stato correttamente esercitato nel caso di specie, avrebbe impedito il ritardo nella dichiarazione di insolvenza che ha causato i danni di cui si discute. Si deve, infatti, condividere il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, già manifestato nel vigore della disciplina ante riforma, secondo il quale in tema di responsabilità degli organi sociali, la configurabilità dell’inosser­vanza del dovere di vigilanza imposto ai sindaci dall’art. 2407, comma 2, c.c. non richiede l’individuazione di specifici comportamenti che si pongano espressamente in contrasto con tale dovere, ma è sufficiente che essi non abbiano rilevato una macroscopica violazione o comunque non abbiano in alcun modo reagito di fronte ad atti di dubbia legittimità e regolarità, così da non assolvere l’incarico con diligenza, correttezza e buona fede, eventualmente anche segnalando all’assemblea le irregolarità di gestione riscontrate o denunciando i fatti al Pubblico Ministero per consentirgli di provvedere ai sensi dell’art. 2409 c.c. (cfr. Cass. Civ. n. 16314/17). I soli ammonimenti rivolti al consiglio di amministrazione, non seguiti, in presenza dell’atteggiamento dilatorio tenuto dall’organo amministrativo, dall’esercizio dei poteri sopra indicati ad essi attribuiti dalla legge, non valgono, pertanto, ad escludere la responsabilità dei sindaci per non essersi adoperati, come era loro dovere, per far cessare la condotta pregiudizievole per le società e per i creditori tenuta dagli amministratori. Tutti gli amministratori e i sindaci nei cui confronti le attrici non hanno rinunciato alle domande originariamente proposte – e per E. S. e Roberto Co. i rispettivi eredi – devono, pertanto, essere dichiarati responsabili per i danni causati dal ritardo nella dichiarazione dello stato di insolvenza delle società attrici. Danno corrispondente, come si è detto, in primo luogo agli interessi maturati sui debiti delle due società successivamente alla data del 1 febbraio 2003, quando ragionevolmente sarebbe potuta intervenire la dichiarazione di insolvenza se i convenuti avessero adempiuto ai loro doveri.

Tale voce di danno ammonta, come risulta dai conteggi effettuati dalle attrici sulla base della documentazione prodotta e non è stato specificamente contestato dai convenuti neppure in sede di interrogatorio formale, per la Cirio Finanziaria, a € 23.560.453,04 e, per la Cirio Holding, a € 40.913,42. Le attrici, inoltre, hanno sostenuto che, se la dichiarazione di insolvenza fosse stata prontamente sollecitata, la Cirio Finanziaria non avrebbe contratto i debiti e sostenuto i costi per le pubblicazioni, pari a complessivi € 2.437.900,80, relativi alle consulenze e alla predisposizione del progetto di rilancio e del piano di ristrutturazione, mentre la Cirio Holding non avrebbe effettuato i pagamenti, per complessivi € 601.052,80, per prestazioni professionali ricevute o da ricevere. Con riferimento ai pagamenti effettuati dalla Cirio Holding, tuttavia, le attrici non hanno specificato, neppure a seguito della espressa deduzione sul punto da parte degli eredi di E. S., l’epoca in cui sono stati conferiti gli incarichi ai quali si riferiscono i pagamenti effettuati pochi giorni prima della dichiarazione di insolvenza e la stessa formulazione dell’addebito contenuta nell’atto di citazione sembra riferirsi non già all’assunzione dei debiti, come, invece, è stato imputato agli amministratori di Cirio Finanziaria, bensì al mero pagamento che, peraltro, ha costituito oggetto dell’azione revocatoria già promossa dalle procedure, al cui esito negativo le medesime procedure hanno condizionato la richiesta di risarcimento avanzata nel presente giudizio. Ne discende che la domanda spiegata con riguardo al danno causato dai pagamenti di debiti dei quali non è stato neppure de­dotto che siano sorti nel periodo preso in considerazione dalle attrici non può trovare accoglimento, dovendosi escludere l’esistenza di un danno causato dagli avvenuti pagamenti, in considerazione della loro revocabilità allegata dalla stessa attrice