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In regime di commissariamento prefettizio tra tutela dell´interesse pubblico e norme civilistiche

Andrea Palazzolo, Docente di Diritto delle società nell’Università Luiss Guido Carli

La nomina degli amministratori prefettizi determina una separazione delle competenze e non realizza segregazione patrimoniale piena, bensì una gestione separata temporalmente e funzionalmente, anche in ipotesi di società di scopo, dove gli amministratori di diritto mantengono le competenze di carattere generale.

PAROLE CHIAVE: amministratori prefettizi - commissariamento prefettizio - società di scopo

The appointment of prefectural administrators consists in a separation of powers and does not achieve full asset segregation, but rather a separate management timely and functionally, even in the case of purpose companies, where the directors keep the general competences.

Keywords: prefectural administrators, purpose company, corporate governance.

Tribunale di Agrigento, Sez. fall., 11 giugno 2019

Pres. Pinto, Giud. Est. Capitano Concordato Preventivo di Girgenti Acque

Concordato preventivo – Ammissibilità – Misure di straordinaria e temporanea gestione – Società di scopo – Soggettività giuridica – Segregazione patrimoniale – Organi sociali – Patrimoni destinati.

(Artt. 104-ter e161 L. Fall.; art. 32, D.L. n. 90/2014, artt. 40 e 57, D.Lgs. 6 settembre 2011, n. 159; artt. 2447-bis ss., 2740 e 2941 c.c.)

È ammissibile la domanda di concordato preventivo con riserva proposta dagli amministratori volontari di una società di scopo soggetta a commissariamento prefettizio ex art. 32, D.L. n. 90/2014. La straordinaria e temporanea gestione finalizzata all’esecuzione di un’opera o di una concessione pubblica, anche nell’ipotesi di società di scopo, non esautora gli organi sociali di gestione e di controllo dallo svolgimento delle proprie funzioni di carattere generale.

(Omissis)

Ripercorrendo brevemente la vicenda di cui è causa si evince dalla documentazione offerta a corredo della domanda di Girgenti Acque spa che la società è stata colpita da misura interdittivi antimafia ai sensi degli artt. 84 c. 4, 87 e 91 d.lgs. 159/2011 e dell’art. 32 commi 3 e 10 D.L. 24/06/2014, n. 90 (convertito con mod. dalla L. 11 agosto 2014 n. 114); con successivi provvedimenti dell’UTG del 27.11.20/8 e dell’8.01.2009 d’intesa con I’ANAC, sono stati nominati i Commissari, (Omissis).

Emerge anche che il 26 gennaio 2019 l’Assemblea della Girgenti Acque spa ha provveduto a deliberare la nomina del Presidente del CdA e di tre membri dell’orga­no amministrativo; il successivo 12 febbraio 2019 è stata deliberata ex art. 152 L.F., ed ai sensi e per gli effetti degli artt. 161 comma 6 e ss. L.F., la presentazione di domanda di concordato preventivo “con riserva”, conferendo al Presidente nominato, (Omissis) la facoltà di sottoscrivere il relativo ricorso, “auspicando che detta proposta sia condivisa dai Commissari prefettizi”, i commissari Prefettizi, in data 16 aprile 2019, hanno invece ritenuto di depositare in cancelleria osservazioni avverso la domanda di concordato, deducendo la carenza di legittimazione degli organi sociali in virtù del disposto dell’art. 32 comma 3) del D.L. 90/2014, richiamato nel corpo della misura prefettizia, che sospende, per la durata della straordinaria e temporanea gestione, l’esercizio dei poteri di disposizione e gestione dei titolari del­l’impresa.

