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Le azioni di responsabilità nel concordato preventivo

Alessandra Zanardo, Ricercatrice confermata di Diritto commerciale nell’Università Ca’ Foscari Venezia

La sentenza della Corte d’Appello di Venezia si aggiunge ai provvedimenti che, in tempi recenti, e con frequenza sempre maggiore, hanno riguardato azioni di responsabilità esperite dopo l’apertura o l’omologazione di un concordato preventivo. La sentenza suscita particolare interesse in quanto, diversamente dalle altre, si sofferma diffusamente su un problema raramente affrontato sia in giurisprudenza, che in dottrina: quello della quantificazione del danno risarcibile al singolo creditore che abbia agito in giudizio.

La presente nota, dopo alcune considerazioni sulla permanenza in capo ai creditori sociali dell’a­zione di responsabilità ex art. 2394 c.c. in sede concordataria, anche alla luce dell’evoluzione normativa (v. art. 115 c.c.i.i.), si concentra, in primo luogo, sul profilo della quantificazione del danno risarcibile al singolo; in secondo luogo, sul problema del coordinamento delle azioni di responsabilità nel concordato preventivo.

PAROLE CHIAVE: concordato preventivo - azione di responsabilità - creditori sociali - risarcimento del danno

The ruling of the Court of Appeal of Venice has been added to cases that, recently and more frequently than in the past, have addressed breach of fiduciary duty claims brought upon the commencement of restructuring proceedings. This ruling is interesting as, unlike other cases on the same subject, it focuses on an issue that has been rarely dealt with in case law and by scholars: the amount of damages to be paid to the creditor/plaintiff.

The present comment, after a few observations on creditor standing to bring fiduciary duty claims in restructuring proceedings, which take into account the recent insolvency law reform (i.e., Article 115 of the Business Crisis and Insolvency Code), firstly focuses on the issue of the measure of damages; secondly, on the coordination of liability actions in restructuring proceedings.

Keywordscomposition with creditors, breach of fiduciary duty claim, creditors of the company, compensation for damages.

CORTE DI APPELLO DI VENEZIA, 9 GENNAIO 2019

Rel. C. PASSARELLI

Concordato preventivo – Società di capitali – Società a responsabilità limitata – Responsabilità degli amministratori verso i creditori sociali – Risarcimento del danno spettante al singolo creditore – Quantificazione – Incidenza proporzionale del danno.

(Artt. 2394, 2486 c.c.; art. 160 L. Fall.)

Ai fini della quantificazione del risarcimento spettante al creditore sociale che abbia agito ex artt. 2394 e 2486 c.c. nei confronti degli amministratori di una società in concordato preventivo occorre dapprima verificare l’entità del danno ingiusto complessivamente provocato a tutti i creditori dalla prosecuzione dell’attività sociale ed imputabile agli amministratori; poi occorre determinare l’inci­denza proporzionale di detto danno sulla posizione del singolo attore.

Concordato preventivo – Società di capitali – Società a responsabilità limitata – Responsabilità degli amministratori verso i creditori sociali – Perdita incrementale – Azione di responsabilità – Piano di concordato – Duplicazione del risarcimento – Inammissibilità.

(Artt. 2485, 2486 c.c.; artt. 160, 185 L. Fall.)

Quando il danno cagionato al patrimonio sociale dagli amministratori per inosservanza degli artt. 2485 e 2486 c.c., consistente nella cd. perdita incrementale, è stato spontaneamente ristorato dagli amministratori nell’esecuzione di un concordato preventivo (il cui piano prevedeva detto apporto ai fini del pagamento dei creditori chirografari), la domanda di risarcimento del danno proposta dal singolo creditore sociale non può essere accolta.

(Omissis)

La vicenda trae origine dal fatto che (omissis) aveva ricevuto da (omissis) nel periodo 31/3/08-20/3/09, in base ad un rapporto sviluppatosi fin da epoca anteriore, delle forniture di merce per € 73.718,27 senza pagare il corrispettivo, circostanza pa­cifica e documentata (v. docc. 1-32 att.).