e della mancanza di qualsiasi allegazione da parte della medesima circa l’impossibili­tà di recuperare le somme in questione attraverso le azioni revocatorie intraprese. I danni causati dal comportamento illegittimo dei convenuti, pertanto, devono essere quantificati in complessivi € 25.998.353,87 per la Cirio Finanziaria e € 40.913,42 per la Cirio Holding. Di tali danni le attrici hanno chiamato a rispondere in solido tutti gli amministratori e i sindaci convenuti, nonché la D. e la D. & T. – nei cui confronti, oltre al risarcimento dei danni descritti nella sezione I dell’atto di citazione, hanno agito anche per i danni descritti nella sezione II –, assumendo un concorso di tutti tali soggetti nella loro causazione. Tuttavia, come sopra si è posto in evidenza, le stesse attrici hanno rinunciato, nel corso del giudizio, alle domande proposte nei confronti di alcuni dei convenuti a seguito delle transazioni con essi intervenute. In particolare, in relazione ai danni (di cui alla sezione II dell’atto di citazione) subiti dalla Cirio Finanziaria, le attrici hanno chiesto la condanna in solido degli amministratori S. C., A. C., L. V. (nei cui confronti però il giudizio deve proseguire, previa separazione della domanda che lo riguarda, non avendo le attrici prodotto la prova dell’avvenuta notifica a mazzo PEC dell’atto di riassunzione), E. C., F. F., E. Q., P. M., G. F., G. C. e R. Co. (al quale sono subentrati gli eredi P. Cu. e M. Co.), dei sindaci F. So., F. M. M. e F. M. Sc. e delle società di revisione D. e D. & T. della somma di € 25.998.353,87, oltre rivalutazione e interessi, e hanno poi rinunciato alle domande proposte nei confronti della D., della D. & T. e di P. M., G. C., F. So. e F. M. M.

Dagli accordi transattivi prodotti in giudizio emerge con chiarezza che la rinuncia è limitata ai soli rapporti interni con i debitori che l’hanno stipulata, avendo natura parziaria e concernendo la quota effettiva e reale dell’intero debito che è stato preteso o potrebbe essere preteso dalla procedura, con conseguente scioglimento del vincolo solidale fra il debitore che ha accettato la rinuncia e ogni altro condebitore. Ne consegue, in tale ipotesi, che il debito solidale si riduce in misura pari alla quota transatta (cfr. Cass. Civ. n. 7212/02, Cass. Civ. n. 7907/12) e si scioglie il vincolo solidale fra gli stipulanti e gli altri condebitori che rimangono così obbligati nei limiti della loro quota (cfr., fra le altre, Cass. Civ. n. 947/12; Cass. Civ. n. 8991/01; Cass. Civ. n. 2931/99; Cass. Civ. n. 13701/91; Cass. Civ. n. 7413/91; Cass. Civ. n. 8957/90). Pertanto, in applicazione dei principi di diritto enunciati nella giurispru­denza di legittimità richiamata in materia di scioglimento di vincolo della solidarietà passiva nel caso di transazioni fatte dal creditore con taluni condebitori relativamente alle quote interne al rapporto di solidarietà, la misura originaria del debito risarcitorio per il danno subito dalla procedura come sopra accertato (€ 25.998.353,87) deve essere diminuita in proporzione delle quote oggetto di transazione e idealmente attribuibili ai corresponsabili che hanno definito con la stessa procedura la rispettiva responsabilità. Dovendosi ritenere che le condotte addebitate a tutti i soggetti chia­mati a rispondere del danno in questione siano idonee a contribuire in eguale misura alla sua causazione, non essendo attribuibile al comportamento dell’uno un’effi­cienza causale maggiore rispetto a quello degli altri, e che, anche sotto il profilo del­l’entità della colpa, la violazione dei doveri derivanti dall’incarico rispettivamente rivestito deve considerarsi di gravità equivalente, in considerazione della pari incidenza sullo svolgimento corretto dell’attività sociale che la legge attribuisce alle funzioni dei diversi organi societari, si deve giungere alla conclusione che le quote di responsabilità idealmente attribuibili a ciascun convenuto siano da determinarsi in eguale misura per ciascun condebitore solidale, con la conseguenza che la misura del debito risarcitorio gravante, in solido fra loro, sui convenuti che non hanno definito transattivamente la controversia, all’esito della detrazione dall’importo originario dell’ammon­tare corrispondente alle quote di responsabilità dei condebitori solidali che hanno transatto, debba essere accertato in € 15.599.012,28 (€ 25.998.353,87, divisi per 15, numero dei convenuti originari = €. 