I Commissari hanno altresì messo in rilievo profili di non fattibilità dell’eventuale proposta di concordato che non potrebbe attingere a risorse destinate alla prosecuzione dell’attività, stante la totale coincidenza tra la gestione straordinaria commissariale (riferita alle funzioni e servizi attribuiti alla società per la “prosecuzione” della Convenzione sottoscritta il 27 novembre 2007 fino all’entrata in vigore delle nuove modalità di gestione del servizio idrico integrato) e lo stesso oggetto sociale della Girgenti Acque spa; hanno infine contestato l’attendibilità dei dati esposti nella domanda di concordato con riguardo ai beni e ai crediti ivi indicati.

È opportuno richiamare sinteticamente la ratio della misura di cui all’art. 32 commi 3) e 10) del D.L. cit. che prefigura un vero e proprio commissariamento del contratto, volto a soddisfare, attraverso l’intervento del Prefetto, l’interesse pubblico alla esecuzione dell’appalto/concessione, sotto la guida di uno o più commissari straordinari, nonché a sterilizzarne la gestione: l’istituto, infatti, mira a costituire un presidio di legalità sulla sola attività coinvolta nell’esecuzione contrattuale. Autorevole dottrina, già all’indomani dell’emanazione decreto, aveva evidenziato come i commissari non sarebbero tenuti ad accollarsi l’intera attività sociale ma unicamente ad orientare la propria attività alla continuità dell’appalto (o concessione) su cui è caduta la misura straordinaria. In tale prospettiva interpretativa la misura non sarebbe volta al­l’estro­missione della governance dell’impresa: quindi, la sospensione dei poteri dell’im­prenditore e degli organi sociali, prevista dall’art. 32 in esame, andrebbe circoscritta solo ai contratti e alle concessioni oggetto del commissariamento.

La lacunosità della fonte normativa primaria viene in parte supplita dalle linee guida ANAC che ha avallato l’interpretazione richiamata, ponendo l’accento sulla circostanza che la straordinaria e temporanea gestione “dà vita ad una gestione separata di quella parte dell’azienda che dovrà eseguire l’appalto pubblico, secondo un modello di governance che dovrà essere definito dagli amministratori nominati dal Prefetto” (II linee guida ANAC del 27 gennaio 2015). Peraltro, ai sensi dell’art. 32 comma 7 del D.L. cit., gli utili della gestione commissariale, espressione di “un buon governo dell’appalto affidato ad Amministratori di nomina prefettizia” vanno a confluire su un apposito fondo, “non disponibile ed intangibile ad iniziative esecutive di terzi, quindi insuscettibile di confusione con il patrimonio sociale” (cfr. Cass. Pen., Sez. III, n. 51085 del 9.11.2017).

La misura non è, perciò, idonea a scalfire la titolarità aziendale; gli organi societari rimangono in carica con pieni poteri rispetto a tutte le attività che esulano dai contratti oggetto di commissariamento. Del resto, in tal senso è orientata la giurisprudenza amministrativa (Tar Lazio Roma, Sez. 1-ter, 3 febbraio 2016, n. 1519, secondo cui tale misura non incide «in modo sproporzionato o irreversibile sulla governance complessiva dell’impresa, in quanto gli amministratori sono tenuti a realizzare una forma di gestione separata e di carattere temporaneo di un segmento del­l’impresa legato all’esecuzione di quello specifico contratto, mentre gli organi sociali re­stano in carica per lo svolgimento delle attività di gestione».)

Fatte queste necessarie premesse, il Tribunale è chiamato ad esaminare una fattispecie che – per come pure messo in luce dalle parti nel corso della discussione in udienza presenta profili di novità – non essendovi alcun precedente analogo essendo problematica l’individuazione della natura e dell’effettiva ampiezza dei poteri che residuano agli organi sociali. Difatti la Convenzione per la gestione del servizio idrico integrato sottoscritta in data 27 novembre 2017, oggetto dei commissariamento, sembrerebbe effettivamente coincidere integralmente con l’oggetto sociale e l’attività esclusiva di Girgenti Acque S.p.A. che, per l’appunto, è una società di scopo per la gestione in regime di concessione del servizio idrico integrato nell’ambito territoriale di Agrigento, comprendente l’insieme dei servizi pubblici di captazione, adduzione e distribuzione di acqua ad usi civili, di fognatura e depurazione delle acque reflue e di ogni altra attività connessa, conseguente o collegata funzionalmente (v. visura camerale in atti).