Manifestata la difficoltà di pagare tutti i propri creditori in data 6-14/4/09 (v. doc. 35 att.) ed esclusa la percorribilità di altre soluzioni (v. doc. 38 att.), (omissis) aveva presentato un piano di concordato, successivamente omologato, fondato sulla cessione dei beni esistenti nel patrimonio sociale e sull’apporto dei soci amministratori (omissis) di una disponibilità liquida pari ad € 450.000,00 (v. doc. 45 att.).

Nell’atto introduttivo che ha dato avvio all’azione conclusa in primo grado con la sentenza impugnata, (omissis) ha fatto valere due distinti profili di responsabilità affermando – per la parte che interessa in questa sede – che la condotta degli amministratori:

– integrava certamente l’ipotesi di cui all’art. 2476 c.c., sesto comma, per aver richiesto la prosecuzione delle forniture negli anni 2008 e 2009 nonostante le risultanze negative della gestione dell’anno sociale 2007 (responsabilità in cui erano incorse anche le socie (omissis) per aver approvato il bilancio al 31/12/07 nonostante la evidenziazione delle perdite);

– costituiva inadempimento agli obblighi di cui all’art. 2482 ter c.c. da cui discendeva una diversa fonte di responsabilità, ossia quella disciplinata dagli artt. 2485 e 2486 c.c., che (anda)va ad aggiungersi a quella sopra delineata (cfr. pag. 7 atto citaz.).

Con la sentenza impugnata, il Tribunale di Vicenza, in composizione collegiale, ha affermato:

– l’improcedibilità delle domande proposte da (omissis) nei confronti della società (omissis) in liquidazione “... in ragione dell’ammissione della medesima società alla procedura di concordato preventivo poi omologato, che pacificamente, comporta ai sensi di cui all’art. 184 l.fall. l’esdebitazione della società verso tutti i creditori anteriori (come l’odierna attrice) ...”;

– l’infondatezza dell’azione proposta ex art. 2476 c.c., settimo comma, nei confronti dei soci non amministratori in mancanza della necessaria ed indefettibile prova della ingerenza delle singole socie nella gestione dell’amministrazione sociale con la precisa volontà di danneggiare (omissis), non essendo sufficiente, a tal fine, la condivisione di intenti derivante dal vincolo di coniugio delle stesse con i due soci amministratori o l’approvazione dei bilanci con la consapevolezza delle perdite superiori al capitale sociale;

– la sussistenza della responsabilità dei soci amministratori in base al combinato disposto di cui agli artt. 2476, sesto comma, e 2394 c.c., posto che tale ultima norma è applicabile anche alle società a responsabilità limitata e senza preclusione in caso di ammissione alla procedura per concordato preventivo, tenuto conto che la grave violazione pacificamente compiuta dagli amministratori con la prosecuzione dell’attività sociale a capitale eroso aveva direttamente danneggiato il terzo creditore, senza che fosse stata provata la conoscenza dello stato di insolvenza in capo a (omissis). Da tale accertata responsabilità conseguiva la condanna di (omissis) al risarcimento del danno subito da (omissis) pari alla differenza tra l’ammontare complessivo del credito (€ 73.718,27) e la percentuale riscossa in esecuzione del piano di concordato cui (omissis) era stata ammessa (€ 15.149,10).

***

Con l’impugnazione, (omissis) lamentano l’erroneità della decisione:

1. nella parte in cui non si ritiene raggiunta la prova della conoscenza in capo a (omissis) dello stato di insolvenza della (omissis), senza alcuna pronuncia sui fatti allegati e senza valutare correttamente il materiale probatorio acquisito da cui quella conoscenza era ricavabile con conseguente accettazione del rischio di (omissis) nella prosecuzione delle forniture;

2. nella parte in cui è stata ritenuta proponibile l’azione ex art. 2394 c.c. nonostante la presentazione e l’omologazione di un piano di concordato preventivo;

3. nella parte in cui ha [ritenuto fondata] l’azione spettante ai creditori sociali senza tenere conto che:

– il danno dei creditori è un riflesso di quello subito dalla società per cui può trovare ristoro entro la perdita incrementale, e che i fratelli (omissis) avevano messo a disposizione dei creditori una somma corrispondente a detta perdita di talché la domanda costituiva una ingiusta duplicazione del danno già risarcito;