1.733.223,59, moltiplicati per 9, numero dei convenuti che non hanno transatto = €. 15.599.012,28). Tale debito, di natura risarcitoria, è di valore e deve, pertanto, formare oggetto di rivalutazione sulla base dei noti indici del costo della vita periodicamente rilevati dall’ISTAT, con decorrenza dal 15/5/2003, considerata la media del periodo nel quale si sono verificate le dimi­nuzioni patrimoniali delle quali i convenuti devono rispondere. Per quanto attiene, in aggiunta alla rivalutazione monetaria, che costituisce l’imprescindibile presupposto dell’espressione, in termini di equivalenza monetaria attuale, del valore che va appunto reintegrato dal debitore (c.d. danno emergente), alla richiesta anche di ulteriori somme a titolo di risarcimento del danno da lucro cessante, si deve rilevare, conformemente a quanto già ritenuto da questo Tribunale in situazioni analoghe, che l’obbligazione risarcitoria – come noto – è finalizzata a porre il creditore nella stessa situazione nella quale si sarebbe trovato, se il pagamento dell’equivalente monetario del bene perduto fosse stato tempestivo. Conformemente ai principi generali in materia di risarcimento dei danni, va di sicuro esclusa l’ipotizzabilità di un danno in re ipsa, che diversamente verrebbe a coincidere con l’evento; l’evento è invece un elemento del fatto produttivo del danno ed ormai si può ritenere pacifico (Cass. SU 26972/08) che il danno, ai sensi degli artt. 1223 e 2056 c.c., deve configurarsi pur sempre come un danno-conseguenza e non come danno-evento; quindi anche il danno da lucro cessante deve essere provato, in base a conferente allegazione, tanto con riferimento all’entità quanto con riferimento al nesso causale. Tradizionalmente, a proposito di detta ulteriore somma di denaro, dovuta in conseguenza del mancato godimento della somma originaria, liquidata per il danno emergente, la giurisprudenza parla di interessi compensativi (cfr. Cass. 11718/02; Cass. 2654/05), che vengono così a rappresentare una modalità liquidatoria, in via equitativa, del danno da ritardo nei debiti di valore (Cass. 4242/03), in mancanza di prova specifica del danno da ritardo. Se dunque è accolta questa sostanziale equipollenza in ambito di liquidazione equitativa fra lucro cessante ed interessi compensativi e se è vera la superiore premessa sul danno-conseguenza, è allora evidente che non è configurabile alcun automatismo nel riconoscimento di tali interessi in funzione risarcitoria, con conseguente onere allegatorio e probatorio, anche attraverso presunzioni, a carico del danneggiato per il loro riconoscimento (cfr. Cass. 12452/03; Cass. 20591/04; Cass. 22347/07). Questi principi, dettati in ordine all’eventuale risarcibilità di un danno da ritardo, sono stati recentemente ribaditi anche da Cass. 3355/10, che in motivazione così precisa: “… va ricordato che nei debiti di valore il riconoscimento di interessi costituisce una mera modalità liquidatoria del possibile danno da lucro cessante, cui è consentito al giudice di far ricorso col limite costituito dall’impossibili­tà di calcolare gli interessi sulle somme integralmente rivalutate dalla data dell’ille­cito. Non gli è invece inibito di riconoscere interessi anche al tasso legale su somme progressivamente rivalutate; ovvero sulla somma integralmente rivalutata, ma da epo­ca intermedia; ovvero di determinare il tasso di interesse in misura diversa da quella legale; ovvero, ancora, di non riconoscere affatto gli interessi se, in relazione ai parametri di valutazione costituiti dal tasso medio di svalutazione monetaria e dalla redditività media del denaro nel periodo considerato, un danno da lucro cessante debba