La misura parrebbe quindi realizzare un commissariamento globale con azzeramento degli organi sociali, non residuando alcun ulteriore spazio gestionale. Ciò si evince anche dalle stesse considerazioni svolte dalla proponente nel ricorso, ove si evidenzia chiaramente l’intento dell’organo amministrativo di “preservare la continuità aziendale per salvaguardare la gestione di un pubblico servizio ...” (fine pag. 5); affermazione che, invero, si scontra con il tenore dei provvedimenti prefettizi in atti che individuano e nominano i Commissari per la straordinaria e temporanea gestione della Società Girgenti Acque Spa (“con contestuale sospensione dell’esercizio dei relativi poteri di disposizione e gestione degli Organi societari”) per la “prosecuzione” della Convenzione per la gestione del servizio idrico integrato fino all’individua­zione del nuovo gestore da parte dell’ATI.

Non vi sarebbe, quindi, alcun margine per iniziative degli organi sociali finalizzate a preservare la continuità aziendale di una società il cui scopo si è esaurito nella gestione in regime di concessione del servizio idrico, ad oggi totalmente assorbito dalla gestione commissariale finalizzata alla prosecuzione del servizio di pubblica utilità fino all’entrata in vigore delle nuove modalità di gestione del servizio idrico che avranno connotazioni diverse rispetto al pregresso.

Questo Tribunale tuttavia, pur nella consapevolezza delle criticità appena illustrate, ritiene comunque di non dover denegare la concessione del termine ex art. 161 comma 6 L.P. per la presentazione della proposta di concordato. Si è giunti a tale conclusione valutando una serie di elementi che vengono di seguito illustrati.

In primo luogo, ferme le specifiche previsioni di legge (come, ad esempio, quanto previsto dall’art. 32 comma 7 del D.L. 90/2014 sul già ricordato accantonamento in apposito fondo degli utili successivi alla gestione commissariale, non disponibile ed intangibile ad iniziative esecutive di terzi, quindi insuscettibile di confusione con il patrimonio sociale), deve rilevarsi come la normativa in questione non preveda alcuna espressa deroga ai principi civilistici e societari in materia di gestione d’impre­sa e alle procedure concorsuali della legge fallimentare. Come è stato infatti rilevato dalla dottrina «la carenza di indicazioni nelle previsioni normative e regolative, l’assenza di giurisprudenza e la novità delle problematiche non consentono di delineare sicuri confini di disciplina in tema di rapporti tra gestione ordinaria e straordinaria e, soprattutto, in che misura il pacifico rilievo pubblicistico del commissariamento determini l’estensione del perimetro delle norme applicabili e, quindi, il grado di recessione delle norme di stampo più tipicamente civilistico».

Peraltro, sia pur nella sommaria delibazione del fumus del ricorso, sembrerebbe anche che nel caso in esame residuino altri segmenti di attività gestionale, sia pur di secondario rilievo e di natura marginale, per quelle attività “connesse, conseguenti o collegate funzionalmente” alla gestione del servizio idrico integrato (cfr. art. 4 dello statuto); così come non va sottaciuto che allo stato non risulterebbero disciplinati alcuni ambiti concernenti, tra l’altro, la separazione patrimoniale e la separazione delle competenze, messi in evidenza dal procuratore della proponente con missiva inviata ai Commissari a mezzo mail il 30.4.2019, non oggetto di riscontro.