– l’azione ex art. 2394 c.c. era preclusa dalla transazione raggiunta tra la società e gli amministratori che si erano impegnati a corrispondere alla prima la somma di € 450.000,00, somma che aveva consentito la presentazione della proposta di concordato, accettata ex art. 174 l.f. dai creditori;

– mancava la prova della novità delle operazioni di acquisto di materie prime per evadere ordini già in portafoglio con conseguente insussistenza di un danno risarcibile per prosecuzione dell’attività sociale a capitale eroso;

4. nella parte in cui ha ritenuto fondata l’azione ex art. 2476, sesto comma, c.c. cumulativamente a quella ex art. 2394 c.c. nonostante l’impossibilità logica del cumulo data la diversa natura del danno, collegato, nel primo caso, a quello subito dalla società e, nell’altro, alla lesione diretta di un diritto patrimoniale del terzo.

***

Appare opportuno esaminare i motivi di appello secondo un ordine logico-giuri­dico atteso che la domanda, così come originariamente proposta da (omissis), presup­pone il superamento di varie questioni non propriamente risolte nella sentenza impugnata.

Circa il preliminare inquadramento delle azioni proposte.

Come già evidenziato, (omissis) aveva agito facendo valere due distinti profili di responsabilità (quello di cui all’art. 2476 c.c., sesto comma, e quello, definito aggiuntivo, riconducibile agli artt. 2485 e 2486 c.c. per aver gli stessi amministratori proseguito l’attività sociale nonostante l’azzeramento del capitale) ed aveva ottenuto ragione con la sentenza impugnata la quale aveva riconosciuto la responsabilità degli amministratori in base al “coordinato disposto di cui agli artt. 2476 sesto comma e 2394 c.c.”.

Ora, tale pronuncia sembra creare una commistione tra le azioni distintamente proposte da (omissis) con conseguente fondamento della doglianza attinente alla af­fermata impossibilità del cumulo giuridico, sulla base dei medesimi fatti, dell’azione ex art. 2476 c.c., sesto comma, e dell’azione ex art. 2394 c.c.

Nella sentenza impugnata, infatti, non risulta evidenziata la differenza tra le norme invocate che, invece, vengono interpretate come se fossero l’una, il completamento dell’altra sulla base di un ragionamento che erroneamente mette insieme i fattori distintivi delle diverse fattispecie; in particolare, il Tribunale aveva ritenuto che “... continuando a svolgere l’esercizio dell’impresa con nuovi atti gestori ... gli amministratori avessero posto in essere condotte connotate da dolo ... ovvero da colpa grave ...” e, dopo aver precisato che “... è richiesto dalla norma che il danno del terzo sia diretto ...”, aveva contraddittoriamente concluso che tale requisito ricorresse “... nel caso di specie, non essendovi un danno diretto per la società in concordato, già per il fatto che attraverso la censurata condotta dei suoi amministratori ... la società in situazione di dissesto patrimoniale era venuta ad avvantaggiarsi delle prestazioni patrimoniali – le forniture di cui si controverte – eseguite dal terzo (nella specie (omissis) spa) che altrimenti non avrebbe ottenuto, e quindi non potrebbe dirsi direttamente danneggiata”.

Una tale ricostruzione, che sembra dedurre l’esistenza di un danno diretto del cre­ditore dal fatto che questo è escluso per la società, non trova alcun riscontro normativo.

Infatti, l’azione ex art. 2476, sesto comma, c.c. è diversa per presupposti, oggetto e finalità rispetto a quella di cui all’art. 2394 c.c. posto che la prima, correlata al­l’azione di cui all’art. 2395 c.c., spetta al terzo che risulti danneggiato da atti colposi o dolosi degli amministratori e presuppone che il danno non costituisca il mero riflesso del pregiudizio che abbia colpito la società ma sia una conseguenza diretta ed immediata del comportamento denunciato; per contro, l’altra è volta al risarcimento del danno indirettamente derivato al creditore leso dall’inosservanza degli obblighi incombenti sull’amministratore (cfr. Cass. 21517/16, 8458/14; 6870/10).