essere positivamente escluso (Cass., n. 748/2000, cfr. anche Cass., nn. 490/1999 e 10751/2002). …”. Dunque, il riconoscimento degli interessi compensativi, dalla data del fatto o dai singoli esborsi, è possibile solo nel caso di allegazione e prova, da parte del creditore, della sussistenza di un eventuale danno da ritardo, ulteriore e maggiore rispetto a quello risarcito con la rivalutazione (cfr. Cass. 12452/03; Cass. 2654/05 in motivazione: “… Gli interessi che vengono qui in considerazione sono interessi ‘compensativi’ … possono …. non riconoscersi affatto se il giudice ritenga che la rivalutazione abbia interamente coperto il danno da ritardato conseguimento del­l’equivalente monetario (in relazione ai parametri di valutazione costituiti dal tasso medio di svalutazione monetaria e dalla redditività media del denaro nel periodo considerato, come precisato da Cass., n. 4729/2001 e n. 12788/98), essendo inibito solo il calcolo degli interessi al tasso legale sulle somme integralmente rivalutate a far data dall’evento dannoso. …”). Del resto anche la nota Cass. SU 1712/95 richiede la prova – ed ancor prima – l’allegazione di detto danno da mancato guadagno, in conseguenza del lamentato ritardato pagamento della somma dovuta a titolo di risarcimento del danno emergente (cfr. Cass. SU 1712/95: “... Tale prova può essere offerta dalla parte e riconosciuta dal giudice mediante criteri presuntivi ed equitativi, quale l’attribuzione degli interessi, ad un tasso stabilito valutando tutte le circostanze obiettive e soggettive del caso. …”). In conclusione, solo qualora l’e­quivalente monetario attuale del danno dovesse risultare in concreto, in base alle allegazioni e prove del danneggiato, non sufficiente a tenere indenne costui da tutte le conseguenze pregiudizievoli del fatto dannoso, a causa del ritardo con il quale la somma gli è stata erogata, il giudice può liquidare tale danno anche sotto forma di interessi, a condizione che tale danno sia ritenuto esistente prima del riconoscimento di detti interessi, che – come detto – costituiscono una mera modalità di liquidazione del danno. Nel caso di specie, nulla di specifico risulta allegato e provato da parte delle procedure attrici, per cui non possono essere riconosciuti gli interessi c.d. compensativi in aggiunta alla rivalutazione monetaria. Sono tuttavia dovuti gli interessi corrispettivi, al tasso legale, dalla data della presente sentenza al pagamento, essen­do il credito di valore divenuto, con la liquidazione del danno, un credito di valuta. Le argomentazioni appena svolte devono essere ripetute a proposito della domanda originariamente proposta dalla Cirio Holding nei confronti degli amministratori S. C., A. C. e Ms. C. e dei sindaci F. M. Sc., Gi. Ma. e E. S. (al quale sono subentrati gli eredi A. S. e C. P.), nonché delle società di revisione D. e D. & T., sempre in relazione agli addebiti e ai danni provocati descritti nella sezione II dell’atto di citazione. L’attrice, infatti, nel corso del giudizio ha rinunciato alle domande proposte nei confronti della D., della D. & T., con la conseguenza che la misura originaria del debito risarcitorio per il danno subito dalla procedura come sopra accertato (€ 40.913,42) deve essere diminuita in proporzione delle quote oggetto di transazione e idealmente attribuibili ai corresponsabili che hanno definito con la stessa procedura la rispettiva responsabilità. La misura del debito risarcitorio gravante, in solido fra loro, sui convenuti che non hanno definito transattivamente la controversia con la Cirio Holding, pertanto, deve essere determinato, all’esito della detrazione dall’importo originario dell’ammontare corrispondente alle quote di responsabilità dei condebitori solidali che hanno transatto, in € 30.685,06 (€ 40.913,42, divisi per 8, numero dei convenuti originari = € 5.114,17, moltiplicati per 6, numero dei convenuti che non hanno transatto = €. 30.685,06), oltre rivalutazione secondo gli indici del costo della vita periodicamente rilevati dall’ISTAT, con decorrenza dal 15/5/2003.

