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Il curatore può limitarsi a contestare l'opponibilità del contenuto della scrittura sottoscritta dal fallito

Andrea Tanga (Avvocato in Salerno)

La sentenza offre lo spunto per affrontare il ruolo del curatore nel procedimento di verifica dello stato passivo, in riferimento alle scritture prodotte dal creditore e sottoscritte dal fallito. In particolare ci si interroga sull’applicabilità della disciplina del disconoscimento della sottoscrizione ex artt. 214, 215 c.p.c. e sull’onere di verificazione ex art. 216 c.p.c. al curatore, e sulla opponibilità alla curatela delle scritture private sottoscritte dal fallito.

 

The judgment offers the opportunity to analyse the role of the insolvency administrator during the verification process which involves the statement of filing claims, regarding the documents produced by the creditor and signed by the failed. In particular, questions arise concerning the applicability of the regulation involving the disowning of the signature provided for in artt. 214, 215 of the Italian Civil Code Procedure and the burden of verification provided for in art. 216 of the Italian Civil Code Procedure, and the enforceability against the insolvency administrator of the private agreements si­gned by the failed.

CASSAZIONE CIVILE, SEZ. I, 13 OTTOBRE 2017, N. 24168 – Pres. AMBROSIO Rel. TERRUSI

(art. 98 L. Fall., artt. 214, 215 e 216 c.p.c., 2702 c.c.)

Nel giudizio di opposizione ex art. 98, 2° comma, L. Fall., al curatore, in riferimento alla documentazione sottoscritta in apparenza dal fallito e prodotta dal creditore a sostegno della domanda di ammissione al passivo, non è applicabile la disciplina sul disconoscimento della scrittura privata di cui agli artt. 214 e 215 c.p.c. e sull’onere di verificazione di cui al successivo art. 216 c.p.c., rivestendo il curatore la posizione di “terzo” rispetto agli atti compiuti dal fallito; con la conseguenza che il curatore può limitarsi a contestare l’opponibilità della scrittura privata.

 

(Omissis).

 

Fatto RILEVATO che: Aspra Finance s.p.a., agendo nella qualità di cessionaria dei crediti di Unicredit s.p.a. e di Unicredit Corporate Banking s.p.a., chiese di essere ammessa al passivo del fallimento di Sacet s.r.l. per la somma di Euro 189.207,47, al chirografo, e di Euro 1.677.284,93, in privilegio ipotecario;

per quanto ancora rileva, il credito in privilegio ipotecario venne riconosciuto per la minor somma di Euro 741.760,67 e la creditrice propose opposizione, facendo valere un atto pubblico di ricognizione di debito, proveniente dalla fallita, con specificazione causale delle singole partire creditorie derivanti da saldi di conti correnti di corrispondenza;

l’opposizione è stata accolta dal tribunale di Napoli “per l’ulteriore somma di Euro 1.243,689,15 in via privilegiata ipotecaria”, oltre interessi chirografari fino alla data del fallimento; il tribunale ha motivato affermando: (i) che la dichiarazione era da qualificare come ricognizione di debito titolata dal riferimento ai contratti bancari; (ii) che la curatela, dovendo superare l’astrazione processuale, aveva affidato la pro­va contraria al disconoscimento dell’autenticità di firma in calce al contratto di conto corrente n. (Omissis), stante che il documento esibito dalla banca aveva riportato l’in­dicazione del tasso di interesse convenzionale non presente in quello in possesso della curatela; (iii) che tuttavia la curatela non avrebbe potuto limitarsi a disconoscere la sottoscrizione, ma avrebbe dovuto sostenere con precisione che la sottoscrizione non fosse riconducibile al legale rappresentante della società al tempo della stipula del contratto; (iv) che il legale rappresentante all’epoca del contratto era diverso dal soggetto rivestente la carica al momento della ricognizione di debito, donde la curatela avrebbe dovuto specificare che la firma in calce al contratto bancario non era compatibile con quella del legale rappresentante pro tempore (S.C.); (v) che invece, tra le produzioni della curatela afferenti il conto de quo, era stata riscontrata la presenza di un documento con sottoscrizione perfettamente identica a quella recata nel documento prodotto dalla banca;

per la cassazione del decreto del tribunale di Napoli la curatela ha proposto ricorso affidato a quattro motivi, illustrati da memoria;

la creditrice è rimasta intimata.