Da un punto di vista formale poi, non osterebbe alla legittimazione la sospensione della pratica di iscrizione presso la CCIAA competente, per come riferito dal proponente, dei nuovi amministratori e dei membri del collegio sindacale, stante l’effi­cacia meramente dichiarativa dell’iscrizione nel registro delle imprese ex art. 2383 comma 3 c.c. per la nomina degli organi societari (v. di recente Cass, Sez. 1, Ordinanza n. 30542 del 26/11/2018 per l’ipotesi di istanza di fallimento in proprio la cui legittimazione spetta al nuovo amministratore benché la relativa nomina non sia ancora iscritta nel registro imprese).

Non è peregrino inoltre richiamare la giurisprudenza della Suprema Corte, sia pur formatasi in materia di sequestro penale di beni di società di capitali che, proprio nell’esaminare i rapporti tra custodia giudiziaria e amministratore della società, ritiene sussistente la legittimazione dell’amministratore, contraddittore necessario nel procedimento diretto alla dichiarazione di fallimento, che resta nella titolarità di tutte le funzioni non riguardanti la gestione del patrimonio (così Cass. Sez. 6-1, Sentenza n. 23461 del 04/11/2014). La pronuncia in esame precisa peraltro che la legittimazione processuale dell’organo di rappresentanza a difendere gli interessi dell’ente nell’ambito della procedura fallimentare, “non reca alcun pregiudizio alla procedura di prevenzione patrimoniale diretta alla confisca dei beni aziendali dovendo essere privilegiato l’interesse pubblico perseguito dalla normativa antimafia rispetto all’inte­resse meramente privatistico della ‘par condicio creditorum’ perseguito dalla normativa fallimentare”). Principi questi applicabili anche alle altre procedure concorsuali previste dalla legge fallimentare e quindi, al concordato preventivo, così come all’istanza di fallimento formulata “in proprio” dalla società.

Prendendo spunto dalla citata motivazione, dovendo anche qui procedere alla valutazione comparativa degli interessi contrapposti che vedono, da un lato, la necessità di salvaguardare la legalità della gestione del servizio idrico cui è funzionalizzata la misura prefettizia e, dall’altro, la tutela dei creditori sociali, va dato atto di una serie di preclusioni che potrebbero eventualmente derivare alla proponente dalla declaratoria de plano dell’inammissibilità della domanda dì concordato.

Infatti qualora venisse a cessare per qualsiasi causa la disposta straordinaria gestione commissariale entro il biennio, per effetto della previsione di cui al 9° comma dell’art. 161 L.F. un’eventuale nuova domanda di concordato con riserva, ai sensi dell’art. 161 comma 6 L.F., sarebbe inammissibile poiché nei due anni precedenti vi è stata presentazione di domanda non seguita dall’ammissione. Inoltre, in assenza allo stato di istanze di fallimento pendenti, non potendo il Tribunale dichiarare d’ufficio il fallimento, resterebbe precluso il rimedio del reclamo a norma dell’art. 18 L.F., proponibile ai sensi dell’art. 162 u.c. L.F. solo avverso la sentenza che dichiara il fallimento, potendosi far valere con detto mezzo anche motivi attinenti all’ammis­sibilità della proposta di concordato. Infine, l’eventuale pronuncia di inammissibilità, non avendo carattere decisorio, non sarebbe neppure impugnabile in Cassazione ex art. 111 Cost., per come chiarito dalle Sezioni Unite (Sez. Un. – Sentenza n. 27073 del 28/12/2016: il decreto con cui il tribunale dichiara l’inammissibilità della proposta di concordato, ai sensi dell’art. 162, comma 2, L.F. (eventualmente, anche a seguito della mancata approvazione della proposta, ai sensi dell’art. 179, comma 1) senza emettere consequenziale sentenza dichiarativa del fallimento del debitore, non è soggetto a ricorso per cassazione ex art. 111, comma 7, Cost., non avendo carattere decisorio. (Omissis).