In accoglimento delle domande proposte dalle procedure attrici, pertanto, S. C., A. C., E. C., F. F., E. Q., G. F., P. Cu. e M. Co. – i due ultimi quali eredi di R. Co. e nei limiti del valore dei beni ereditari, risultando in atti la loro accettazione con beneficio di inventario dell’eredità del loro dante causa – e F. M. Sc. devono essere condannati in solido al pagamento in favore della Cirio Finanziaria S.P.A. in amministrazione straordinaria della somma di € 15.599.012,28, oltre rivalutazione secondo gli indici del costo della vita periodicamente rilevati dall’ISTAT, con decorrenza dal 15/5/2003 e fino alla data della presente sentenza; S. C., A. C., Ms. C., F. M. Sc., Gi. Ma. e A. S. e C. P. – i due ultimi quali eredi di E. S. – devono essere condannati in solido al pagamento in favore della Cirio Holding S.P.A. in amministrazione straordinaria della somma di € 30.685,06, oltre rivalutazione secondo gli indici del costo della vita periodicamente rilevati dall’ISTAT, con decorrenza dal 15/5/2003 e fino alla data della presente sentenza. Per quanto riguarda, infine, la domanda di manleva spiegata da A. S. e C. P. quali eredi di E. S. nei confronti delle compagnie di assicurazioni presso le quali il proprio dante causa era assicurato, si deve rilevare, quanto alla Compagnia Assicuratrice Unipol S.P.A., che quest’ultima non ha contestato l’obbligo di indennizzo derivante dalla polizza stipulata da E. S., per il caso di accertamento della responsabilità del medesimo, ma ha sostenuto che, sulla base delle specifiche clausole contrattuali indicate, tale indennizzo sarebbe dovuto essere limitato al massimale (pari a € 181.330,80) assicurato per le ipotesi di sinistri verificatisi nello svolgimento dell’attività di sindaco, decurtato della franchigia del 10% prevista con riguardo a ogni sinistro, ulteriormente limitato alla quota di responsabilità attribuita all’assicurato, con esclusione di qualsiasi indennizzo in relazione alle quote dei corresponsabili in via solidale, e determinato in base alla regola proporzionale di cui all’art. 1898 c.c., non avendo l’assicurato fornito la dimostrazione che i suoi redditi, in rapporto al cui ammontare era calcolato il premio a suo carico, non avessero superato il valore dichiarato nel contratto. L’ammontare del ri­sarcimento oggetto della condanna nei confronti degli eredi dell’assicurato rende superfluo l’esame delle deduzioni dell’assicurazione relative alla limitazione del massimale assicurato in relazione al rischio specifico e della sua sovrapponibilità alla previsione della franchigia, così come di quelle relative alla limitazione dell’indenniz­zo in proporzione dei maggiori introiti dell’assicurato rispetto a quelli dichiarati, con la conseguenza che, in mancanza di qualsiasi altra contestazione da parte degli eredi S. in ordine all’efficacia delle clausole contrattuali relative alla franchigia e alla limitazione dell’indennizzo alla quota di responsabilità gravante sull’assicurato, la lo­ro domanda nei confronti della Compagnia Assicuratrice Unipol deve trovare accoglimento entro tali limiti. Anche la domanda proposta dagli Eredi S. nei confronti della Allianz S.P.A. deve essere accolta, nei limiti del rischio assicurato corrispondente alle spese legali sostenute per il presente giudizio, come richiesto dai medesimi, non potendo essere condivise le uniche eccezioni sollevate dalla compagnia di assicurazioni con riguardo alla operatività della polizza e alla inammissibilità della chia­mata in giudizio nei suoi confronti. Da un lato, infatti, non sembra possa dubitarsi che nell’attività di commercialista, richiamata nella polizza per delimitare l’ambito di operatività della copertura assicurativa, rientri anche quella di componente del collegio sindacale; dall’altro, non essendo in contestazione che la volontà di chiamare in giudizio la compagnia è stata chiaramente manifestata dal chiamante nella comparsa di costituzione, come previsto, a pena di decadenza, dall’art. 4 del d.lgs. n. 5/03, non può ipotizzarsi, nel caso di specie, alcuna decadenza derivante dalla dedotta tardiva notifica dell’atto di citazione per chiamata in causa del terzo. Si deve, infatti, rilevare che l’unica decadenza prevista espressamente dalla legge processuale all’epoca in vigore (l’ormai abrogato d.lgs. n. 5/03) in materia di facoltà del convenuto di chiamare in causa un