DIRITTO

Considerato che: col primo motivo, deducendo violazione e falsa applicazione del­l’art. 1399 cod. civ., la curatela sostiene essere errato il presupposto dell’astrazione processuale come conseguenza del riconoscimento di debito; ciò in quanto l’atto di ri­conoscimento era da aversi per inefficace siccome sottoscritto da un tale Nicola Man­to, omonimo dell’amministratore della società ma privo di potere rappresentativo;

il motivo è inammissibile riflettendo, in prospettiva di autosufficienza, una questione nuova;

col secondo e col terzo motivo la ricorrente, deducendo la violazione e falsa applicazione dell’art. 214 c.p.c., commi 1 e 2, censura la decisione in quanto la norma subordina l’efficacia del disconoscimento alla sola negazione della paternità della sottoscrizione, senza necessità di altre specificazioni; da questo punto di vista si sostiene esser errata la decisione del tribunale anche in ordine all’onere di dichiarare quale fosse il soggetto avente i poteri rappresentativi della società al momento dell’atto, visto che gli eredi o gli aventi causa, tra i quali rientrerebbe il curatore del fallimento, possono limitarsi a dichiarare, ai sensi dell’art. 214 c.p.c., comma 2, di non conoscere la scrittura o la sottoscrizione del loro autore;

i motivi, tra loro connessi, sono infondati nel presupposto e in ogni caso sono inammissibili visto che il tribunale, sebbene erroneamente riferendo il profilo giuridico della controversia al disconoscimento di scrittura privata, ha reso la decisione sulla base del positivo accertamento di autenticità della firma apposta sul contratto di conto corrente al quale era stato riferito l’atto ricognitivo di debito;

ciò il tribunale ha fatto esplicitamente osservando che, all’epoca del contratto bancario, amministratore della società era tale S.C. e che tra le produzioni della curatela era da presente un documento recante sottoscrizione identica a quella invocata dalla banca;

una simile valutazione è dirimente perché non adeguatamente contrastata, e induce semplicemente a correggere la motivazione del decreto sul piano giuridico;

difatti, contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, il curatore del fallimento, nella sua funzione di gestione del patrimonio del fallito, non può essere annoverato tra i soggetti successori (o aventi causa) del fallito medesimo; egli in verità – come esattamente affermato dal tribunale – è terzo rispetto al fallito (v. per tutte Cass. Sez. U. n. 4213-13);

dalla posizione di terzo consegue però che la scrittura prodotta al fine di insinuare al passivo la pretesa creditoria non necessitava affatto di esser disconosciuta;

è utile rammentare che il curatore, onde avversare la domanda, può limitarsi a contestare l’opponibilità della scrittura, in forza del principio secondo il quale il riconoscimento tacito ex art. 215 cod. proc. civ. va correlato al disposto dell’art. 2702 cod. civ. in ordine alla provenienza della scrittura dal sottoscrittore;

l’onere del disconoscimento della scrittura privata grava esclusivamente sul soggetto che appare essere autore della sottoscrizione, e non già sul soggetto che contesta l’opponibilità del documento in quanto non recante alcuna sottoscrizione a lui riferibile; sicché, quando il contenuto della scrittura privata (inter alios) venga contestato, il documento non viene in rilievo come prova legale e la verità o meno del suo contenuto, dimostrabile con ogni mezzo di prova, è affidata al libero apprezzamento del giudice (v. Cass. n. 9024-05; Cass. Sez. U n. 15169-10; Cass. n. 23155-14);

in questa prospettiva sono contraddittori e privi di pertinenza tutti i rilievi del tribunale di Napoli a proposito di un supposto – e in verità inesistente – onere della curatela di specificare di ben conoscere la firma normalmente usata dal legale rappresentante della fallita, ovvero di riscontrare in essa una radicale incompatibilità con quella apposta in calce al contratto;

tuttavia, corretta la motivazione in simili punti, è infine dirimente che il tribunale ha comunque escluso il fondamento della contestazione, dal fallimento affidata al disconoscimento, esplicitamente valutando i documenti prodotti e ritenendo l’auten­ticità di quello afferente il contratto bancario richiamato nella ricognizione titolata;

si tratta di una valutazione di pieno merito, insindacabile in cassazione se non sul versante della congruenza e completezza della motivazione;

consegue il rigetto, e in parte l’inammissibilità, dei motivi secondo e terzo;