Nel caso di specie, (omissis) ha agito invocando entrambe le norme appena riportate, per cui va esaminata la sussistenza dei presupposti di ciascuna delle corrispondenti azioni mediante valutazioni distinte ed autonome. E, quindi:

a) per quanto riguarda l’azione individuale ex art. 2476, sesto comma, c.c., si tratta di rimedio utilmente esperibile solo quando la violazione posta in essere dall’ammi­nistratore con dolo o colpa grave colpisca in via immediata e diretta un diritto soggettivo del terzo, ossia quando la lesione della sfera giuridico-patrimoniale del terzo sia in rapporto causale diretto con la condotta del soggetto agente; nel caso di specie, il difetto di un tale diretta correlazione del danno, esclude il fondamento dell’a­zione. Infatti, il comportamento degli amministratori, che hanno proseguito l’attività sociale nonostante l’erosione del capitale sociale, costituisce violazione di norme poste a tutela della conservazione del patrimonio della società che solo di riflesso incide sulla sfera giuridica dei creditori sociali: più precisamente, (omissis) era titolare di un diritto di credito verso la società la cui compressione è derivata dall’inadempimento degli amministratori ai doveri imposti dall’art. 2482 ter c.c. in caso di sottocapitalizzazione, con la conseguenza che la prosecuzione dell’attività sociale ha inciso direttamente sull’integrità del patrimonio sociale, patrimonio sociale che, di conseguenza, è divenuto insufficiente a soddisfare i creditori sociali. Il rapporto mediato del danno appare evidente di talché la pretesa risarcitoria fondata sull’azione di cui all’art. 2476, sesto comma, c.c. (o art. 2395 c.c.) non poteva (e non può) essere [accolta];

b) per quanto riguarda l’azione ex art. 2394 c.c., si tratta di un rimedio previsto al fine di rafforzare la tutela dei creditori qualora, per l’inosservanza da parte degli am­ministratori degli obblighi inerenti alla conservazione dell’integrità del patrimonio so­ciale, questo risulti insufficiente al soddisfacimento dei loro crediti. E la previsione di tale rimedio all’interno della disciplina delle società per azioni, non ne preclude l’ap­plicazione analogica anche alle società a responsabilità limitata, come nel caso in esame, dovendosi attribuire ad un difetto di coordinamento tra le norme la mancata speculare specificazione, come nel regime precedente (cfr. Trib. Milano 7/2/13). Non è, poi, questa la sede per approfondire il discusso tema sulla natura del rimedio data la mancata impugnazione sul punto, tuttavia, appare necessario premettere che tale azione di responsabilità si colloca al di fuori di un vincolo obbligatorio diretto tra i creditori e gli amministratori, configurandosi, pertanto, come azione extracontrattuale (Cass. 24715/15), e si pone come rimedio del tutto indipendente ed autonomo rispetto alla corrispondente azione sociale, con esclusione, quindi, dell’at­tribuzione di una valenza surrogatoria rispetto ad essa. Tale premessa, già acquisita dal Tribunale, consente di individuare, con riferimento a ciascun motivo di appello, la disciplina applicabile, in relazione alla distribuzione dell’onere della prova ed ai criteri di determinazione dei danni risarcibili.

Circa la proponibilità dell’azione ex art. 2394 c.c. in caso di concordato preventivo.

Gli appellanti lamentano che la sentenza impugnata, nel ritenere proponibile l’a­zione ex art. 2394 c.c. nonostante la presentazione e omologazione di un piano di concordato preventivo, ha aderito integralmente alla motivazione espressa dal Tribu­nale di Piacenza in data 12/2/15, riportandone ampi stralci, senza tenere conto che la questione era stata oggetto anche di pronunce contrarie, fra cui quella più recente della Corte di Appello di Bologna del 5/6/17.

Il motivo di doglianza non ha pregio.