terzo riguardava l’omessa dichiarazione di tale volontà nella comparsa di risposta e che, se anche potesse individuarsi, nel silenzio della stessa legge, un termine entro il quale debba essere notificato l’atto di citazione al terzo, l’eccezionalità della sanzione della decadenza non consente una soluzione interpretativa che, oltre ad individuare un termine non espresso, attribuisca anche un effetto decadenziale alla sua violazione. Le spese del giudizio devono essere integralmente compensate fra le parti che hanno transatto la controversia chiedendo che venisse dichiarata l’estinzione dei relativi rapporti processuali, mentre devono essere regolate in base al principio della soccombenza le spese dei rapporti intercorsi fra le altre parti, con esclusione di quelle della CTU disposta per la valutazione delle domande che costituivano oggetto dei rapporti processuali estinti per l’interve­nuta rinuncia delle attrici. In considerazione del diverso valore, da valutarsi anche in base all’esito del giudizio, delle domande spiegate dalla Cirio Finanziaria nei confronti di S. C., A. C., E. C., F. F., E. Q., G. F., F. M. Sc., P. Cu. e M. Co. rispetto a quelle spiegate dalla Cirio Holding nei confronti di S. C., A. C., Ms. C., F. M. Sc., Gi. Ma., A. S. e C. P., all’accoglimento delle quali hanno resistito anche le società terze chiamate in causa Compagnia Assicuratrice Unipol S.P.A. e Allianz S.P.A., ferma restando la liquidazione delle spese in € 1.110,00, appare opportuno procedere, con riguardo ai compensi dei difensori, a due distinte liquidazioni, nella misura di € 35.000,00, in relazione alle domande spiegate dalla Cirio Finanziaria, e di € 5.000,00, in relazione alle domande spiegate dalla Cirio Holding, oltre IVA, CPA e rimborso spese generali come per legge.

(Omissis)


Commento

Sommario:

1. La vicenda processuale - 2. La responsabilità dei nuovi amministratori nominati per far fronte alla crisi - 3. La responsabilità degli amministratori privi di deleghe - 4. La responsabilità dei sindaci - 5. La quantificazione dei danni - NOTE


1. La vicenda processuale
Il Tribunale di Roma con il provvedimento in esame si pronuncia sulla nota vicenda del crack della Cirio e, più precisamente sulla responsabilità degli amministratori nominati verso la fine del 2002 per il risanamento della società, per aver ritardato la presa d’atto dello stato di insolvenza, nel tentativo di elaborare un progetto di risanamento che non ebbe successo per la mancanza di finanziatori, procrastinando quindi la dichiarazione dello stato di insolvenza al mese di agosto 2003. Il Tribunale di Roma si pronuncia, inoltre, sulla responsabilità degli amministratori privi di deleghe e su quella dei sindaci ma non anche su quella della società di revisione dando atto del fatto che fosse intervenuta una rinuncia alla domanda a seguito della transazione intercorsa tra le amministrazioni straordinarie delle società attrici e la società di revisione. La Cirio Finanziaria in amministrazione straordinaria e la Cirio Holding in amministrazione straordinaria proponevano [1], infatti, un’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori e dei sindaci per la mancata tempestiva richiesta della dichiarazione dello stato di insolvenza assumendo che tale dichiarazione sarebbe dovuta intervenire già nel gennaio 2003 e, quindi, subito il verificarsi, nel mese di dicembre 2002, del primo omesso rimborso alla scadenza del prestito obbligazionario. Con riferimento alla condotta dei sindaci veniva, invece, imputato loro di non aver adottato tutte le misure previste dalla legge al fine di impedire che gli amministratori proseguissero nella irregolare gestione o quanto meno idonee a limitare i danni che da tale gestione erano derivati. Le richieste risarcitorie a seguito della transazione intercorsa con la società di revisione, che concerneva anche i danni derivanti dal compimento di illegittime o­perazioni che avevano diminuito il patrimonio delle società attrici, ricomprendevano i danni per aver ritardato l’accertamento dello stato d’insolvenza delle due so­cietà attrici. Il Tribunale, dopo diverse vicende processuali, accerta la responsabilità degli am­ministratori e dei sindaci condannandoli al risarcimento dei danni in via solidale tra di loro e dichiarando altresì il diritto di alcuni convenuti ad essere manlevati dalle imprese assicuratrici.