il quarto motivo, che invece denunzia il vizio di motivazione perché il tribunale avrebbe dovuto riferirsi, per affermare l’autenticità della firma disconosciuta dalla cu­ratela, al contratto prodotto dalla curatela medesima (mancante dell’indicazione del tasso di interesse), e non al successivo atto di ricognizione stipulato da un rappresentante senza poteri, e perché sarebbe stata effettuata una sorta di perizia calligrafica sulla base di una mera fotocopia, è inammissibile per genericità;

innanzi tutto la ricorrente persevera nel riferimento alla questione della rappresentanza senza poteri, che tuttavia è nuova, come già detto;

in ogni caso non risulta specificata nel motivo la circostanza di fatto sulla quale il tribunale avrebbe dovuto più diffusamente argomentare, donde la censura motivazionale si rivela generica;

I’affermazione relativa all’esame di una semplice fotocopia, onde escludere il disconoscimento della scrittura privata, ripete l’erroneità della costruzione giuridica pre­via e riflette un chiaro tentativo di revisione del giudizio di merito;

irrilevante è infine, nel giudizio di cassazione, la questione dell’errore materiale denunziato nella parte finale del ricorso (sub n. 5), quanto all’importo suscettibile di ammissione;

la correzione è infatti prospettabile dinanzi allo stesso giudice che ha pronunciato il provvedimento (art. 287 cod. proc. civ.);

il ricorso è rigettato.


Commento

Sommario:

1. Il fatto - 2. ImpossibilitÓ per il curatore di disconoscere la scrittura privata sottoscritta in apparenza del fallito - 3. OpponibilitÓ delle scritture private al curatore - NOTE


1. Il fatto
Con istanza ex art. 93 L. fall., Aspra Finance s.p.a. chiedeva di essere ammessa al passivo del fallimento di Sacet s.r.l. presso il Tribunale di Napoli per la somma di Euro 189.207,47, al chirografo, e di Euro 1.677.284,93, in privilegio ipotecario. Il Tribunale riconosceva il credito in privilegio ipotecario per la minor somma di Euro 741.760,67 e la creditrice proponeva opposizione, facendo valere in giudizio un atto pubblico di ricognizione di debito, proveniente dalla fallita. L’opposizione veniva accolta dal Tribunale di Napoli “per l’ulteriore somma di Euro 1.243,689,15 in via privilegiata ipotecaria”, oltre interessi chirografari fino alla data del fallimento con tali motivazioni: 1) la dichiarazione presentata dal creditore era da qualificarsi come ricognizione di debito titolata dal riferimento ai contratti bancari; 2) la curatela aveva affidato la prova contraria al disconoscimento dell’autenticità di firma contenuta nel contratto di conto corrente, poiché il documento esibito dalla banca aveva riportato l’indicazione del tasso di interesse convenzionale non presente in quello in possesso della curatela; 3) la curatela non avrebbe potuto limitarsi a disconoscere la sottoscrizione, ma avrebbe dovuto sostenere con precisione che la sottoscrizione non fosse riconducibile al legale rappresentante della società al tempo della stipula; 4) il legale rappresentante all’epoca del contratto era diverso dal soggetto rivestente la carica al momento della ricognizione di debito e conseguentemente la curatela avrebbe dovuto specificare che la firma in calce al contratto bancario non era compatibile con quella del legale rappresentante pro tempore; 5) che tra le produzioni della curatela era stato rinvenuto un documento con sottoscrizione perfettamente identica a quella recata nella scrittura prodotta dalla banca. Per la cassazione del decreto del Tribunale di Napoli, la curatela proponeva ricorso ritenendo che: 1) il riconoscimento del debito era da considerarsi inefficace poiché sottoscritto da un amministratore della società privo di potere rappresentativo; 2) a norma dell’art. 214 c.p.c., gli eredi o gli aventi causa, e tra questi rientrerebbe il curatore, possono limitarsi a dichiarare di non conoscere la scrittura o la sottoscrizione dell’autore del documento prodotto. La Suprema Corte rigettava il ricorso proposto dalla curatela, [continua ..]