È pur vero che la questione in esame, a livello dottrinale, è stata molto discussa e che è stata diversamente risolta dalla giurisprudenza, tuttavia, prescindendo dalle pro­nunce risalenti ad epoca anteriore alla vigente riforma delle procedure concorsuali richiamate, non si può condividere il convincimento espresso dalla Corte d’Appello di Bologna in data 5/6/17 volto a negare l’esperibilità dell’azione di responsabilità sul presupposto della estinzione dei crediti per la parte che supera la percentuale promessa o prospettata nella proposta concordataria.

In realtà, l’omologazione di un concordato preventivo non estingue affatto i crediti nella parte falcidiata, come si deduce dal fatto che l’effetto esdebitatorio non si produce per i coobbligati ex art. 184 l.f., secondo comma, e dal fatto che, in caso di risoluzione del concordato con successivo fallimento, l’insinuazione al passivo riguar­da l’intero credito: l’avvenuta omologazione del concordato rende soltanto inesigibile il credito per la porzione eccedente la percentuale di soddisfacimento prevista nel piano senza determinare alcuna estinzione. Inoltre, l’azione dei creditori verso gli amministratori ha carattere autonomo e finalità di integrazione della garanzia patrimoniale in quanto rivolta ad un soggetto terzo rispetto alla società debitrice con cui vige il pactum de non petendo; né può dirsi che l’art. 184 l.f., nell’affermare la obbligatorietà del concordato omologato, lasci salvi i diritti dei creditori nei confronti dei coobbligati senza menzionare gli amministratori, esclusi anche dal secondo comma, laddove si afferma l’efficacia del concordato anche nei confronti dei soci illimitatamente responsabili, posto che gli amministratori non possono essere parificati né ai coobbligati né ai soci illimitatamente responsabili, rispetto ai quali la valutazione da parte dei creditori della convenienza del concordato, rispetto alla alternativa fallimentare, passa anche attraverso l’esame dei loro patrimoni.

Pertanto, il patto di concordato produce i suoi effetti in relazione al patrimonio dell’impresa, e non rispetto al patrimonio di un terzo quale è l’amministratore, dovendosi anche tenere conto che, diversamente, la presentazione di una domanda di ammissione a tale procedura potrebbe diventare un facile strumento opportunistico per evitare responsabilità in caso di mala gestio.

Circa la pretesa insussistenza dei presupposti di [esercizio] dell’azione di responsabilità nel caso di specie.

Gli appellanti sostengono che non vi erano i presupposti per [l’esercizio] dell’azio­ne avendo loro messo a disposizione dei creditori una somma corrispondente alla per­dita incrementale, perdita che segnava il limite del risarcimento a vantaggio di tutti i creditori e costituiva una transazione raggiunta tra la società e gli amministratori che precludeva ogni ulteriore richiesta risarcitoria; in ogni caso, il Tribunale non aveva con­siderato che le forniture di (omissis) rientravano nella gestione conservativa del patrimonio aziendale, necessarie per consentire l’evasione di ordini già acquisiti e che spettava all’attrice provare quali erano le nuove operazioni che avrebbero aggravato il dissesto.

Il motivo è fondato.

La sentenza impugnata ha condannato i fratelli (omissis), quali amministratori di (omissis), al risarcimento del danno subito da (omissis) danno commisurato alla diffe­renza tra l’ammontare complessivo del credito e la percentuale pagata in sede di concordato.

In realtà, un tale automatismo non corrisponde alla funzione risarcitoria dell’a­zione esperita che presuppone l’accertamento della illiceità della condotta dell’am­ministratore nel proseguire l’attività quando il patrimonio sociale è ormai insufficiente alla soddisfazione dei creditori. È pur vero che il carattere autonomo dell’azione consente di riconoscere la legittimazione attiva al singolo creditore il quale agisce per il risarcimento del proprio danno conseguente al mancato soddisfacimento del credito, contrariamente a quanto accade se si riconoscesse natura surrogatoria all’azio­ne, finalizzata ad un incremento della garanzia patrimoniale di cui si gioverebbe l’in­tera massa dei creditori; tuttavia, la formulazione dell’art. 2394 c.c., che riconosce l’esercizio dell’azione da parte dei creditori quando il patrimonio sociale divenga in­sufficiente al soddisfacimento dei loro crediti, induce a ritenere che il parametro risarcitorio resti l’entità della lesione del patrimonio sociale, come avviene quando – ed è la maggior parte dei casi – ad agire sia il curatore fallimentare. Diversamente, in astratto, l’azione esperita da ciascun creditore porterebbe iniquamente a conseguire un risarcimento maggiore rispetto all’ipotesi in cui fosse il solo curatore ad agire per la massa dei creditori.