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2. La responsabilità dei nuovi amministratori nominati per far fronte alla crisi
Nell’attuale sistema codicistico gli amministratori sono responsabili del loro operato nei confronti della società (artt. 2392-2393 c.c.), dei creditori sociali (art. 2394 c.c.) e nei confronti dei singoli soci e dei terzi (art. 2395 c.c.). Gli amministratori sono responsabili nei confronti della società, con conseguente obbligo di risarcire i danni cagionati, nel caso in cui non adempiano i doveri, imposti loro dalla legge [2] e dallo statuto, con l’ordinaria diligenza richiesta dalla natura dell’incarico e dalle loro specifiche competenze [3]. Gli amministratori a seguito della riforma del 2003 rispondono, dunque, non già quali mandatari, bensì in ragione della «diligenza richiesta dalla natura dell’incarico e dalle loro specifiche competenze» e, quindi, sostanzialmente la diligenza esigibile dall’amministratore è quella dell’art. 1176 c.c., 2° comma, ragguagliata alle circostanze del caso. La responsabilità degli amministratori verso la società è di natura contrattuale [4] in quanto trova la sua fonte nell’inadempimento dei doveri imposti dalla legge e dallo statuto con la conseguenza che la società che agisce è tenuta a provare esclusivamente l’esistenza di un danno imputabile ad inadempimento e non anche la colpa degli stessi [5], incombendo conseguentemente, in capo agli amministratori, al fine di andare esenti da responsabilità o di attenuare la stessa, l’onere di fornire la prova di assenza di colpa o di nesso causale [6] tra condotta e danno. Il giudizio sulla diligenza dell’amministratore sebbene non possa investire le sue scelte di gestione può concernere l’omissione di quelle cautele, verifiche ed informazioni preventive, normalmente richieste per una scelta imprenditoriale di quel tipo, operata in quelle circostanze e con quelle condizioni [7]. Nella fattispecie i nuovi amministratori, nominati per far fronte alla crisi della società mediante un piano di risanamento della società che non aveva possibilità di successo, erano consapevoli della natura irreversibile del dissesto, palesatosi anche con il mancato rimborso del prestito obbligazionario, sono stati ritenuti responsabili dell’aggravamento della situazione debitoria che avrebbero potuto evitare richiedendo tempestivamente la dichiarazione [continua ..]

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3. La responsabilità degli amministratori privi di deleghe
La sentenza in esame statuisce, poi, la responsabilità degli amministratori privi di deleghe sulla base del fatto che l’evidenza dell’impossibilità di far fronte alla sca­denza del prestito obbligazionario delle società induce a ritenere che gli stessi fossero a conoscenza dell’insolvenza e, quindi, della necessità di richiedere immediatamente la dichiarazione dello stato di insolvenza o che comunque l’avessero colpevolmente ignorata. Per il Tribunale la condotta degli amministratori privi di deleghe che hanno avallato la condotta omissiva degli amministratori esecutivi comporta la violazione dei loro obblighi sia che questi debbano essere valutati alla stregua del dovere di vigilanza di cui alla normativa antecedente la riforma del diritto societario del gennaio 2003, sia che si debba far riferimento, invece, al mero obbligo di agire informati che si ravvisa in capo agli amministratori a seguito della nuova formulazione dell’art. 2392 c.c. che ha, invero, abolito l’obbligo di vigilanza sul generale andamento della gestione sociale. Partendo dal presupposto della mancanza di un obbligo di vigilanza sul generale andamento della gestione sociale da parte di tutti gli amministratori va, tuttavia, osservato che l’art. 2381, 3° comma, c.c., stabilisce che il consiglio di amministrazione debba valutare, sulla base della relazione degli organi delegati, il generale andamento della gestione. Tale previsione che sembrerebbe, quindi, imporre, un controllo sull’andamento della gestione circoscritto alle informazioni fornite dagli amministratori delegati [10] deve essere, però coordinata con la previsione di cui all’ultimo comma del medesimo art. 2381 c.c. che prevede, per l’appunto, il dovere degli amministratori deleganti di agire in modo informato. Tale coordinamento si palesa necessario al fine di non far rivivere quell’obbligo di vigilanza sul generale andamento della gestione sociale, oggi non più sussistente in capo agli amministratori, nel dovere di agire in modo informato. La responsabilità degli amministratori privi di deleghe è, infatti, oggi riconnessa alla violazione del dovere di agire informati di cui all’art. 2381 c.c. che impone sia di avvalersi delle informazioni ricevute, sia di attivarsi motu proprio nel caso sussistano segnali di allarme tali da indurre a ricercare dati [continua ..]