Non vi è chi non veda, come le riferite preclusioni costituiscano conseguenze fin troppo eccessive rispetto ad una pronuncia di inammissibilità anticipata che prescinda del tutto dall’esame di una proposta di cui si vorrebbe precludere all’istante la stessa facoltà di deposito, al fine di sottoporla al vaglio del Tribunale, nell’espli­cazione della libertà d’impresa nella gestione della crisi. Per altro verso le allegazioni dei Commissari sulla non attendibilità della contabilità e dei dati già anticipati nel ricorso proposto sono ancora premature, investendo profili di merito che ad oggi non possono essere oggetto di approfondimento. Le preoccupazioni, espresse dai Commissari Prefettizi, sull’eventuale “devianza” dei fini perseguiti dagli amministratori in carica con la proposizione dell’istanza di concordato sono poi facilmente tutelabili. (Omissis).

Tutte le considerazioni espresse consentono di ritenere che, quantomeno in questa fase limitata all’approfondimento degli aspetti preliminari già indicati, siano mag­giormente meritevoli di tutela le ragioni della società che esercita il diritto, sancito dall’art. 161 comma 6 L.F., di riservarsi il deposito della proposta di concordato allo scadere del termine. (Omissis).

Peraltro sussistono incertezze anche nella demarcazione tra gestione pregressa e gestione commissiariale; in proposito, recentemente, è stata autorevolmente sottoli­neata in dottrina la difficoltà di «delimitare anche temporalmente, il perimetro delle questioni di competenza dei commissari prefettizi per quanto riguarda le risorse umane e strumentali impiegate sia per quanto concerne, ad esempio, i debiti pregressi». Sembra opportuno, in proposito, evidenziare che gli utili considerati dal legislatore sono gli utili d’impresa derivanti dai contratti commissariati, senza alcuna espressa dif­ferenziazione tra gli esercizi realizzati prima e dopo la misura interdittiva, indipen­den­temente quindi dalla circostanza che il momento genetico del debito o del credito sia antecedente al provvedimento interdittivo. Tutti aspetti, questi, che mettono in luce, sin d’ora, come appaia estremamente complesso anche il giudizio prognostico riser­vato al Tribunale sulla fattibilità del concordato ma che, in ogni caso, non ci si può che riservare di esaminare più approfonditamente e valutare in seguito al deposito della proposta di cui vengono richiesti i termini. (Omissis).


Commento

Sommario:

1. Il caso - 2. La natura latamente “cautelare” del termine ex art. 161, 6° comma, L. Fall. - 3. Organi sociali e amministratori di nomina prefettizia - 4. La “soggettività” limitata della “gestione commissariale” - NOTE


1. Il caso
La vicenda in esame presenta connotati di unicità nel panorama giurisprudenziale; mentre sono frequenti le situazioni di accesso a procedure concorsuali di società in regime di amministrazione giudiziaria o di commissariamento prefettizio rispetto ad un contratto o ad un ramo di attività, a quanto consta non è mai accaduto che il commissariamento avvenga nei confronti dell’intera azienda, quando questa afferisce ad una società di scopo, costituita con oggetto sociale esclusivo per gestire una concessione pubblica, nel caso di specie il servizio idrico integrato. Per fronteggiare l’imponente debito aziendale il consiglio d’amministrazione, mentre sono in carica gli amministratori di nomina prefettizia, decide di avviare la procedura di concordato preventivo, depositando una domanda con riserva. I commissari prefettizi si oppongono, ritenendo che gli amministratori non vi sarebbero legittimati, in quanto totalmente spossessati della gestione dell’azienda, stante che in una società di scopo non residuano poteri di gestione in capo agli amministratori, poiché l’intera azienda è in regime di commissariamento prefettizio e in ogni caso tutte le risorse della società sono sottratte agli amministratori per essere rimesse alla gestione commissariale, sicché il concordato non sarebbe in ogni caso fattibile. Il tribunale di Agrigento, con una articolata motivazione ammette la società alla fase interinale, pur riservandosi di assumere ogni provvedimento ad esito del deposito della documentazione integrale. I passaggi salienti della decisione del tribunale sono i seguenti: non vi è alcun automatismo tra la richiesta del termine ex art. 161, 6° comma e la sua concessione, va in ogni caso valutata, anche in punto di legittimazione, l’am­missibilità in astratto della proposta; la misura di commissariamento prefettizio non scalfisce la titolarità aziendale né esautora gli organi sociali per ciò che non attiene strettamente l’esecuzione del contratto in concessione; pur essendo vero che l’oggetto sociale della società di scopo si identifica interamente con l’oggetto del commissariamento, non vi sono confini sicuri attraverso cui determinare “l’estensione del perimetro delle norme applicabili e, quindi, il grado di recessione delle norme di stampo più tipicamente [continua ..]