Ne consegue che la natura autonoma dell’azione di responsabilità di cui all’art. 2394 c.c. comporta che l’esito favorevole di essa possa giovare unicamente al creditore attore, ma che la individuazione del danno di quest’ultimo debba essere proporzionalmente ricavato dal danno complessivo alla società, costituente il limite risarcitorio di cui l’amministratore può essere chiamato a rispondere data la natura riflessa del danno stesso. Pertanto, occorre verificare l’entità del danno ingiusto complessivamente provocato a tutti i creditori dalla prosecuzione dell’attività sociale ed imputabile agli amministratori, ed occorre determinare poi l’incidenza proporzionale di detto danno sulla posizione del singolo attore.

Ora, nel caso di specie, non è contestato che i fratelli (omissis) hanno versato la somma di € 450.000,00 per consentire il pagamento dei creditori chirografari nel­l’ambito del piano di concordato e risulta che il Commissario Giudiziale, nella sua relazione ex art. 172 l.f., ha espresso il suo parere favorevole sul presupposto che la somma versata dagli amministratori andava a bilanciare l’esito di una azione di responsabilità per aver continuato a svolgere l’attività di impresa pur in presenza di una causa di scioglimento rappresentata dalla riduzione del capitale al di sotto del minimo legale (v. doc. 45 conv.). Ciò premesso, considerata la natura extracontrattuale dell’azione, era il creditore attore a dover provare l’eventuale maggiore ammontare della perdita incrementale, tenendo conto che solo le operazioni non coerenti con il fine conservativo potevano essere imputate alla condotta antigiuridica dell’organo gestorio. E tale prova non è stata offerta specie se si considera che, nel raffronto delle situazioni patrimoniali per la determinazione del danno complessivo, vi sono delle poste dell’attivo la cui valorizzazione si giustifica esclusivamente in una prospettiva di continuità aziendale (avviamento, immobilizzazioni immateriali, ammortamenti) e delle poste passive presenti anche in caso di tempestiva messa in liquidazione della società nel rispetto degli obblighi di cui all’art. 2482 ter c.c.

Pertanto, la domanda di (omissis) non può essere [accolta] in quanto manca la prova che la prosecuzione dell’attività sociale, dopo il verificarsi della causa di scioglimento di cui all’art. 2484 n. 4 c.c., abbia comportato un danno alla società ulteriore rispetto alla perdita incrementale dichiaratamente sanata con la somma di € 450.000,00 e che, di riflesso, tale eventuale eccedenza si sia tradotta in uno specifico danno per il singolo creditore attore pari alla differenza tra il complessivo ammontare del credito e la parte soddisfatta in sede concordataria.

(Omissis).


Commento

Sommario:

.Breve descrizione delle questioni affrontate dalla Corte - 2. L'esperibilità dell’azione di responsabilità spettante ai creditori sociali nel concordato preventivo - 3. Determinazione del danno risarcibile al singolo creditore - 4. Rischio di duplicazione del risarcimento: necessità di coordinamento tra l'azione sociale e l’azione dei creditori sociali - NOTE