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4. La responsabilità dei sindaci
Con riferimento, infine, alla responsabilità dei sindaci nella sentenza in esame il Tribunale ha statuito che dei danni causati dagli amministratori devono rispondere anche i sindaci delle due società considerato che l’insolvenza manifestatasi con il mancato rimborso del prestito obbligazionario era stata rilevata da alcuni sindaci già nel novembre del 2002 e che, comunque, non poteva non essere non conosciuta dagli altri sindaci. I sindaci, sebbene non possano influire direttamente sulla gestione della società, essendo questa riservata agli organi amministrativi, non potendo pertanto determinare o vietare le scelte degli amministratori, hanno un potere-dovere di controllo, che se fosse stato esercitato, nella fattispecie, avrebbe impedito il ritardo nella dichiarazione di insolvenza. L’art. 2407 c.c. individua, infatti, una responsabilità dei sindaci solidale con gli amministratori per i fatti o le omissioni di questi ultimi quando il danno non si sarebbe prodotto se essi avessero vigilato in conformità degli obblighi della loro carica [14]. Tale ipotesi di responsabilità concorrente, che si distingue dall’ipotesi di responsabilità esclusiva prevista dal 1° comma dell’articolo in questione che concerne, invece, la verità delle attestazioni da loro compiute, è relativa ad atti compiuti dagli amministratori ma fonda il suo presupposto in una negligenza propria [15] del sindaco consistente, appunto, nel non aver compiutamente vigilato [16]. I doveri che gravano sui sindaci sono non solo in funzione dell’interesse dei soci ma anche di quello dei creditori sociali [17]. Il ruolo del collegio sindacale, come si evince dalla nuova formulazione dell’art. 2403 c.c. che a seguito della riforma del 2003 espressamente contempla la vigilanza sul “rispetto dei principi di corretta amministrazione”, non è limitato allo svolgimento di compiti di mero controllo contabile e formale ma è esteso anche al contenuto della gestione [18]. Il Tribunale di Roma richiama, poi, condividendolo, un consolidato orientamento giurisprudenziale in tema di responsabilità degli organi sociali delle società di capitali per il quale la configurabilità dell’inosservanza del dovere di vigilanza, imposto ai sindaci dall’art. 2407, 2° comma, c.c., non richiede l’individuazione di [continua ..]

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5. La quantificazione dei danni
Da ultimo, per completezza, occorre brevemente soffermarsi sul criterio adottato dal Tribunale di Roma per la quantificazione dei danni. In tema di responsabilità degli amministratori, il danno risarcibile concerne il progressivo peggioramento della situazione patrimoniale della società, sia sotto il profilo delle perdite, sia sotto il profilo del mancato guadagno. Nella fattispecie il Tribunale di Roma ha rilevato che il ritardo nella dichiarazione di insolvenza ha causato danni corrispondenti agli interessi maturati sui debiti delle due società successivamente alla data in cui, presumibilmente e ragionevolmente, sarebbe potuta intervenire la dichiarazione dello stato di insolvenza da parte del Tribunale nel caso in cui gli amministratori avessero diligentemente adempiuto i loro doveri. Il Tribunale non ha, poi, ravvisato la sussistenza di un danno nel pagamento di debiti da parte della società considerato che tali pagamenti sono revocabili e che alcuna prova è stata fornita in merito all’impossibilità di recuperare le somme. Il debito in questione avendo natura risarcitoria forma, inoltre, oggetto di rivalutazione monetaria, costituendo, appunto un debito di valore. Il Tribunale di Roma, nella quantificazione dei danni causati dagli amministratori e dai sindaci, sposa, dunque, quell’orientamento [20] per il quale può essere imputato all’amministratore esclusivamente il danno che è conseguenza immediata e diretta delle violazioni poste in essere nella gestione societaria. Il nesso di causalità giuridica impone, in virtù del principio di cui all’art. 1223 c.c., che siano risarcibili esclusivamente le perdite che siano conseguenza immediata e diretta del fatto lesivo. Il danno risarcibile deve essere, quindi, determinato in misura pari alla diminuzione patrimoniale effettivamente sofferta che nella fattispecie corrisponde all’aggra­vamento del passivo dipendente, appunto, dal ritardo da parte degli amministratori nell’attivarsi per la richiesta della dichiarazione dello stato di insolvenza.

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NOTE

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