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2. La natura latamente “cautelare” del termine ex art. 161, 6° comma, L. Fall.
Sul tema dell’automatismo del termine si registra varietà di opinioni in dottrina [1] ed emergono tre diversi orientamenti giurisprudenziali. Secondo il primo il tribunale dovrebbe limitarsi a sindacare la propria competen­za e la sola condizione di ammissibilità, di cui all’art. 161, 9° comma, L. Fall. e concedere il termine a semplice richiesta del ricorrente [2]; altra giurisprudenza ritiene che il giudice nel concedere il termine, oltre alla condizione di ammissibilità del 9° comma, debba sindacare i presupposti dell’azione e della legittimazione della domanda [3]; secondo altra parte il giudizio di ammissibilità dovrebbe ricomprendere anche il sindacato sulla non strumentalità del ricorso, ossia il fumus boni iuris, considerato che la domanda in bianco non dovrebbe essere piegata ad usi dilatori [4]. Il tribunale di Agrigento ritiene di dover svolgere un controllo in via astratta circa la legittimazione degli organi della ricorrente. Nell’assumere tale posizione il tribunale tuttavia non risolve il tema della competenza per la presentazione della domanda di concordato, se non rispetto all’esigenza di evitare che la mancata ammissione si traduca in un pregiudizio irreparabile. Il tribunale, pertanto, lascia del tutto aperto il tema della legittimazione attiva e risolve la questione in maniera essenzialmente cautelare, ritenendo che sul fumus boni iuris, cioè l’astratta legittimazione, degli amministratori, vi sia obiettiva incertezza, ma neppure ciò sia stato radicalmente negato, specie in assenza di una demar­cazione ad opera dei commissari prefettizi dei propri poteri, e che invece ricorrerebbe il periculum in mora, cioè il pregiudizio grave ed irreparabile che dalla mancata concessione del termine potrebbe derivare alla ricorrente. Ciò d’altra parte è coerente con il principio che eventuali provvedimenti di natura cautelare che sospendano o impediscano azioni esecutive debbano essere rimesse al giudice della procedura concorsuale, non essendovi al contrario da parte del giudice dell’esecuzione alcun dovere di sospendere pregiudizialmente la propria attività in pendenza di una procedura concorsuale [5]. Assunta pertanto l’attitudine del provvedimento del Tribunale Fallimentare ad incidere su azioni esecutive, determinandone la sospensione, deve ritenersi che il [continua ..]