.Breve descrizione delle questioni affrontate dalla Corte
La sentenza in commento si aggiunge al gruppo di provvedimenti che, dopo la riforma della legge fallimentare del 2005-2007, inizialmente timidamente poi con frequenza sempre maggiore, hanno affrontato il problema dell’esperibilità di azioni di responsabilità nei confronti degli organi sociali di società in concordato preventivo. È noto che la disciplina del concordato preventivo, tanto quella attualmente in vigore, quanto quella previgente (basata sulla dicotomia tra concordato con garanzia e concordato con cessione dei beni), non contiene, diversamente dalla disciplina delle altre (o di altre) [1] procedure concorsuali, alcuna previsione concernente l’eser­cizio delle azioni di responsabilità nelle varie fasi del concordato. Da qui gli interrogativi, soprattutto in dottrina, in primo luogo sulla possibilità di continuare a esercitare le predette azioni dopo che la società sia stata ammessa alla procedura di concordato preventivo e/o dopo l’omologazione dello stesso; in secondo luogo, e in caso di risposta affermativa, sul soggetto o soggetti legittimati all’esercizio o alla prosecuzione delle azioni. La lacuna è stata in parte colmata dall’art. 115 del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, che, in attuazione dell’art. 6, 2° comma, lett. a), L. 19 ottobre 2017, n. 155, detta la disciplina per l’esercizio dell’azione di responsabilità nell’ambito del concordato preventivo consistente nella cessione dei beni (cfr. art. 114 c.c.i.i.) recependo, per lo più, ipotesi interpretative e ricostruttive già emerse tra gli operatori giuridici. La Corte di Appello di Venezia, nella sentenza in oggetto, oltre ad affrontare la questione dell’esperibilità dell’azione spettante ai creditori sociali – che risolve positivamente (e sulla quale ci si soffermerà infra, par. 2) – tocca altre questioni in materia di responsabilità degli organi sociali, aderendo a orientamenti consolidati o ampiamente condivisi, soprattutto in giurisprudenza. Alle stesse, pertanto, si accennerà soltanto. La Corte si sofferma, in particolare, sulla diversità di presupposti, oggetto e finalità tra l’azione ex art. 2476, 6° comma (ora 7° comma), c.c. (o ex art. 2395 c.c.) e quella di cui all’art. [continua ..]

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2. L'esperibilità dell’azione di responsabilità spettante ai creditori sociali nel concordato preventivo
La Corte d’Appello di Venezia, pur dando atto che la questione è stata molto discussa in dottrina e variamente decisa dalla giurisprudenza, risolve abbastanza rapidamente il problema della proponibilità dell’azione in sede di concordato preventivo, aderendo all’opinione – quasi unanime [4] dopo i contrasti emersi nelle pronunce più risalenti (e relative alla disciplina previgente) [5] – che ammette la proponibilità del­l’azione. I giudici di merito affermano, condivisibilmente, che il concordato produce effetti nei confronti della sola [6] società-debitrice, ed in relazione al suo patrimonio; non nei confronti di un soggetto terzo qual è l’amministratore, il cui patrimonio costituisce garanzia patrimoniale aggiuntiva dei creditori sociali rispetto alla garanzia patrimoniale generica, ex art. 2740 c.c., costituita dal patrimonio sociale [7]. Come già osservato da autorevole dottrina [8], il «patto di concordato lega, soltanto, le parti e queste parti sono il debitore da un lato e i creditori dall’altro». A questa conclusione non osta – e la Corte giustamente lo rileva – la mancata, esplicita menzione degli amministratori tra i soggetti nei cui confronti il concordato non ha efficacia a termini dell’art. 184, 1° comma, ult. periodo, L. Fall. (il quale richiama i soli coobbligati, fideiussori del debitore e obbligati in via di regresso [9]): a maggior ragione, infatti, devono ritenersi esclusi dalla falcidia concordataria soggetti terzi il cui debito verso i creditori della società-debitrice si fonda su titolo e causa affatto diversi rispetto al debito della società [10]. La Corte, replicando alle osservazioni della Corte d’Appello di Bologna in una precedente sentenza [11], utilizza anche l’argomento per cui l’omologazione del concordato non estingue i debiti preesistenti, limitandosi a rendere inesigibili i crediti an­teriori per la parte eccedente la percentuale di soddisfacimento prevista nel piano. Trattasi di affermazione certamente condivisibile, soprattutto alla luce del pacifico assunto per cui, in caso di successivo fallimento per risoluzione per inadempimento del concordato (art. 186 L. Fall.), l’insinuazione al passivo avverrebbe per l’intero [continua ..]