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2. ImpossibilitÓ per il curatore di disconoscere la scrittura privata sottoscritta in apparenza del fallito
Nel proprio ricorso la Curatela del fallimento ha ritenuto erroneamente di poter disconoscere la scrittura privata apparentemente sottoscritta dall’amministratore della società in bonis, asserendo che il ruolo del curatore fosse equiparabile a quello degli eredi o aventi causa del fallito con conseguente applicazione dell’art. 214 c.p.c., che prevede al 2° comma “gli eredi o aventi causa [1] possono limitarsi a dichiarare di non conoscere la scrittura o la sottoscrizione del loro autore”. La dichiarazione effettuata da eredi ed aventi causa produce gli stessi effetti del disconoscimento, e cioè la caducazione dell’efficacia probatoria nel processo del documento, a meno che la parte che l’abbia prodotta non chieda ed ottenga il riconoscimento della scrittura e salvo l’applicazione di norme penali nel caso di verifica positiva circa l’autenticità del documento [2]. Come ritenuto dalla Suprema Corte, sulla scorta del costante orientamento in tema, il curatore, nella verificazione dei crediti, stante il suo ruolo di gestore del patrimonio fallimentare non può essere “annoverato tra i soggetti successori (o aventi causa) del fallito”, bensì è da considerarsi terzo rispetto al fallito medesimo [3]. Quanto stabilito ci permette di affrontare la vexata quaestio della posizione del curatore rispetto agli atti del fallito. Il curatore infatti è talvolta considerato terzo, in quanto rappresentante degli interessi dei creditori, altre volte parte, in quanto legittimato ad esercitare i diritti e le azioni spettanti al fallito [4]. Muovendo dalla premessa, assolutamente pacifica, che il curatore rappresenta anche e soprattutto l’interesse della collettività dei creditori, occorre allora considerare che egli debba assumere la posizione processuale di terzo nelle ipotesi in cui un creditore intenda far valere una pretesa fondata su una scrittura privata sottoscritta, in apparenza, dall’imprenditore fallito. Infatti l’onere del disconoscimento della scrittura privata, come previsto dagli artt. 214 e 215 c.p.c., presuppone che il documento prodotto contro una parte del processo provenga dalla parte stessa, e non può operare nel caso in cui la scrittura sia proveniente da un terzo, con la logica conseguenza che non può prodursi in tal caso l’effetto di [continua ..]

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3. OpponibilitÓ delle scritture private al curatore
Come ampiamente specificato, l’onere del disconoscimento della scrittura privata grava esclusivamente sul soggetto che appare essere l’autore della sottoscrizione del documento. Nel caso in esame, la Suprema Corte è andata oltre, specificando che il curatore, non avendo sottoscritto il documento, può comunque contestare il contenuto della scrittura privata, ritenendo che la stessa sia a lui opponibile. Ebbene, secondo la Corte, la curatela può liberamente contestare la scrittura privata proveniente dal fallito, non applicandosi i principi di disciplina sostanziale di cui al 2702 c.c. e processuale di cui all’art. 214 c.p.c. in ordine alla provenienza della scrittura dal sottoscrittore. Ne discende che quando viene contestato il contenuto della scrittura privata inter alios sottoscritta in apparenza dal fallito, quel documento non “viene in rilievo come prova legale”. Da tale indicazione è evidente che per la sentenza in commento, conformemente al costante orientamento in tema, il fallito assuma il ruolo di “terzo” (sotto un profilo processuale) nel giudizio di opposizione allo stato passivo. È assolutamente prevalente, infatti, in dottrina e giurisprudenza l’indirizzo che nega la qualità di parte al fallito sia nella fase necessaria del giudizio di ammissione al passivo, sia per quella eventuale dell’impugnazione (che contempla comunque la facoltà per il fallito di esser sentito [6]). Ciò premesso, andrebbe comunque valutata l’efficacia probatoria della scrittura privata sottoscritta dal fallito nel giudizio di verificazione dello stato passivo, posto che, per quanto ritenuto nella pronuncia de quo, non verrebbe in rilievo come prova legale se contestata. Tale ultima constatazione è da considerarsi quantomeno pleonastica, anche perché la scrittura proveniente da terzi in nessun caso (e quindi anche in caso di mancata contestazione) potrebbe assurgere a “prova legale”. La scrittura privata gode dell’effica­cia stabilita dall’art. 2702 c.c., proprio in quanto proveniente dalle parti. Gli scritti che provengono da soggetti che non sono parti del processo non posseggono un’effica­cia probatoria di per sé, né per la provenienza, né per il contenuto [7]. La giurisprudenza riconosce a tali scritti, infatti, un valore puramente [continua ..]

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NOTE

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