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3. Organi sociali e amministratori di nomina prefettizia
L’approccio della giurisprudenza in esame, sia pur nei limiti di una cognizione parziale e sommaria, appare quello di delimitare i poteri dei commissari e degli am­ministratori rispetto alla portata del provvedimento prefettizio. Se, come nel caso di specie, la misura si applica all’intera attività, in quanto oggetto esclusivo di una società di scopo, non dovrebbe residuare alcuno spazio per gli organi sociali in carica, eccettuato il Collegio sindacale, di cui nulla la norma dice e che, sulla scorta di un condivisibile, sia pur limitato, orientamento giurisprudenziale e dottrinale prosegue nelle proprie funzioni [6]. Il problema nasce, ad avviso di chi scrive, dall’infelice terminologia della norma, che parla di “amministratori temporanei di nomina prefettizia”, istituto che evoca la loro sostituzione, parziale o totale, agli amministratori di diritto ma che, in relazione ad un limitato spossessamento ai soli fini dell’esecuzione dell’appalto o della concessione, mal si concilia con la ratio della disciplina di riferimento. Occorrerebbe altrimenti ammettere che la sostituzione avvenga in maniera parziale, lasciando convivere due tipologie di amministratori ugualmente in carica, con la difficoltà di individuare quale delle due sia titolata a compiere determinate attività. Anche nell’ipotesi, apparentemente più semplice, di commissariamento della società di scopo, non è affatto così scontato che ogni dovere facente capo agli amministratori si trasferisca su quelli di nomina prefettizia; in questo caso, infatti, esatta­mente come nell’altro e più comune, si registrerebbe eventualmente una differenza quantitativa, ma non qualitativa, dei poteri, stante che la disciplina di riferimento è la medesima. In altri termini non sarebbe ragionevole ritenere che in un caso si realizzi un regime di compresenza di amministratori e nell’altro di sostituzione, in assenza di una norma che lo preveda, con l’effetto di sovvertire, tacitamente, l’assetto organizzativo della società di capitali. Gli stessi amministratori temporanei, nella prassi, come si evince dal provvedimento commentato, usano peraltro qualificarsi quali “commissari prefettizi”, artefici di una gestione distinta rispetto alla società. Si tratterebbe nel caso di specie di un’attività di pubblico interesse, [continua ..]

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4. La “soggettività” limitata della “gestione commissariale”
Altro tema sicuramente assai delicato è quello della autonomia patrimoniale della gestione ad opera dei commissari, specie rispetto alle conseguenze che sulla continuità del servizio pubblico potrebbe sortire il grave indebitamento pregresso. Viene in rilievo l’ipotesi, apparentemente negata (sia pur incidenter tantum) dal Tribunale Fallimentare, che venga a costituirsi un’entità autonoma, distinta anche in termini di responsabilità patrimoniale, rispetto alla società. Il tema deve essere scrutinato anzitutto rispetto all’esistenza di una disciplina esplicita che disponga una deroga al principio della responsabilità patrimoniale generale dell’art. 2740, individuato dagli amministratori prefettizi nella norma del 7° comma dell’art. 32, che testualmente recita: “… l’utile d’impresa derivante dalla conclusione dei contratti d’appalto di cui al comma 1, determinato anche in via presuntiva dagli amministratori, è accantonato in apposito fondo e non può essere distribuito né essere soggetto a pignoramento, …”. In effetti da tale norma, che non dispone un generale divieto di azioni esecutive, ma le limita rispetto agli utili successivi alla data di insediamento dei commissari [14]; non sembra potersi inferire un regime di autonomia patrimoniale perfetta ciò anche se la gestione viene svolta nell’interesse delle pubbliche amministrazioni committenti [15]. Non mancano tuttavia spunti nel senso del riconoscimento di una qualche forma di soggettività [16]. D’altra parte secondo l’insegnamento della S.C., l’assenza di personalità giuridica non sarebbe d’ostacolo al riconoscimento di limitate forme di segregazione patrimoniale; con il termine “soggettività” non si intende infatti una situazione identica alla “personalità”, avendo il primo termine carattere meramente riassuntivo del­l’insieme di effetti giuridici stabiliti da specifiche norme di diritto positivo ed il secondo carattere prescrittivo, poiché con il suo utilizzo il legislatore pone una regola di capacità generale [17]. Non può quindi negarsi che la disciplina di legge abbia creato, sia pure a limitati effetti, un distinto centro di imputazione i cui effetti però restano molto limitati. Coerentemente con le [continua ..]

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NOTE

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