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3. Determinazione del danno risarcibile al singolo creditore
Passando ad esaminare il merito della controversia, la condotta asseritamente im­putabile agli amministratori (e ad essi imputata dal giudice di prime cure) consisteva nell’aver omesso gli adempimenti e di aver violato le prescrizioni di cui agli artt. 2485 e 2486 c.c., essendosi verificata una causa di scioglimento della società. In particolare, gli amministratori avrebbero proseguito l’attività d’impresa nonostante l’az­zeramento del capitale sociale, con conseguente danno al patrimonio della società e, di riflesso, al creditore-attore, il cui credito era stato falcidiato in sede concordataria. Il Tribunale di Vicenza, ritenendo sussistenti i presupposti dell’azione, condanna­va gli amministratori al pagamento del danno nella misura della differenza tra l’am­montare complessivo del credito e la percentuale pagata in esecuzione del concordato. L’elemento di peculiarità della fattispecie concreta consiste nel fatto che gli am­ministratori avevano concluso con la propria società una transazione a tacitazione di ogni pretesa risarcitoria per mala gestio, impegnandosi, nell’ambito di una proposta e di un piano di concordato con cessione dei beni, a mettere a disposizione dei creditori sociali la somma di euro 450.000,00 a soddisfazione (parziale) delle pretese dei chirografari [19]. Detta somma corrispondeva – o almeno così si assumeva – alla perdita incrementale subita dalla società per l’illecito proseguimento dell’attività di impresa dopo il verificarsi di una causa di scioglimento. I giudici di secondo grado, riformando la sentenza tribunalizia, rigettano la domanda proposta dal creditore sociale nei confronti degli amministratori. La Corte osserva che il presupposto per l’esercizio dell’azione dei creditori sociali è costituito dall’insufficienza del patrimonio sociale – a causa del comportamento inadempiente degli amministratori – al loro soddisfacimento. Ciò induce a ritenere che il parametro risarcitorio debba essere, come nel fallimento, l’entità della lesio­ne complessivamente arrecata dalla condotta di mala gestio al patrimonio sociale, costituendo il pregiudizio alla società il limite di cui l’amministratore può essere chia­mato a [continua ..]

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4. Rischio di duplicazione del risarcimento: necessità di coordinamento tra l'azione sociale e l’azione dei creditori sociali
Si è detto che l’elemento di peculiarità della fattispecie concreta consiste nel fatto che gli amministratori avevano già corrisposto alla società una somma di denaro, da destinare al pagamento dei creditori chirografari, per rendere possibile la presentazione, e la successiva approvazione da parte dei creditori sociali, di una proposta di concordato preventivo. Detta somma era diretta a compensare la perdita incrementale provocata alla società dal proseguimento dell’attività d’impresa dopo il verificarsi della causa di scioglimento e sulla sua congruità, in rapporto all’esito di un’eventuale azione di responsabilità ex artt. 2394 e 2486 c.c., si era espresso il com­missario giudiziale nella propria relazione ex art. 172 L. Fall. [33]. L’esigenza che in un caso di questo tipo si pone è quella di evitare che gli amministratori siano chiamati a risarcire due volte il medesimo danno, a titolo transattivo e in forza dell’esercizio dell’azione ex art. 2394 c.c.; ossia il rischio di una ingiusta duplicazione o moltiplicazione del risarcimento a carico del soggetto responsabile. La stessa esigenza si pone, evidentemente, anche in caso di contestuale esercizio dell’azione sociale di responsabilità e dell’azione dei creditori sociali, sebbene sia più improbabile che questa situazione si verifichi, nella prassi, rispetto alla precedente (transazione). Se la società è in bonis, è opinione condivisa in dottrina che al singolo creditore, il cui danno è un riflesso del danno provocato alla società, sia precluso l’esercizio del­l’azione di responsabilità qualora quest’ultima abbia a sua volta esperito – con esito positivo – l’azione sociale e il suo patrimonio sia stato reintegrato in esecuzione della sentenza di condanna [34]; o sia stato altrimenti reintegrato (ad esempio, a seguito di una transazione, non fraudolenta [35], intervenuta tra gli amministratori e la società). In entrambi i casi, può dirsi che i creditori non possono lamentare alcun danno, essendo stata ripristinata la garanzia patrimoniale generica ex art. 2740 c.c. del loro credito, con conseguente carenza di interesse ad agire in capo agli stessi. Non [continua ..]

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NOTE

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